Cosa ci lascia questo Mondiale? La Spagna vince e insegna, Messi è eterno
Per la terza Coppa del Mondo consecutiva l'Italia è rimasta a guardare. Da spettatori e, purtroppo, non da protagonisti, abbiamo vissuto un mese di calcio fatto di emozioni, delusioni, sorprese e lezioni che vanno ben oltre il risultato finale. C'è chi ha confermato la propria grandezza, chi ha visto infrangersi i propri sogni e chi, ancora una volta, ha ricordato a tutti cosa significhi davvero giocare questo sport. Perché ogni Mondiale lascia qualcosa. E quello del 2026 lascia molto più di un semplice vincitore.
Vince il collettivo
Ancora una volta il calcio ha dimostrato di essere, prima di tutto, uno sport di squadra. La Spagna conquista il Mondiale e lo fa attraverso il collettivo, il gioco e una programmazione costruita negli anni. La Roja di Luis de la Fuente illumina e, soprattutto, insegna calcio alle altre 63 Nazionali presenti (e anche a molte di quelle rimaste a casa), mostrando come si arriva ad alzare una Coppa del Mondo. È la seconda della sua storia dopo quella del 2010. Un cammino praticamente perfetto, iniziato senza troppo clamore con il pareggio all'esordio contro Capo Verde e culminato eliminando, una dopo l'altra, Portogallo, Belgio, Francia e infine Argentina. E senza nemmeno un Lamine Yamal nella sua versione migliore. A prendersi la scena è stato il gruppo, capace di mandare in gol tanti protagonisti diversi e di chiudere il torneo con numeri impressionanti: 14 reti segnate, appena una subita e la possibilità, tra quattro anni, di difendere il titolo davanti al proprio pubblico.
Messi infinito a 39 anni
"Quanto è forte quel ragazzino lì". Qualcuno, forse, lo avrà pensato davvero. Lionel Messi, a 39 anni sulla carta d'identità, ha dimostrato ancora una volta perché la parola "fine" accanto al suo nome sembri non esistere. Al di là di ogni polemica o complottismo, è stato lui a trascinare un'Argentina che, alla vigilia, non figurava certo tra le principali favorite fino alla seconda finale mondiale consecutiva. Otto gol, quattro assist e l'ennesima collezione di record raccontano solo in parte il suo torneo. Perché fermarsi ai numeri sarebbe riduttivo. Ogni volta che il pallone passava dai suoi piedi, l'Albiceleste cambiava volto e, in più di un'occasione, evitava un'eliminazione che sembrava ormai inevitabile. La tripletta all'esordio contro l'Algeria è stata soltanto il preludio di un Mondiale monumentale, che Messi avrebbe anche potuto scegliere di non giocare dopo il trionfo del 2022. Invece ha deciso di regalare un'altra estate di magia al calcio mondiale, fermandosi soltanto all'ultimo passo. Lo ha fatto con la consapevolezza di aver dato tutto per il suo Paese e per lo sport che ha segnato un'epoca. E allora, davanti a quello che è stato probabilmente il suo ultimo grande ballo sul palcoscenico mondiale, resta una sola parola per il giocatore più forte del secolo e della storia: grazie.
Le delusioni: dalla Turchia al Brasile...
Se la Spagna ha vinto, tutte le altre hanno perso. C'è però chi ha deluso le aspettative più di altri, per un motivo o per un altro. La prima in ordine di tempo è sicuramente la Turchia di Vincenzo Montella, arrivata al Mondiale con l'etichetta di possibile outsider, un po' come la Norvegia. Invece la Nazionale delle stelle Arda Güler, Kenan Yildiz e Hakan Çalhanoğlu saluta la competizione già ai gironi, eliminata in un raggruppamento tutt'altro che proibitivo con Stati Uniti, Australia e Paraguay. Proprio quest'ultima, autentica sorpresa del torneo, elimina poi la Germania ai rigori nei sedicesimi di finale. I tedeschi vengono condannati alla terza eliminazione consecutiva anzitempo dopo la vittoria del 2014. Destino simile anche per il Brasile di Carlo Ancelotti, travolto dalla Norvegia agli ottavi di finale. L'immagine simbolo dell'eliminazione verdeoro è quella di Neymar in lacrime, all'ultima apparizione mondiale della sua carriera. E ancora l'Olanda dal potenziale altissimo che esce nell'anonimato ai rigori con il Marocco sempre agli ottavi.
