D'Aversa, l'armata Brancaleone e quell'impresa ai limiti dell'immaginazione
Avrebbe meritato altra cornice, forse, questo "strano" Torino targato D'Aversa, se non fosse che la sua ragion d'essere affonda proprio le radici nella cause primarie del motivo per cui si è arrivati a tutto questo: a D'Aversa in panchina e alla gente fuori per protesta.
Avrebbe meritato altro sostegno, forse, questo "sgangherato" Torino di D'Aversa capace di momenti quasi "da Toro" (le rimonte con Inter e Sassuolo, il secondo tempo col Parma) e di lunghi tratti da ormai classico Effecci (l'orrenda partita di Pisa o di Cremona, il buio totale di Udine) che viaggia ad una media di 1,8 punti a partita, un ritmo quasi da Champions e comunque da coppe assicurate, nonostante una rosa assemblata così incoerentemente da fare sembrare l'Armata Brancaleone un disciplinatissimo reparto dell'esercito giapponese.
Avrebbe meritato uno spirito ed un entusiasmo diverso, forse, questo "illogico" Torino di D'Aversa che può incredibilmente ed inaspettatamente arrivare all'ultima giornata a poter scrivere una pagina tanto rara quanto importante della storia recente di questa società facendo uno sgambetto che sarebbe "storico" ai cuginastri bianconeri in caso di successo nel derby.
Personalmente mi dispiace che questi diciassette punti in poco più di un quarto di campionato siano un po' messi da parte da questioni che però sono assolutamente prioritarie ed ormai, dopo vent'anni, inderogabili. Diciassette punti che da un lato ci hanno fatto riassaporare il primo Mazzarri o la cavalcata del girone di ritorno dell'anno in cui, complice il Parma, Ventura ci riportò in Europa, ma dall'altro restano a monito del fatto che se non si fosse gestita malissimo la parte sportiva ed economica di mercato nell'era Vagnati (sempre ben inteso che le decisioni le prende Cairo e gli input e i budget li decide lui) con un allenatore "normale" come D'Aversa e con i giocatori un minimo motivati e messi a fare cose semplici e non castelli difensivi o altre boiate da professoroni del calcio, si parlerebbe di questa stagione con un minimo di dignità in più. Mi dispiace perché ci tocca scoprire solo negli ultimi mesi che Simeone è quel giocatore/trascinatore "da Toro" che tutti percepivamo sin dal suo arrivo perché figlio di cotanto padre e "caliente" come chi indossa la maglia granata dovrebbe essere, che Ebosse è un mistero del calcio e di come un panchinaro incallito al Verona (retrocesso), con tre rotture ai legamenti delle ginocchia alle spalle, possa magicamente diventare perno della retroguardia indossando, come un mantello di Superman, la maglia granata, che Ilkhan è il centrocampista più forte di tutti quelli che sinora hanno (inspiegabilmente) giocato al posto suo, che Zapata con tutte le sue primavere addosso, una fisicità importante e un infortunio devastante dal quale forse non si è ancora pienamente recuperato resta uno spauracchio per le difese avversarie per carisma, presenza e capacità di incutere ancora timore, che Vlasic non è più solo il fratello della campionessa di salto in alto Blanca Vlasic, ma un giocatore completo e universale che nel Torino di oggi è un fattore imprescindibile e, infine, che se sulle fasce metti gente con un standard tecnico veramente da Serie A (Obrador) o con almeno la voglia di correre ed essere parte attiva della partita (Pedersen) e non di passare la palla sempre indietro come ha fatto con costanza, tra l'altro lautamente retribuita, il buon Lazaro negli ultimi 4 anni, qualcosa di buono prima o poi salta fuori.
Il Torino di D'Aversa è in realtà il Torino di Cairo (mediocre, senza ambizione e senza spirito di appartenenza) al quale il tecnico ex Empoli, che non aveva nulla da perdere nei suoi quattro mesi di contratto a termine con cui è stato ingaggiato, ha dato un minimo di scossa e un po' di verve dimostrando che le motivazioni nello sport spesso fanno la differenza, sebbene non possano trasformare i ronzini in cavalli da corsa. Se giocatori che hanno una forchetta di rendimento che va, ipoteticamente parlando, dalla bassa zona Europa alla retrocessione vengono messi in un contesto societario in cui non gli viene chiesto nulla in termini di obbiettivi sportivi, con un ds più bello che bravo e un allenatore più moscio che bello, è chiaro che il rendimento di questo gruppo si sposterà verso la parte bassa della forchetta rischiando di portare la squadra alla retrocessione come effettivamente stava avvenendo. È bastato il ritorno di Petrachi a mettere ordine nella parte dirigenziale sportiva e l'allontanamento di Baroni per trasformare una squadra di "brocchi" in una squadra che, pur con tutti i suoi limiti, le sue amnesie e le sue contraddizioni, perlomeno stesse in campo con un senso e avesse anche qualche guizzo importante. Ora, io non so se D'Aversa sia da riconfermare o meno e non so nemmeno cosa possa fare in una stagione gestita dall'inizio alla fine se le premesse sono le solite, cioè vendita dei due o tre pezzi pregiati per esigenze di cassa, rinnovi o permanenza di giocatori che non danno nulla alla causa in pieno Lazaro style, mercato fatto di prestiti o affari basati più sulla sostenibilità economica dell'operazioni che sul loro impatto tecnico/sportivo, ma sono curioso di vedere come questo allenatore riuscirà a portare questa rocambolesca squadra a giocarsi il derby all'ultima giornata sapendo che potrebbe essere una partita con in palio punti pesantissimi da sottrarre alla Juve. Ecco, se io fossi, D'Aversa e mai riuscissi a fare qualcosa di improbabile quanto epico come fermare la Juve magari anche estromettendola dalla Champions ed entrassi per questo nella storia del Torino, andrei da Cairo e non firmerei nessun rinnovo: la gloria imperitura non va macchiata con cose banali come un nuovo contratto ed un successivo mesto esonero...
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