Cacciamani: ultimo baluardo o specchietto per le allodole?
C'era un tempo in cui il Torino aveva il migliore settore giovanile di Italia e sfornava giocatori di altissimo livello ad un ritmo forsennato. C'erano persone competenti ed appassionate che lavoravano con professionalità sopraffina e tanto, tanto cuore. Ovviamente granata. Ellena, Rabitti, l'avvocato Cozzolino, Sergio Vatta: personaggi quasi mitologici che nella loro semplicità resero il vivaio granata una fucina di talenti ineguagliabile. E poi c'era una struttura coesa, un ambiente compatto, non sempre facile perché le vicissitudini al Torino non sono mai mancate, ma c'era orgoglio e forte senso di appartenenza sopra ogni cosa e sopra ogni piccolo o grande interesse personale. Era un altro mondo, è vero, ma tutto è replicabile, anzi, spesso è addirittura migliorabile sfruttando l'evoluzione costante dei tempi che cambiano. Il Torino che conosciamo noi da sempre, quello di cui abbiamo nostalgia, è "morto" a metà anni Novanta quando Calleri fece razzia come i barbari su Roma delle ultime vestigie di un "impero" che aveva avuto con Borsano il suo canto del cigno. Ah, se non ci fosse stata Tangentopoli, forse la storia sarebbe andata a finire diversamente, ma, purtroppo non ne avremo mai la controprova! Dopo un decennio di agonia (i genovesi, Cimminelli...) l'arrivo di Urbano Cairo avrebbe potuto segnare la rinascita vera del Torino: c'era entusiasmo, c'era speranza, c'era un popolo che chiedeva solamente di rimettersi in cammino sulla retta via, che altro non era che la via "vecchia", quella che ha fatto comunque ha fatto da costante fil rouge alla storia, spesso tormentata, di questa società.
Per motivi che non staremo a sviscerare e di cui quasi tutti siamo a conoscenza, Cairo ha preferito seguire un altro percorso, discostarsi dalla strada maestra seguendo una rotta che, dopo 21 anni, possiamo con certezza affermare non ci ha portato dove avremmo voluto essere. Errare humanum est, per cui alcuni errori iniziali di Cairo potevano essere perdonati, se non addirittura giustificati, ma negli ultimi 10/12 anni il presidente ha sprecato un'occasione memorabile di fare, non un Toro grande, giacché probabilmente non è impresa così semplice nel calcio moderno, ma un Toro vero. Contando sulla possibilità di avere ogni anno circa 50 milioni di euro legati ai diritti TV (un importo che nessun presidente ha mai avuto, gratis, caduto dal cielo, come "budget" di partenza...) bastava riprendere il modello virtuoso che poneva il vivaio e il senso di appartenenza come capisaldi della società e oggi forse parleremmo di un Torino capace di ritornare protagonista come l'Atalanta, il Napoli, il Bologna o la Fiorentina. Invece di concentrarsi con le risorse a disposizione sulla costruzione delle fondamenta del mondo Toro (il Fila, il Robaldo, le professionalità nel settore giovanile, i giocatori bandiera) si è perso anno dopo anno ritardando ogni progetto (il Fila non è ancora terminato e il Robaldo si mette in moto ora dopo un iter di dieci anni!), tirando a campare sul settore giovanile (una svolta è arrivata solo negli ultimi anni con Ludergnani) e non costruendo mai un nucleo squadra che potesse negli anni crescere pezzo dopo pezzo. Oggi, alla ventunesima stagione, con la contestazione ormai ininterrotta, una tifoseria sfiduciata e allo stremo e le prime reali aperture verso la cessione della società, Urbano Cairo non riesce ancora ad andare in TV e promettere una cosa apparentemente banale come quella di non vendere Cacciamani. E questo perché in vent'anni non ha mai realmente dato forma ad alcun progetto credibile e di lungo respiro.
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Tutto quello che oggi si incomincia ad intravedere, a partire da un settore giovanile che ha finalmente rialzato la testa, è semplicemente il frutto di un' inerzia basata sulla bravura di alcuni professionisti, tra cui lo stesso Ludergnani e anche Petrachi dopo il suo ritorno, che tra mille difficoltà sono riusciti a seminare qualcosa e a provare a regalare una visione, se non di lungo periodo, impossibile da avere con questa proprietà, almeno di medio periodo. Se Cairo avesse fatto le cose, diciamo "alla Percassi", oggi potrebbe tranquillamente vendere Cacciamani perché la gente sarebbe sicura che dietro ci sarebbe un altro Cacciamani pronto ad esplodere o, in alternativa, al suo posto arriverebbe un nuovo talento scovato da una solida rete di scouting. Invece Cacciamani è e sarà fino alla fine del calciomercato croce e delizia per il tifoso granata: delizia perché è un interessantissimo prodotto del vivaio, croce perché si ha la paura che da un momento all'altro possa essere sacrificato sull'altare della plusvalenza senza avere nemmeno dimostrato il suo vero potenziale in granata. La Maratona ha fatto capire in occasione della partita col Vado con numerosi cori che la vendita di Cacciamani non sarà tollerata, ma al tempo stesso, come dicevamo, Cairo non può permettersi di promettere che ciò non avverrà: la società è economicamente debole e sul mercato ha disperato bisogno di vendere se vuole continuare a "comprare". Cacciamani rischia di diventare suo malgrado un simbolo ambiguo della realtà attuale del mondo Toro: da un lato per i tifosi un ultimo baluardo del DNA granata e del fascino e della forza del vivaio, dall'altro per la proprietà specchietto per le allodole di un progetto che non è mai stato un vero progetto.
Cosa avrebbe potuto fare Ludergnani se avesse avuto un presidente più illuminato ed appassionato di Cairo? Che settore giovanile avremmo oggi? Da quanti anni avremmo strutture funzionanti e persone competenti e ben pagate che ci lavorano dentro? Perché va bene Cacciamani, va bene Luongo, va bene vincere il Mamma e Papà Cairo e gli scudetti under 17 e 18, ma tutto questo potrebbe essere la punta dell'iceberg e non l'iceberg stesso se si fosse partiti a tempo e modo, vent'anni fa, e con una visione unica e globale che avesse racchiuso il senso della storia del Torino e l'esigenza di proiettarla nel calcio del futuro. Ecco perché vorrei un presidente che non avesse paura di vendere Cacciamani o di garantire che non lo farà. Vorrei un presidente che, molto semplicemente, o non avesse bisogno di farlo o, se anche lo facesse, avesse talmente tante altre alternative in sua sostituzione da fare vivere sereni noi tifosi...
ALESSANDRO COSTANTINO - Da tempo opinionista di Toro News, do voce al tifoso della porta accanto che c’è in ognuno di noi. Laureato in Economia, scrivere è sempre stata la mia passione anche se non è mai diventato il mio lavoro. Tifoso del Toro fino al midollo, ottimista ad oltranza, nella vita meglio un tackle di un colpo di tacco. Motto: non è finita finché non è finita.
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