“Se sei italiano non puoi non amare gli argentini, anche perché gli daresti un dolore e una tristezza che non meritano”

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“La paura non ci sottrae alla morte, ci sottrae alla vita”

Nagib Mafhuz

L’Argentina è l’eterna adolescenza dell’Europa, è lo spiraglio lasciato alla follia per far vedere agli europei cosa un tempo erano capaci di fare. L’Argentina solo casualmente si trova in SudAmerica, incredula della sua posizione geografica e con una inconsolabile nostalgia per l’Europa. Se sei italiano non puoi non amare gli argentini, anche perché gli daresti un dolore e una tristezza che non meritano: loro ci amano senza condizioni, come un palpito di cuore perso in un pentagramma che nessuno sa suonare come un argentino. Da adolescente incontrai l’Argentina attraverso i suoi straordinari fumettisti, letteratura dell’incontro con la tua anima. Una goccia di sudore disegnata da Lucho Oliveira poteva farti piombare nel dolore, oppure in una ludica prova di forza così vitale da riuscire a strapparti un sorriso e farti vedere roseo il futuro. Qualsiasi futuro. Quando gli azzurri guidati da Enzo Bearzot il 10 maggio del 1978 superano per 1 a 0 l’Albiceleste allo stadio “Monumental” di Buenos Aires, sono un adolescente ancora traumatizzato dal non sapere nessuna notizia sull’improvvisa scomparsa di Hector German Oesterheld, a mio parere il più grande sceneggiatore della storia del fumetto. Attraverso di lui ho imparato il valore del racconto di una buona storia e che la vita è una splendida vertigine su cui affacciarsi senza timore, fosse anche per visionare l’incubo. Mentre Roberto Bettega, su assist di Paolo Rossi, faceva rotolare il pallone dentro la porta difesa da quel gran portiere che è stato Ubaldo Fillol, ancora non sapevo che Oesterheld era passato da una dei tanti “Garage Olimpo” di Buenos Aires, efferate stazioni di transito di tutti i “desaparecidos”, e ora giaceva in qualche punto sperduto di “Mar Del Plata” dal quale non sarebbe più riemerso.

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L’Argentina vinceva il mondiale e ubriacava di felicità in un Paese martoriato da un dolore indicibile, manifestandosi come un crogiolo di ossimori dove a volte è difficile persino respirare. Ma poi c’è il calcio, autentica “locura” di un popolo che respira “garra” e la polvere alzata nella “cancha” allo stesso modo di una promessa destinata a rigenerarsi sempre. “I calciatori si devono sempre vedere dal vivo”, ha dichiarato di recente Cesc Fabregas, sottolineando una delle verità più profonde del calcio alla ricerca del talento, del “matador” che possa fare la differenza e realizzare arte con il pallone. Marcelo Bielsa prima di diventare un grande allenatore è stato un formidabile scout, e con la sua automobile girava tutto il Paese riempiendo di appunti scritti la sua vita e con la speranza di trovare qualcosa che fosse almeno una promessa. Ogni cosa partiva dalla sua idea chiara da dove nascesse il calcio, supremo atto di ribellione all’ordine costituito. Se venisse la voglia di andare a visitare l’unico posto dove ancora è possibile incontrare l’origine del gioco più seguito al mondo, è in Argentina che deve andare. Lì puoi trovare una “cancha” ovunque, perché è l’ordine anarchico del gioco “gaucho” a prescriverlo. E poi il tango, l’altra ossessione argentina, il primo posto dove si balla è per strada, e magari a qualcuno viene voglia all’improvviso di ballarlo negli antichi bar scolpiti nel legno a Buenos Aires. Il talento è un regalo che va cercato proprio dove non ti aspetteresti di trovarlo, esso, il talento, non compra spazi in una scuola calcio, non unge ruote opportune per far compiere artificialmente un destino.

