Toro News Columnist 2 giugno 1946: lungimiranza granata

2 giugno 1946: lungimiranza granata

Marco Severini
Il Grande Torino e il manifesto per il referendum del 2 giugno 1946: "Siamo lavoratori e come tutti i lavoratori italiani voteremo per la REPUBBLICA"

La storia è una delle maggiori forme di conoscenza, anche se come disciplina è poco studiata, se non detestata. Da storico, cercherò di farvela amare perché riavvolgerò il nastro del passato attorno alla vicenda coinvolgente, entusiasmante, irripetibile del Torino Calcio. È una storia ricca e articolata, lunga 120 anni, che non mancherà di stupire. E visto che siamo alla vigilia del Due Giugno, la nostra festa nazionale – storicamente bistrattata rispetto a ricorrenze come il 25 Aprile o il Primo Maggio – partiamo proprio da 80 anni fa, dal 2 giugno 1946, la carta d’identità della cittadinanza repubblicana.

In un Paese mai toccato da fenomeni rivoluzionari e appena lambito da moti sovversivi (come la Settimana rossa del giugno 1914), la vicenda italiana ha presentato cesure storiche che si possono contare sulle dita di una mano. Una di queste è, indubbiamente, il 2 giugno 1946 allorché da sudditi siamo diventati cittadini di una Repubblica democratica, plasmata attorno ai diritti e ai doveri sanciti nella Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

L’epopea del Grande Torino ha segnato la ricostruzione morale e materiale di un’Italia uscita distrutta dalla Seconda guerra mondiale e da un ventennio dittatoriale. Liberata e riunificata, nella primavera del 1945, dall’avanzata alleata e dall’insurrezione partigiana, la penisola si trovava in condizioni particolarmente gravi: l’agricoltura era stata pesantemente colpita, parte dell’industria risultava danneggiata, molto consistenti risultavano i danni all’edilizia e ai trasporti; assai elevata era l’inflazione e gli italiani scarseggiavano di cibo, abitazioni e lavoro, mentre l’ordine pubblico destava forti preoccupazioni e al “vento del nord” prodotto a Nord dalla Resistenza si contrapponeva tensioni e agitazioni nel Mezzogiorno; il morale era per lo più basso. Dal canto loro, i partiti di massa avevano assunto fin dal 9 settembre 1943, il giorno dopo della proclamazione dell’armistizio, la guida del Paese, dando vita al Comitato di Liberazione Nazionale; essi insieme alla popolazione reclamavano le elezioni per l’Assemblea costituente.

In una società di massa il calcio e il ciclismo tornarono a regalare sogni ed entusiasmi, attirando l’interesse di milioni di tifosi che ripresero a commentare, seguire e partecipare al favoloso mondo del calcio tramite la radiocronaca (la prima di un match calcistico avvenne in Inghilterra nel 1927 e in Italia l’anno dopo) e i reportage dei giornali. Dopo due anni in cui al posto del campionato nazionale si erano giocate manifestazioni locali, il calcio italiano riconquistava la sua centralità. Il Grande Torino anticipò i nuovi tempi con due avvenimenti di grande rilievo.

Il 17 settembre 1945 andò in scena in Svizzera una gara dal significato storico: il Torino giocò, in amichevole a Losanna, la prima partita all’estero di una squadra italiana nel secondo dopoguerra, superando «ogni aspettativa». Il Losanna Sport era – annotò in seconda pagina La Stampa l’indomani – «una delle più quotate squadre svizzere», fondata nel 1896, mentre i granata, presentatisi in campo dopo «un allenamento sommario», si trovarono presto in condizioni di «assoluta inferiorità» a causa di un incidente capitato a Gabetto la cui caviglia si distorse nei primi minuti di gioco: il bomber tentò di continuare la gara portandosi «all’ala destra», ma dovette abbandonare il campo di lì a poco. Gli svizzeri passarono in vantaggio al 4’, ma furono ripresi al 30’ da capitan Mazzola e superati al 32’ da Ossola: a inizio ripresa, non essendoci «altro giocatore torinese disponibile», scese in campo l’allenatore granata Luigi Ferrero, mentre Ossola si trasferiva al centro dell’attacco; il Toro aveva ormai preso «la misura dell’avversario» e al 22’ del secondo tempo segnava ancora con Ossola, fissando il punteggio definitivo sul 3-1. Duplice il commento finale del reporter: «i campioni d’Italia hanno superato nettamente in tecnica l’avversario», seguito da questa nota generale: «Giornata calda, terreno ottimo. Presente il ministro d’Italia a Berna. Giornata di bella soddisfazione morale e sportiva per gli italiani». Il ministro d’Italia a Berna era l’avvocato leccese Egidio Reale (iscritto al Partito Repubblicano) che aveva collaborato con il futuro padre costituente Giuseppe Chiostergi il quale da 30 anni a Ginevra dispiegava un’intensa, coraggiosa attività antifascista. La soddisfazione morale e sportiva consistette non tanto nella vittoria quanto nell’idea di riportare per la prima volta all’estero un’idea di Italia vincente, affermatasi «brillantemente», come titolò il quotidiano torinese. Non è finita qui, manca l’elemento più importante: i granata indossarono nella maglia per la prima volta uno scudetto repubblicano, cioè senza il simbolo sabaudo, dieci mesi prima della nascita della Repubblica.

