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Qualcuno abbracci Paolo Vanoli

Davide Bonsignore
In un mondo di manager e pianificatori, scegliamo sempre l’amore e la passione

Concediamoci un momento per noi stessi. Fermiamoci a riflettere e chiediamoci se quello che stiamo diventando ci piace. Ognuno di noi può farsi un esame di coscienza, tornare indietro di 5, 10, 40 anni, tornare al momento in cui ha espresso per la prima volta la propria passione per il calcio. Cosa vedete? Io non vedo un ambiente asettico, non vedo grafici, bilanci, rosso, verde. O meglio, non solo questo. Vedo anche la passione: vedo le grida, i pianti, gli attimi di gioia, le urla strappate in gola. Vedo un bambino che ammira i propri idoli, che trema nel fare una foto con loro, che spera un giorno di poter diventare come loro o, intanto, di poter esultare ancora per una volta, con loro. Mentre gli idoli cadono e le bandiere sono a mezz’asta, quando ancora esistono, senza possibilità di sventolare un altro labaro d’amore, chiunque scelga di non aggrapparsi agli ultimi dei romantici sappia di essere complice. E forse, un giorno, dovrà rendere conto al bambino che una volta si innamorò del gioco del calcio.

Oggi non si parla più di colori, si parla di settori. Non si parla di più di maglie, si parla di progetti. Non si sceglie più un’idea in senso astratto, ma in senso numerico. E si faccia attenzione, questa non vuole essere una critica lanciata al vento come a dire che si stava meglio prima. Anche perché, chi scrive, un prima forse neanche l’ha mai visto. Ma osservare e prendere parte agli strascichi di un sentimento che, affidandosi troppo all’economia, sta sparendo, è in grado di far venire la malinconia di un contesto temporale che neanche si è vissuto. Un po’ come guardare Beverly Hills alla tv: non serve aver vissuto l’America degli anni ’90 per provare anche un piccolo desiderio di affiancare Brendon in una di quelle sue platoniche lotte di classe tra chi è Papa e chi, invece, “soltanto” Cardinale. La direzione che sta prendendo il mondo del calcio non è una direzione negativa in assoluto. Sicuramente un’attenzione maggiore all’economia in un settore tanto più anacronistico quanto più espanso a livello finanziario non può che giovare al contesto in cui, inevitabilmente, tra poco tempo ci ritroveremo – se già non lo facciamo –. Ma dall’altra parte, non riuscire a vedere l’impossibilità di gestire una tifoseria come una normale clientela – o, forse, la mancanza di volontà di farlo – rende cieco chi di diottrie ne ha undici su dieci.

Ogni piazza - mentre continua a ripetere ostinatamente e quasi ossessivamente la propria diversità, quanto più che un tifo sia una fede, un’ideologia, un modo di essere – deve fare i conti con l’inesorabile decadenza del proprio senso lato. Ricordate la metafora del cane? Se legato a un carro con un guinzaglio, farà molta meno fatica se corre anziché farsi trascinare. Così, chi rimane al passo coi tempi forse riesce a sopravvivere. Chi si evolve, forse monta le branchie per respirare in questo acquario. Ma non accorgersi che c’è ancora chi, senza saper nuotare, prova a rimanere a galla con il proprio boccaglio fatto di romanticismo, è un errore da orbi. Nel continuo lamentarsi della perdita della propria unicità, ogni azione che si compie non fa che assecondare questa direzione. Perché se nel calcio, oggi, contano più i numeri della passione, la colpa non è di chi “sta al potere”. La colpa è di tutti. Non possiamo permetterci di rinnegare chi ancora cerca di esprimere passione.

Allora arriviamo a Paolo Vanoli. Sicuramente nel finale di stagione avrà perso il controllo della squadra, ma guardando al Torino non possiamo non vedere la gravità dell’errore: mandare via Vanoli? Proprio quando la piazza, per una volta, stava provando a sopravvivere nel modo giusto… “ZAC!”, spezzato il legame che poteva permetterle di aggrapparsi all’ultimo treno della tendenza odierna senza snaturare la propria identità. E ora non si permettano a Firenze di fare lo stesso errore. Non ha portato allo scudetto una squadra distrutta nell’orgoglio? Non è riuscito a riportare in zona Europa una squadra demoralizzata e in preda all’agonia dello spettro retrocessione? Cosa pretendete? Ha fatto molto di più. Ha preso un gruppo senza più niente che lo spingesse ad andare avanti e gli ha ridato dignità. Gli ha regalato una forza interiore che se ognuno di noi imparasse ad averla nel quotidiano sarebbe in grado di diventare la versione migliore di se stesso. E l’ha fatto con il cuore. Non nascondiamoci dietro alla manfrina patriarcale che se un allenatore non urla in campo allora non ha passione, non ci mette l’anima. Non è quello. Vanoli non è con le grida in campo che dimostra di essere un Uomo, ma è con tutto quello che c’è intorno. Con l’amore che prova verso i propri ragazzi, verso i propri colori, verso una piazza alla quale vuole ridare la brillantezza di un tempo. E se una persona del genere dice di vivere al campo di allenamento e che forse, tra due mesi, sarà sfrattato da casa sua, nessuno osi negargli un abbraccio. Non siamo complici. In un mondo di numeri, scegliamo Paolo Vanoli.