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Il talento o è padrone del suo destino, oppure preferisce scomparire negandosi per sempre agli occhi del mondo. In una recente intervista, Gabriel Batitusta ha raccontato come il suo talento sia stato scoperto prima da Jorge Griffa e poi plasmato da Marcelo Bielsa. Uno dei più forti attaccanti della storia del calcio non era il centro dell’area di rigore che sognava, ma una “alzata” per andare a schiacciare il pallone oltre la rete di un campo di pallavolo. Nella tigna che lo ha sempre contraddistinto provava e riprovava, ma niente, non c’era nessuno spazio per lui nelle squadre delle scuole superiori di Reconquista, la sua città. Ma gli adolescenti vogliono girare il mondo, conoscerlo, e magari addentargli i primi morsi, e a Gabriel non rimase che aggregarsi alla squadra di calcio per partecipare alle intercollegiali. Non era un appassionato di calcio, anche perché è sovrappeso e niente affatto un brevilineo, ma il destino il calcio gli aveva offerto e il calcio si era preso. Un gioco che praticava anche in un campetto del barrio “Chapero”, con i suoi amici del “Grupo Alegria”(in Argentina bisogna dare un soprannome ad ogni cosa). Non si è mai capito se Jorge Griffa lo avesse notato al torneo delle intercollegiali oppure nella “cancha” di risulta del “Grupo Alegria”, sta di fatto che lo notò e intravide in lui il campione che sarebbe diventato. “E’ un dolore angosciante avere un cuore sentimentale e una mente scettica”, la penna di Naguib Mahfouz(se non lo avete mai letto, proprio non sapete cosa vi siete persi)potrebbe vestirsi come un guanto sopra l’allora infante Batistuta, che proprio non vuole saperne di giocare al calcio, lui vorrebbe esclusivamente la pallavolo. Parte un’opera di persuasione avvolgente di Griffa e dei genitori di Gabriel, convinti dallo scout che Dio ha fatto il loro figliolo per giocare la palla con i piedi e non con le mani. Eh già, perché il ragazzo un po’ imbolsito del barrio “Chapero” in subordine alla pallavolo, nei suoi desideri, avrebbe accettato solo la pallacanestro.

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“L’uomo pianifica e Dio ride”, recita un antico proverbio “yiddish”, inno alla necessità della flessibilità, quindi una mano invisibile, guidata dai buoni uffici di Griffa, lo portò davanti al responsabile del settore giovanile del “Newell’s Old Boys” Marcelo Bielsa, quell’ “El Loco” che un giorno scese da casa sua per affrontare dei tifosi contestatori con una bomba a mano tra le mani, il quale squadrò da capo a piedi il paffutello scettico giunto da Reconquista e sentenziò: “devi dimagrire”. Bielsa si fidava dell’intuito di Griffa, suo alter ego nella maniacalità di amare il calcio, quindi non si arrese di fronte ad un “gordito” apparentemente simile, per il calcio, ad un elefante nella cristalleria. Per i “Newell’s” pare tifasse persino Che Guevara, ed è lì che “El Loco”(sarebbe un sogno vederlo un giorno sulla panca del mio Toro) diviene leggenda e Batistuta quel fenomeno di calciatore che abbiamo conosciuto. E’ il calcio “rosarino”, gente, dove non c’è spazio per la finzione e l’origine del gioco viene difesa a qualsiasi costo. “Essenzialmente il calcio è di proprietà del popolo-sentenziò Bielsa ad una affollata conferenza stampa di un dopo partita della “Copa America”-, perché i poveri hanno poche possibilità di accedere alla felicità, visto che non hanno soldi per comprarla”. Solo un argentino poteva venir fuori con una analisi così provocatoria, mentre tutto intorno è marketing, soldi, strabordante opulenza scioccante. C’è onore nelle parole di Bielsa e la capacità di toccare la corda più profonda di un gioco amatissimo, c’è la consapevolezza che la gente del suo Paese arranca, e a volte affoga, tra mille difficoltà. Il pallone è della gente ed è ristoro per la terra e per il sangue. “Noi argentini giochiamo gratis per la nazionale -racconta emozionato Batistuta-, perché essenzialmente è un grandissimo onore vestire la maglia dell’Albiceleste. Per la nostra gente il calcio è davvero tutto”. Colui che non voleva diventare calciatore, oggi ringrazia chi lo ha scoperto, chi ha creduto nel suo talento quando lui non ci credeva neanche per un po’. Oggi la sua vita è fatta di cose semplici, di gratitudine a Dio di essere finalmente guarito dal dolorosissimo problema alle caviglie(“ad un certo punto volevo che mi amputassero le gambe, perché non ce la facevo più a non dormire per il dolore), e di un unico desiderio che vorrebbe realizzare: avere un passaporto italiano. La storia di Gabriel Batistuta insegna più di qualsiasi conferenza o analisi cosa serva per trovare dei talenti, e sarebbe quasi banale sottolineare come ci vorrebbero operatori dello “scouting” più innamorati del loro lavoro che del denaro. In realtà forse occorrerebbe battersi perché il calcio torni al calcio, occorrerebbe davvero tornare a credere a tornare alla sua natura costitutiva. La “cancha” non è non sarà mai una scuola calcio; apparentemente è un concetto semplice da capire, ma forse sarà meglio non lasciarsi ingannare dalle apparenze. E’ un piccolo consiglio, quasi una esortazione, che mi permetto di fare al prossimo presidente della Federcalcio.


Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

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