Inoltre, alla vigilia dello storico appuntamento del 2 giugno 1946, otto tra giocatori e allenatori del Grande Torino, per lo più repubblicani e di simpatie comuniste, firmarono un manifesto del Pci che invitava a votare repubblica (manifesto conservato presso l’archivio della Fondazione Istituto Piemontese Antonio Gramsci). Siglarono il documento Valentino Mazzola (lombardo di Cassano d’Adda), il bomber torinese Guglielmo Gabetto, il difensore Mario Rigamonti (lombardo di Capriolo), la mezzala fiumana Ezio Loik, il centrocampista Alfonso Santagiuliana (veneto di Cornedo Vicentino), il terzino Sergio Piacentini (toscano di Piombino), il portiere piemontese Alfredo Bodoira (nato a Mathi e riserva di Bagicalupo) e Antonio Janni (piemontese di Sàntena), calciatore granata per 19 anni (di cui due nelle Giovanili) e allenatore del Toro vincitore dello scudetto 1942-43. Insomma, una variegata rappresentanza italiana. Gli otto firmatari dichiararono: «Siamo lavoratori e come tutti i lavoratori italiani voteremo per la REPUBBLICA!». Dichiarazione sobria quanto efficace.

Il 2 giugno 1946, vigilia di Pro Livorno-Torino (0-3, 9 giugno 1946, con reti di Santagiuliana e doppietta di Ferraris), i granata presero parte votando all’atto di nascita della nuova Repubblica: le duplici consultazioni imposero uno stop di alcuni giorni a un campionato che riportò gli spettatori negli stadi, visto che, proprio grazie allo strapotere granata, il pubblico «sapeva già tutto, non indovinava più nulla»; invece i risultati del 30 maggio (con la sconfitta di misura nel derby) regalarono un’insperata coda. Tuttavia, il Toro vinse sei delle ultime sette partite, passeggiando in casa per 9-1, il 28 luglio, ancora ai danni del Livorno.

Il secondo scudetto consecutivo del Toro, terzo in casa granata, fu il primo conquistato dopo la nascita della Repubblica italiana e lanciò la storica volata degli Invincibili, facendo capire a un’intera nazione che la ricostruzione era avviata e che si poteva tornare a sognare.

Nella vita come nel calcio ci si può affermare in diversi modi: farlo con lungimiranza – cioè con la capacità di saper guardare lontano – non sono per tutti. Non dimenticatevi il monito di Paolino Pulici, espresso ai compagni di squadra prima di un derby nel tunnel che portava al Comunale: «Noi siamo il Toro, loro no». Non è solo una frase o un coro, ma l’essenza della fede granata.


Marco Severini insegna Storia dell’Italia Contemporanea e Storia delle Donne nell’Italia contemporanea presso l’Università di Macerata. Ha tenuto corsi e lezioni in Europa e negli Stati Uniti e ha vinto il Premio Nazionale di Cultura ‘Frontino-Montefeltro’. Da sempre grande tifoso granata, ha scritto Senso di appartenenza granata (2016) mentre al recente Salone Internazionale del Libro di Torino ha presentato, insieme a Davide Bonsignore di “Toro News”, il suo ultimo libro, 120 motivi (e anni) per tifare Toro (2026).