De Rossi, Gattuso e la guerra al web: chi può parlare di calcio?
"Viviamo in un’epoca di comunicazione particolare e voi giornalisti veri siete le prime vittime. Uno si sveglia, si compra le cuffiette, si compra la webcam e diventa intenditore di calcio, esperto di calcio, usando un vocabolario imbarazzante". Una risposta, in una qualunque conferenza stampa, può scatenare una discussione molto più ampia e delicata di quanto sembri. Questa volta arriva da Daniele De Rossi, alla vigilia di Parma-Genoa, chiamato a rispondere sulla pressione che sta vivendo in queste settimane. Il tecnico rossoblù sceglie di spostare - diciamo anche sviare - il discorso sulla comunicazione e sul mondo del web, con una critica che sembra rivolgersi a chiunque oggi possa improvvisarsi esperto di calcio davanti a una webcam. Ma è davvero così? Perché dietro quelle parole si apre una questione molto più grande: chi può parlare di calcio, oggi? E soprattutto, cosa rende davvero qualcuno credibile quando lo fa?
La contraddizione di De Rossi
Probabilmente De Rossi - che ha peccato di sufficienza e superficialità - non ce l'ha con il web in quanto tale, ma con quella parte di universo digitale che ha trasformato la provocazione in un metodo e l'attacco personale in un contenuto. Il problema è che il web ha fatto esattamente quello che lo stesso De Rossi, qualche mese fa, chiedeva di fare al sistema degli allenatori: abbattere le barriere all'ingresso. Parlando dei patentini, il tecnico aveva utilizzato l'esempio del fornaio: "Se io all'Ostiamare voglio portare uno che fino al giorno prima faceva il fornaio perché penso che sia bravo, qual è la necessità del patentino?". Il principio era chiaro: il percorso può essere importante come formazione, ma non dovrebbe diventare necessariamente un lasciapassare che impedisce a chi non ha il curriculum giusto di dimostrare il proprio valore. E allora perché dovrebbe essere diverso quando si parla di comunicazione? Una volta c'era il tifoso da bar, oggi quel tifoso può accendere una webcam, aprire un canale e costruirsi un pubblico. Il web ha amplificato il fenomeno, non lo ha inventato. Ha portato in superficie anche tanta improvvisazione, certo, del resto lo stesso Umberto Eco diceva: "I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli". Ma ha permesso anche a persone competenti di trovare uno spazio che prima non avrebbero avuto.
Gattuso si accoda a De Rossi
Ed è qui che entra anche Gennaro Gattuso, che dopo la vittoria della Lazio sul Venezia ha rincarato la dose: "Sono d'accordo con De Rossi, c'è gente che mette le cuffie davanti a uno schermo e si improvvisa giornalista. Ormai i social sono incontrollabili. Voi dello studio siete bravi, guardate le partite e ne sapete, a differenza di chi fa un altro lavoro, spara giudizi e non sa niente". Il passaggio più discutibile non è la critica a chi insulta o parla senza sapere, perché quella è sacrosanta. È l'equazione tra "fa un altro lavoro" e "non ne sa". Perché il mestiere che una persona svolge dalle nove alle sei non dovrebbe stabilire la qualità della sua opinione sul calcio. E, soprattutto, perché nel frattempo anche molti dei giornalisti tradizionali che De Rossi vuole difendere sono entrati nello stesso spazio digitale. Podcast, YouTube, Twitch, Instagram, video Tik Tok e dirette. La frontiera non è più così netta.
Qual è la verita?
Il punto, allora, non è stabilire se il web sia buono o cattivo, né se serva un patentino per poter parlare di calcio. Il punto è capire cosa rende credibile chi lo racconta. Il giornalismo professionale ha ancora un valore enorme: ha strumenti, responsabilità, verifica delle fonti e una storia che il mondo dei social non può semplicemente cancellare. Ma proprio per questo non dovrebbe avere bisogno di guardare il digitale come un nemico. Dovrebbe piuttosto evitare di inseguirne i meccanismi peggiori: la provocazione a tutti i costi, il titolo costruito per il clic, il giudizio urlato. Perché nel frattempo realtà come Cronache di Spogliatoio hanno dimostrato che partendo dal nulla sul web si può costruire una comunicazione calcistica competente, approfondita e capace di raggiungere un pubblico enorme. E la stessa Cronache di Spogliatoio è frequentata da ex calciatori, telecronisti, giornalisti e creator o influencer. Il mezzo non certifica la qualità, né la cancella.
E poi c'è un'ultima domanda, forse la più scomoda. Il fatto di aver giocato a calcio è un lasciapassare per parlare di calcio? Se così fosse, Antonio Cassano avrebbe automaticamente più titolo di chiunque altro a farlo, anche quando usa sui social toni o termini discutibili. Ma non funziona così. Aver giocato può dare una prospettiva che altri non hanno, esattamente come essere giornalista o appassionato di calcio può dare strumenti che un ex calciatore o allenatore non possiede. Né il tesserino né il curriculum da giocatore sono una patente di infallibilità. Alla fine restano le stesse cose: quello che dici, come lo argomenti, quanto conosci ciò di cui stai parlando e, soprattutto, quanto sei disposto a riconoscere di poter sbagliare. Il problema non sono le cuffiette. È cosa ci metti dentro.
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