Nuovo appuntamento con "Lasciarci le penne", la rubrica a cura di Marco Bernardi
Rimmel
Francesco De Gregori
Album Rimmel (1975) RCA Italiana
Una frase di Rimmel di De Gregori mi ritornava in mente negli scorsi giorni.
Aleggiava come i brani di sottofondo nei supermercati o nelle sale d'attesa, quelli che non si riesce a mettere a fuoco, che ci sono, ma sembrano non esistere, come fantasmi musicali.
Rimmel la conosciamo tutti, è una delle canzoni iconiche di De Gregori, una di quelle che tutti canticchiamo senza più nemmeno badare al testo, parole che narrano la storia di un amore finito che si trasforma in vago ricordo e lascia, come unica traccia di sé, una fotografia in cui lei sorride e non guarda.
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Ma torniamo alla frase che mi tormentava, ovvero quella in cui il protagonista, deluso, concede che la donna sovrapponga la faccia di lui a quella di qualcun altro.
Quella sovrapposizione di volti mi riportava alla mente il siparietto dei cambi di maglia dei giocatori coinvolti nelle dinamiche di calcio mercato; sovrapposizione di maglie e non di facce, ma medesima straniante esperienza che il più delle volte lascia indifferenti, talvolta addirittura solleva e, raramente, stupisce.
In quel bizzarro tourbillon di divise e volti anonimi, si fatica ad accettare che un giocatore simbolo utilizzi le stesse espressioni e lo stesso entusiasmo nell'indossare una nuova maglia, nel sovrapporre un'altra maglia a quella che era stata la sua, come se le parole di circostanza fossero cerone che nasconde i lineamenti e trasforma una faccia nota in un'altra del tutto nuova.
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Nel sentire le solite frasi di circostanza, le dichiarazioni d'amore abusate, le banalità da ufficio stampa, si prova una sorta di sbigottimento che si fa, subito dopo, consapevolezza della finzione.
Perché è la finzione la base del gioco, di un intero sistema fatto di scambi di figurine e sovrapposizione di maglie.
Quando il cerone si sfalda, quando il rimmel scivola via, il rischio è che sotto tutti quegli strati di trucco non ci sia niente.
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L'unico elemento reale dell'intero meccanismo siamo noi tifosi, mentre, se si eccettuano i rari giocatori che alla maglia si sono fusi fino a diventare una cosa sola con quel colore -come da noi successe, per esempio, a Pulici- il resto è solo sovrastruttura, marketing e ridondanza.
Pensiamo alle celebrazioni del 4 maggio e al rito della lettura dei nomi degli Scomparsi enunciati dal capitano di turno: a Superga i nomi dei Caduti dovrebbe leggerli uno di noi tifosi, uno qualunque.
Anzi, dovrebbe declamarli un vecchietto, uno degli ultimi superstiti di chi vide il Grande Torino, a nome di tutti quelli che lo videro e non ci sono più.
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E a nome di tutti quelli che non lo videro perché sono venuti dopo, ma lo ricordano lo stesso, come se lo avessero visto davvero.
Quel vecchietto, sì che sarebbe degno di leggerli, quei nomi, perché lui non ha sovrapposto altre maglie a quella granata e questo lo rende unico.
Ed è come tutti noi, semplici tifosi, ultima ruota del carro del sistema, che a quella maglia non potremmo mai sovrapporne altre.
Questo ci rende unici.
Tutto il resto non conta niente.
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