Nuovo appuntamento con "Lasciarci le penne", la rubrica a cura di Marco Bernardi
Video- Rassegna Stampa TN del 16/12/2022: "La diga Schuurs"
Piazza Solferino
Luigi Antinucci
Album Piazza Solferino (2020) Toast Records
Ci sono luoghi, a Torino, che hanno un'anima e parlano: Piazza Solferino è uno di questi, un punto nevralgico nel quale la città si apre, ma lo fa in modo diverso. Prima la Fontana Angelica, a farle da sipario, poi la prospettiva spiazzante, meno ariosa delle altre, quasi timida nel suo protendersi tra i palazzi.
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Antinucci, un cantautore al di fuori degli schemi e dei compromessi, uno che con la musica ci sa fare, ha raccontato, un paio di anni fa, della pioggia che sferza la Piazza e di un viaggiatore notturno che la attraversa.
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Ci sono, nell'anima, sfumature comuni che riescono a generare risonanze tra gli uomini: le note di Luigi sanno della malinconia nostalgica del centro deserto, delle luci indifferenti delle case, del silenzio urbano che echeggia nella notte torinese.
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Percorrevo, giorni fa, quella piazza nel freddo del tardo autunno e mi capitava di spaccare l'acqua di una pozzanghera con i miei passi, per riprendere alcuni versi della canzone.
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Poi, distrattamene, il pensiero è andato al prossimo match domenicale, quello del Toro, quello che non ci sarebbe stato per far posto al lungo show mondiale. La mente ha le sue abitudini e novembre e dicembre sono mesi da calcio vero: vuotarli della loro vocazione è quasi una violenza.
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Mentre lo show qatariota si dipana, qui si svolgono riti estranianti: il ritiro della squadra, traslato dai mesi estivi e riproposto, con gli stessi rituali, nel cuore dell'inverno, la ricerca del caldo invece che del fresco, il sud della Spagna al posto della verde Austria.
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Il vuoto viene riempito a forza dal calciomercato, che diventa prematuro motivo d'interesse a un mese dall'apertura delle contrattazioni, quando c'è poco o niente da dire e su ogni spiffero si costruiscono bufere di parole.
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Sono contraddizioni che ci ricorderemo come una grottesca parentesi, e per che cosa, poi?
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Per la solita vecchia minestra: un'infinità di partite per arrivare alla finale più scontata, quella che molti speravano non arrivasse mai. E per il contorno della solita nazionale Carneade, propinata come bella favola e sacrificata, in prossimità del traguardo, all'ovvio.
Domenica ci sarà l'atto conclusivo, poi il baraccone verrà smontato (nel vero senso della parola, sembra: ho letto di uno stadio costruito con i container, come una gigantesca costruzione di Lego, destinato ad essere disassemblato in fretta) e ritorneremo, ci si augura, alla normalità.
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Speriamo che l'eredità dell'evento, fatta di fuorigioco semiautomatico e di recuperi lunghi come tempi supplementari, non sia troppo gravosa da sopportare. E che il continuo ricorso alla moviola, che ormai impedisce perfino di esultare dopo il goal, nell'attesa dell'immancabile controllino, non trasformi lo spettacolo in una brutta copia degli sport americani (guarda caso, il prossimo mondiale si svolgerà a cavallo tra Canada, Messico e Stati Uniti. Che si stia cercando di addomesticare il calcio ad uso e consumo di un nuovo pubblico?).
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Noi che abbiamo memoria di partite disputate nel gelo, riflessi di gare tanto lontane che non si riesce più a dire con certezza se sono state vissute o solo sognate (a proposito, qualcuno ricorda una partita di Coppa Italia, intorno alla metà degli anni Ottanta, in cui si era in quattro gatti allo stadio e la gente si era portata le coperte da casa, talmente il barometro era sceso giù? Se sì, scrivetemelo nei commenti, grazie), in questo periodo avremmo bisogno di ben altre emozioni.
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Ho appena saputo della morte di Mihajlović. Desidero salutarlo coi versi di Francesco Guccini:
"Voglio però ricordarti com'eri
Pensare che ancora vivi
...
Che come allora sorridi
Che come allora sorridi"
Ciao, Siniša.
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