Dallo sciopero della Maratona del 24 marzo 1996 al silenzio di oggi: una storia che continua a ripetersi

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Si può ragionare sul 4-3-1-2? (VIDEO)

Trent’anni di distanza, ma la solfa non sembra variare più tanto. Il Toro non è più grande e convive con un peso storico che invece richiama alla gloria, a figurare tra i main character del nostro calcio. Eppure, di tanto patrimonio, non si sa benissimo cosa farsene. O meglio, non sembra che ci sia tutta questa intenzione di farne qualcosa, di puntare su questa unicità di valori. E il malcontento, oggi come allora, non può che esserne il sottofondo più assordante. Qualcuno direbbe un acufene.
Facendo questo viaggio nel 1996 è fondamentale, però, una premessa: il ricordo di un Toro grande davvero era ancora vivido nell’iride dei tifosi granata. Non era solo una giustificazione per un amore ad oggi quasi ingiustificabile: almeno nell’ottica dei freddi risultati sportivi. Soltanto quattro anni prima, la notte in cui il Delle Alpi fu particolarmente severo con il Real Madrid, un po’ meno con l’Ajax. Tuttavia, due notti mitologiche, che avevano a che fare con un sogno a occhi aperti. Tutto vero. Ma anche quell’epopea, poi suggellata l’anno seguente dall’alzata al cielo della Coppa Italia, ha assunto tratti verghiani. Come i Malavoglia, il Toro ha osato probabilmente troppo e non restava così che tornare allo stato di partenza, se non peggio.

Progetto senza titolo (2)

Nel marzo del 1996, il testimone si trovava nelle mani di un certo Gianmarco Calleri, che due anni prima acquistò il Toro da Roberto Goveani. Non fu la prima esperienza nel mondo del calcio per l’imprenditore nativo di Busalla, nel Genovese. L’approccio, fin da subito, fu chiaro: “Non prometto nulla, ma l’unica cosa per cui mi impegno è quella di portare il Toro ad una situazione economico-finanziaria di tutto rispetto e che la società possa vivere nel tempo senza i problemi degli ultimi anni”. Il suo primo anno di presidenza, Calleri lo chiuse in decima piazza, ma i problemi veri sorsero la stagione successiva. I granata cominciarono la stagione con Nedo Sonetti e, dopo 5 pere incassate in un derby tragicomico, Calleri affidò la panchina a Franco Scoglio: “Il professore”, con il Genoa nel cuore: vulcanico, anche perché veniva dalle Isole Eolie… Con Scoglio il Toro ritrovò compattezza, ma la situazione precipitò proprio contro la nemesi del tecnico: a Marassi, contro la Samp. Sconfitte a ripetizione e il rischio della terza retrocessione della storia granata tutt’altro che ascrivibile alla fantascienza.

La Curva Maratona, in vista del posticipo con il Cagliari del 24 marzo, provò a prendere delle contromisure. Un fatto inedito in quasi 90 anni di storia granata. “Lo sciopero e il picchettaggio dei cancelli come contestazione contro la dirigenza tutta”, con l’invito ai tifosi a collaborare non partecipando all’incontro. Ma è opportuno fare un chiarimento. Il bersaglio non fu la squadra e il suo rendimento, ma “l’inaccettabile conduzione assenteista ed impersonale della società, da parte del suo presidente Calleri e dei suoi collaboratori” e lo “stato di smobilitazione creato dalle cessioni già decise e da quelle ventilate ed ampiamente pubblicizzate dalla stampa nazionale”. Per la prima volta, i tifosi granata si trovarono di fronte a un dilemma non di poco conto: si può contestare la società per lasciar sopravvivere un ideale e, di conseguenza, mettere in secondo piano quelle che sono le urgenze del campo?

L’opzione di un Delle Alpi disertato fu chiaramente interpretata come un campanello d’allarme da chi sui rettangoli di gioco cercava di dare il proprio meglio, nonostante i risultati peggiori possibili. “Se davvero ci abbandonassero, sarebbe la fine, o quasi – sentenziava Ruggero Rizzitelli, Rizzi-gol, l’idolo della Maratona. “I dirigenti, i tecnici e i giocatori passano, il Toro resta. E tutti insieme dobbiamo dare qualcosa per il Toro, non per noi stessi”. Uno scenario da scongiurare, pur comprendendone le motivazioni. “La squadra appartiene ai tifosi e alla città. E il tifo ha sempre ragione, libero di agire come crede, ma ha poco senso remare contro – fece eco Franco Scoglio – l’assenteismo è una forma di protesta che non condivido, perché così non giova al Toro e si favorisce la concorrenza”.

