Calciomercato senza prestiti e comproprietà?
Dopo il buon esito scaturito dalla risoluzione dei prestiti delle comproprietà, anche e soprattutto in virtù degli anni e delle gestioni passate, molti tifosi hanno in un certo senso 'alzato bandiera bianca'. Stanchi di vivere giornate, per non dire settimane intere, in trepida attesa. Meglio puntare solo ed esclusivamente su giocatori di proprietà, in modo tale da non condividere con altri il proprio ‘destino mercatale’.
NON E’ SEMPLICE – Sarebbe bello poter tornare ai tempi in cui tutte le società italiane puntavano esclusivamente sulle proprie forze. Niente comproprietà e quando di parlava (scriveva) dei vari prestiti, i giocatori in questione erano giovani da mandare a farsi le ossa, oppure vecchi campioni da ricostruire. Per il resto, solo trattative decise e chiuse senza troppi giri di parole: erano gli anni ‘90 (anche ‘80), c'era ancora la lira. Quando a giocarsi lo scudetto, almeno ad inizio stagione, vi erano potenzialmente sette squadre. Bei tempi.
I SOLDI SONO FINITI – Tanti ragazzi, cresciuti appunto a cavallo tra gli anni ’80 e 90’, hanno imparato ben presto a pronunciare il termine ''crisi''. D’altronde, non si parlava d’altro: in tivù, sui giornali e riuniti attorno al tavolo per la cena. Erano ''discorsi da grandi'', ma anche i più piccoli a furia di sentirli e risentirli hanno imparato a capire. E crescendo, anche a commentare. ''Son finiti i soldi'': quante volte ho sentito questa frase. E anche nel calcio è così: in Italia, i soldi son finiti da un pezzo. Lassù, ai piani alti, si sono tanto impegnati per elidere le comproprietà: così invise ai tifosi. ''Ci stiamo lavorando – quel messaggio registrato e mandato a ripetizione –. Esistono solo in Italia e andrebbero rimosse''. Da qui, poi, la possibilità di rinnovare una compartecipazione ogni volta che lo si desidera. Per la serie: stanno davvero pensando di toglierle…
ITALIA-RESTO DEL MONDO – La realtà è un’altra: a tutti farebbe piacere eliminare il giochetto delle compartecipazioni, adeguandosi quindi al Resto del Mondo. Ma in questo momento non ci sono le basi per farlo. Senza questo tipo di operazioni, nessuno avrebbe la forza di investire. Basta ricordare la Fiorentina del dopo fallimento: tornata in serie A, solo prestiti, compartecipazioni e buste. Come quella di Jorgensen, nella quale entrambe (Fiorentina e Udinese) non misero un solo euro: scena impietosa. Un aneddoto più recente, invece, può aiutare a capire davvero quanto siano limitate le risorse dei club italiani. È il caso di Benjamin Mendy e Jordan Lukaku: entrambi disponibili ad approdare in Italia a gennaio per la cifra di circa 500mila euro. In quel momento – ci raccontano fonti molto vicine ai giocatori – i vari club nostrani non erano pronti ad investire tali somme. Pochi mesi dopo vi fu l’esplosione dei due – Jordan Lukaku a febbraio ha vinto il Torneo di Viareggio con l’Anderlecht – ed ora per Mendy servono 4 milioni e per Lukaku almeno due e mezzo. Affari completamente sfumati? Non è detto. Ma i viste le scarse risorse, un pizzico di coraggio (misto ad opportunismo) in più, non sarebbe affatto un difetto.
Manolo Chirico
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