Cosa succede quando il Toro non sceglie il "prestito con diritto di riscatto"?
Se c'è una cosa che il Toro ha insegnato negli ultimi anni, anzi negli ultimi decenni, è che gli acquisti a titolo definitivo sono l'eccezione, non la regola. Una strategia all'insegna della prudenza, spesso anche dell'eccesso di prudenza, visto che in più di un'occasione il diritto di riscatto non è stato esercitato anche a fronte di un'analisi di campo differente, lasciando la squadra punto e a capo pochi mesi dopo. Ogni tanto, però, qualche acquisto a titolo definitivo è arrivato. È successo con Schuurs, Bellanova, Casadei e, nell'ultima estate, con Fitz-Jim e Mascardi. Operazioni in cui il Torino ha scelto di acquistare subito il cartellino del giocatore, senza formule di passaggio o clausole da rimandare al futuro. Investimenti rari, proprio per questo ancora più significativi. Ma, alla prova dei fatti, quanti di questi hanno davvero ripagato la fiducia della società?
Le uniche due vere operazioni riuscite
Se si guarda agli acquisti a titolo definitivo immediati degli anni più recenti, le operazioni pienamente riuscite sono sostanzialmente due. La prima porta il nome di Perr Schuurs. Nell'estate del 2022 il Torino investe 9 milioni di euro per strapparlo all'Ajax e l'olandese ripaga pienamente la fiducia, diventando il perno della difesa granata. La sua sarebbe stata una plusvalenza certa, come dichiarato dallo stesso giocatore, che affermò di aver ricevuto per lui offerte superiori ai 35 milioni. L'infortunio al ginocchio nel 2023 compromise la carriera al Toro e il suo futuro. È stata più redditizia sia a livello tecnico che economico l'operazione Raoul Bellanova. Acquistato dal Cagliari per 7 milioni di euro, disputa una stagione da protagonista assoluto e appena dodici mesi dopo viene ceduto all'Atalanta per 25 milioni di euro. Una plusvalenza enorme e probabilmente il miglior investimento del Torino degli ultimi anni. Con la nota dolente di averlo venduto a mercato quasi scaduto e senza un rimpiazzo adeguato.Gli altalenanti e i punti interrogativi
Non tutti gli acquisti, però, si possono dividere nettamente tra promossi e bocciati. Ci sono anche quei giocatori che hanno lasciato un'eredità più sfumata, tra prestazioni positive, periodi difficili e un rendimento comunque utile alla causa granata. È il caso di Antonio Sanabria. Acquistato per 6,5 milioni di euro, il paraguayano ha vissuto stagioni di alti e bassi, senza mai trasformarsi nel centravanti da doppia cifra con continuità che il Torino cercava. Eppure, con oltre 40 gol in maglia granata, ha comunque lasciato un segno importante. Un discorso simile vale per Karol Linetty: i 7,5 milioni investiti non hanno portato un giocatore in grado di fare la differenza, ma un centrocampista affidabile, capace di attraversare cinque stagioni rimanendo sempre nelle rotazioni, al di là dei suoi limiti tecnici. Copia e incolla per Adrien Tameze, che però è costato solo 2,7 milioni, ha giocato meno ed è stato solo tre anni in granata. Anche Mergim Vojvoda e Guillermo Maripan meritano un giudizio meno netto. Il kosovaro, acquistato per 5,5 milioni di euro, ha alternato prestazioni convincenti ad altre decisamente meno, pagando soprattutto alcune lacune difensive. Allo stesso tempo, però, ha mostrato qualità tecniche che probabilmente a Torino non sono mai state valorizzate fino in fondo, come dimostra anche il successivo percorso al Como, culminato con la qualificazione in Champions League. Maripan, invece, ha fatto intravedere la sua esperienza e la sua leadership soprattutto nei momenti in cui è stato chiamato in causa, senza però riuscire a imporsi con continuità come punto di riferimento della difesa.
Diverso il discorso per Sebastian Walukiewicz. Arrivato dall'Empoli per 4,7 milioni di euro, il centrale polacco non è mai riuscito a convincere pienamente in maglia granata. La sua avventura, però, si è conclusa senza generare una minusvalenza: il Sassuolo lo ha infatti riscattato per circa 5 milioni di euro, permettendo al Torino di rientrare dell'investimento. Ci sono anche gli acquisti il cui verdetto è ancora rimandato. Saul Coco, costato oltre 8 milioni di euro, ha spesso pagato errori individuali e qualche disattenzione di troppo, ma è rimasto un titolare praticamente fisso, segno della fiducia riposta in lui dagli allenatori. Ancora più significativo il caso di Cesare Casadei. Per strapparlo al Chelsea il Torino ha investito 13 milioni di euro, una delle somme più alte della gestione Cairo. Nella scorsa stagione il centrocampista ha già messo a referto sei gol, lasciando intravedere qualità importanti, ma la sensazione è che il suo potenziale sia ancora largamente inespresso. Saranno le prossime stagioni, a partire da questa, a stabilire se quell'investimento avrà davvero ripagato le aspettative.