Chi era effettivamente Gianmarco Calleri? Un presidente in conflitto con l’evolversi inesorabile del calcio verso la globalizzazione. “Poiché tutte le entrate vanno nelle tasche dei calciatori, per chiudere alla pari i presidenti debbono ripianare personalmente i debiti. Bisogna essere Mandrake per gestire una società calcistica. Un tempo lo dicevo come battuta, ora ne sono convinto”. Ed ecco un altro contatto con il presente, che si racchiude in una frase: “Se c’è qualcuno disposto a fare meglio di me al Torino, mi metto da parte subito”. Con l’aggiunta: “Vista la situazione del calcio italiano, dove le piccole società fanno i salti mortali per sopravvivere e, ogni sera, un presidente s’inventa cosa fare il giorno dopo, se si viene anche messi alla berlina che senso ha continuare?”.

Ma il suo fu anche un appello costruttivo, al dialogo con chi lo contestava: “Debbono sapere come stanno le cose in realtà. C’è gente, a Torino, che invece racconta loro il contrario”. Per questo, Calleri invitò alcuni membri dei gruppi della Maratona, per un confronto dal vivo, al centro sportivo di Orbassano. Ma dall’iniziale sì, si passò alla freddezza, fino al niet definitivo. “Sono venuto apposta per parlare con i tifosi. Avrei potuto spiegare, far toccare con mano, che tutto quanto si legge sui giornali sportivi in merito ai nostri movimenti di mercato, non corrisponde alla realtà. Dopo la sentenza Bosman, le strategie di mercato sono cambiate”.

La risposta del tifo granata all’appello di Gianmarco Calleri fu un “Troppo tardi” ma, con l’avvicinarsi del posticipo con il Cagliari, emerse una tregua. La curva, alla fine, avrebbe presenziato per provare a trascinare il Toro verso i punti salvezza. Con un’unica eccezione, a dominare l’atmosfera sugli spalti: i cori contro la presidenza.
Nel frattempo, i tifosi granata dovettero fare i conti con notizie che, viste con gli occhi di oggi (ma anche allora), rientrarono a pieno titolo nel teatro dell’assurdo. Flavio Briatore, all’epoca team manager della Benetton in Formula Uno, affermò: “Nei giorni scorsi è venuto da me un emissario del Torino a offrirmi la società. Ma per il momento, visti i costi, la cosa non ci interessa”. Immediata fu la smentita di Calleri: “Io non vado a cercare nessuno. Ma ho già detto e ripeto che se a qualcuno piace questo Toro con il bilancio risanato, si faccia avanti. Mi cerchi”. E anche un comunicato della società rincarò la dose, esprimendo “la curiosità di conoscere nome e qualifica dell’interlocutore del signor Briatore e il tenore del colloquio”, sottolineando come la proprietà non avesse ricevuto offerte.

Il Cagliari finalmente chiamò e il Toro fu, di conseguenza, anch’esso chiamato a rispondere. Al Delle Alpi, il colpo d’occhio mostrò in effetti un’anomalia: il secondo anello senza anima viva. Soltanto striscioni a colorarlo e una scritta: “Sono anni che gridiamo e lottiamo per voi. Forse è ora che voi facciate qualcosa per noi. Non vogliamo la B!”. E poi il messaggio inequivocabile: “Calleri vattene!”.I riflettori del Delle Alpi illuminarono un Luis Oliveira in forma smagliante. Dopo essersi divertito a dribblare l’intera difesa granata, si fece beffe, qualche minuto più tardi, anche dell’uscita del portiere granata Caniato, che non poté far altro che stenderlo in scivolata. Dagli undici metri Oliveira trasformò, poi fu un’altra uscita di un portiere a permettere al Toro di pareggiare. Beniamino Abate abbatté Karic in area di rigore. Conclusione centrale di Rizzitelli, intercettata dal numero uno sardo, ma fu comunque Rizzi-gol.

Al triplice fischio, la sensazione più forte fu quella di un’occasione sprecata. “Mai avrei creduto di incontrare un Toro così basso in classifica”, disse lo spettatore interessato Emiliano Mondonico, successivo avversario dei granata, a guida della sua Atalanta. La contestazione colpì anche i giocatori. “Andate a lavorare” fu il coro più edulcorato. “C’è quasi il terrore a tenere il pallone e lo si scaraventa via, il più lontano possibile, scavalcando il centrocampo e favorendo gli avversari. Così si gioca male. Sono triste, amareggiato, sotto choc. Mai avevo vissuto una situazione simile in tutta la carriera. Forse ci vuole un miracolo”, disse quasi rassegnato Abedì Pelè.