...fino all'harakiri di Tuchel e la fine di Deschamps
Le delusioni più grandi, però, restano Portogallo, Inghilterra e Francia. I lusitani sono senza dubbio la Nazionale che rende meno rispetto alle aspettative: steccano i leader, da Vitinha a Bruno Fernandes, fino a un Cristiano Ronaldo ormai molto lontano dai suoi giorni migliori e che decide di non fare un passo indietro. Alla fine CR7 sembra quasi incolpevole all'interno di una squadra che esprime un calcio povero di idee. Roberto Martínez sbaglia praticamente ogni scelta e il Portogallo esce agli ottavi senza lasciare traccia. Se il ct portoghese delude, Thomas Tuchel riesce addirittura a fare peggio. L'Inghilterra, probabilmente la sua rosa più forte degli ultimi anni, si ferma in semifinale contro l'Argentina. Dopo essere passati in vantaggio, i Tre Leoni arretrano il baricentro già dal 60', con il tecnico tedesco che inserisce difensori su difensori nel tentativo di difendere l'1-0. Una scelta che si trasforma in un autentico harakiri: l'Albiceleste ribalta il risultato e vola in finale. Infine la Francia, forse la Nazionale con il maggior talento individuale del pianeta. I Bleus arrivano fino alla semifinale, ma contro la Spagna vengono completamente annullati. Si chiude così l'era Deschamps sulla panchina francese, mentre un fenomenale Kylian Mbappé può consolarsi soltanto con il titolo di capocannoniere del torneo.
Il nuovo format convince a metà, così come gli Stati Uniti
Il Mondiale 2026 è stato anche quello dell'introduzione del nuovo format a 64 squadre, sedici in più rispetto alle edizioni precedenti. Un esperimento, che introduce i sedicesimi di finale, ma che lascia sensazioni contrastanti. Da una parte troppe partite dal livello tecnico modesto e Nazionali apparse decisamente fuori contesto. Dall'altra la possibilità di vedere realtà emergenti scrivere pagine di storia, come il sorprendente Capo Verde. Il bilancio, dunque, resta sospeso: il format non boccia il torneo, ma nemmeno convince del tutto. Più apprezzate, invece, alcune novità regolamentari, dai richiami del VAR su errori evidenti relativi a corner e ammonizioni fino alle misure per limitare le perdite di tempo. Molto meno riusciti, invece, i tre minuti di cooling break: finiscono spesso per spezzare il ritmo della partita, trasformando il calcio in qualcosa di diverso. Anche gli Stati Uniti, Paese organizzatore insieme a Canada e Messico, lasciano un'impressione a metà. L'organizzazione è stata all'altezza dell'evento, con impianti moderni e stadi spettacolari che hanno fatto da cornice a un grande spettacolo. A macchiare il torneo, però, ci hanno pensato alcune decisioni della Fifa. Su tutte la revoca del cartellino rosso a Balogun. Una scelta che ha fatto discutere e sulla quale, secondo molti, avrebbe pesato anche lo zampino di Donald Trump. Lo stesso Trump che, nel giorno della finale, con le sue manie di protagonismo ha rischiato di rubare la scena alla Spagna durante il momento più atteso: l'alzata della Coppa del Mondo. In ogni caso cala il sipario sull'evento calcistico più bello del mondo. Da oggi il conto alla rovescia ricomincia lentamente: quattro anni di attesa, nella speranza che la prossima volta anche l'Italia possa tornare a esserne protagonista.
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