Flop e scommesse perse
Non tutti gli investimenti, però, hanno dato i frutti sperati. Tra i casi più deludenti c'è quello di Zakaria Aboukhlal, arrivato per circa 8 milioni di euro. Una cifra importante per un giocatore che, almeno finora, non è mai riuscito a incidere come ci si aspettava, finendo ben lontano dall'essere quel salto di qualità che il Torino cercava sulle corsie offensive. E ora Abate proverà a cambiarne le sorti. Anche Franco Israel, acquistato per circa 4,5 milioni di euro per raccogliere la pesante eredità di Vanja Milinković-Savić, ha deluso le aspettative: le difficoltà incontrate nel corso della stagione lo hanno portato addirittura a perdere il posto a favore di Paleari, uno scenario che pochi avrebbero immaginato al momento del suo arrivo. Se questi sono i flop più recenti, negli anni non sono mancate le scommesse perse.
Nemanja Radonjic, costato appena 1,7 milioni di euro, aveva qualità tecniche fuori dal comune e, quando era ispirato, riusciva a fare la differenza. A tradirlo, però, è stata una continuità mai trovata e una mentalità che non gli ha permesso di esprimere fino in fondo il suo talento. Amer Gojak, pagato 1 milione di euro, era arrivato con aspettative importanti dopo essersi messo in mostra alla Dinamo Zagabria, ma il suo impatto in Serie A è stato praticamente nullo. Sorte simile anche per Magnus Warming, acquistato per la stessa cifra: una scommessa che non ha mai trovato spazio e che si è conclusa senza lasciare traccia. Nemmeno il reparto difensivo è stato esente da errori di valutazione. David Zima, arrivato dallo Slavia Praga per 5,9 milioni di euro, non è mai riuscito a compiere quel salto di qualità che ci si aspettava, alternando buone prestazioni a troppe incertezze. Ancora più amara la parabola di Saba Sazonov: pagato circa 2,75 milioni di euro, il georgiano non è riuscito a imporsi tra infortuni e difficoltà di rendimento e la sua esperienza in granata si è chiusa nel peggiore dei modi, con una separazione "rumorosa".
Il turno di Mascardi e Fitz-Jim
La conclusione, numeri alla mano, è piuttosto chiara: negli ultimi anni il Torino, quando ha deciso di investire subito sul cartellino di un giocatore, ha sbagliato più di quanto abbia indovinato. I successi sono stati pochi, i flop e gli investimenti che non hanno ripagato le aspettative decisamente di più. Un bilancio che chiama inevitabilmente in causa il lavoro di Davide Vagnati, il direttore sportivo che ha firmato tutte queste operazioni e che lascia in eredità un mercato con più ombre che luci. Ben diverso era stato il primo ciclo di Gianluca Petrachi. Anche allora gli errori non sono mancati, ma gli investimenti più importanti si sono trasformati in intuizioni vincenti. Basti pensare a Bruno Peres, acquistato per pochi milioni e rivenduto alla Roma per una cifra ben superiore, o a Bremer, pagato circa 6 milioni e diventato uno dei migliori difensori della Serie A prima della cessione alla Juventus per una cifra vicina ai 40 milioni di euro.
Adesso tocca di nuovo a Petrachi. Diego Mascardi, acquistato per 1,6 milioni di euro, e Kian Fitz-Jim, arrivato per 2,5 milioni, sono i primi due acquisti a titolo definitivo con un investimento monetario del suo secondo mandato in granata. Il primo rappresenta soprattutto una scommessa in prospettiva, il secondo un investimento contenuto per un centrocampista dalle qualità ancora tutte da sviluppare. Se saranno stati soldi spesi bene lo dirà soltanto il tempo. Resta però una riflessione che accompagna da anni il mercato del Toro. I prestiti con diritto di riscatto, se utilizzati con criterio, sono uno strumento intelligente: permettono di valutare un giocatore prima di decidere se investire definitivamente. In granata, però, troppo spesso sono sembrati più un alibi che una strategia. Un modo per rimandare l'investimento e limitare il rischio, salvo poi rinunciare al riscatto anche quando il calciatore avrebbe dimostrato di meritarselo. Più che una politica di costruzione, una filosofia di sopravvivenza. "Crescita", però, deve essere la parola chiave, se il Torino vorrà dimostrarsi, nel futuro prossimo, capace di compiere il salto di qualità che i tifosi pretendono.
© RIPRODUZIONE RISERVATA