Il pareggio non andò giù a Calleri che prese la decisione più drastica, ossia attuare il provvedimento dell’esonero per la seconda volta in stagione. “Mi spiace di non poter provare a realizzare quella che era un’impresa straordinaria. Avevo 50 probabilità su cento di farcela. Comunque, devo gratitudine a Calleri”, affermò Franco Scoglio, che lasciò il posto alla mossa della disperazione incarnata da Lido Vieri. Lo stesso Scoglio che, qualche giorno prima, preoccupato della propria reputazione e delle malelingue dei colleghi in caso di retrocessione del Toro, confidò: “Sì, più di uno brinderebbe, lo so. Ma so anche che li deluderò, in B questa squadra non ci va”. Non ci vide per nulla lungo in questo caso “Il professore”. A fine stagione si consumò infatti l’epilogo che condusse il Toro a tre anni di B consecutivi.

A proposito di trienni trascorsi in cadetteria, nella storia del Torino c’è un solo presidente che li ha attraversati tutti sotto la stessa gestione. Si chiama Urbano Cairo e, a distanza di trent’anni da quell’episodio, lo stadio è stato disertato veramente. È da quattro partite, infatti, che i gruppi organizzati preferiscono starsene fuori, persino giocando a calcetto nello spiazzo davanti allo stadio, piuttosto che rendersi ancora partecipi di qualcosa che non li rappresenta più. E lo sciopero del tifo continuerà fino al derby dell’ultima giornata (non per i Torino Hooligans, che diserteranno anche la stracittadina).
Cairo, al contrario di Calleri, non è una breve parentesi all’interno di una storia più grande. E’ il presidente più longevo e, di conseguenza, anche il più deludente in termini di risultati sportivi e strutturali. E’ vero, quando ha preso il Toro “non c’erano nemmeno i palloni” ed è un gioco retorico molto utilizzato dal presidente granata. E aveva anche probabilmente senso ribadirlo soprattutto negli anni della ricostruzione, un po’ meno con un ventennio alle spalle. Un periodo favorevole ad apprendere, studiare il rilancio di una società che, al contrario, si è vista scavalcare prima dall’Atalanta, poi dal Bologna e ora dal Como. Ma dirlo potrebbe essere un sacrilegio, Vanoli insegna.

Le stagioni anonime, la gestione approssimativa, un Filadelfia in affitto e aperto in rarissimi casi ai tifosi, una questione stadio che sarà cruciale d’ora in avanti… Ah, e come 30 anni fa il Toro ha vissuto una stagione pessima. Ad oggi è difficile immaginare una retrocessione, ma il rischio c’è stato e non c’è ancora da rilassarsi troppo. Un flop dietro l’altro e le umiliazioni come il 5-0 con l’Inter e l’11-1 complessivo con il Como.
I motivi della contestazione, se si ha intenzione di addentrarsi un filo, sono molto chiari a Torino e tra i tifosi granata. Mentre tra i tifosi e i giocatori pare esserci una - anche comprensibile - discrepanza nella percezione. Lo dimostrano le parole di Alberto Paleari dopo la vittoria con la Lazio, in cui lo stadio si era presentato deserto per la terza gara consecutiva. “Io mi sento di ringraziare chi è venuto qui con noi. Mi spiace che nel momento del bisogno, loro hanno fatto la scelta di non venire. Il mister ha cercato di farglielo capire, ma hanno ribadito l’intenzione di non tornare. Dispiace, ma magari queste prestazioni faranno cambiare idea”. Giustamente, Fabrizio Turco di Repubblica lo ha poi incalzato: “Hai colto fino in fondo il senso della protesta?”. La risposta: “Credo che ci siano giocatori qua da sei mesi che possono essere aiutati dal pubblico. Io sono qui da due anni, il discorso della Curva esula da noi. Mi spiace. Non so cosa dire, ma in un momento in cui la squadra non riesce a fare punti, il dodicesimo uomo che è la Maratona può aiutare”.Trascorse tre settimane, prima della partita contro il Milan, la contestazione si è spostata oltre i confini torinesi, sotto il vero quartier generale del patron: la sede di Rcs. “L’orologio di Urbano fa tic-tac”. Le lancette girano, possono trascorrere anche trent’anni, ma la sensazione è che uscire dal loop sia un privilegio che può riguardare il Toro fino a un certo punto.

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