Il remake di Petrachi, la sfrontatezza di Abate e il convitato di pietra che spegne ogni entusiasmo
A Hollywood è uno dei capisaldi dell'industria cinematografica, il segreto di pulcinella che permette di fare milioni di dollari al box office, la stella polare degli sceneggiatori senza idee, l'apoteosi del principio del massimo risultato col minimo sforzo: il remake. Il remake è l'illuminazione che Gianluca Petrachi deve aver avuto quando Urbano Cairo ha deciso di rimetterlo in sella come ds del Torino al posto del "più bello che bravo" Davide Vagnati. Se nella vita ti è venuta bene una cosa, se per una volta hai avuto un'intuizione geniale, se quel tuo modo di fare ha funzionato bene una volta, perché non rifarlo, si deve essere chiesto il ds salentino.
Chiaramente come tutti i remake che si rispettino, per ricavalcarne l'onda del successo occorre prepararne il terreno a dovere onde evitare che il timing di uscita sbagliato li trasformi in miseri flop. E infatti Petrachi ha avuto la pazienza di aspettare: ha fatto passare il mercato invernale dove non c'erano le condizioni per incidere, ha puntato sul classico cambio di allenatore mettendo in sella D'Aversa quasi come un ds "qualunque", ma nel frattempo ha coltivato tenacemente l'idea di poter riportare in auge lo spirito di "quei giorni" finché il momento giusto è arrivato e la conferenza stampa di presentazione di Abate è stato il palcoscenico ideale per svelare al mondo la sua tela dell'artista e per lanciare in grande stile il suo "nuovo-vecchio" corso granata.
È stato un one man show quello messo in atto da Petrachi davanti ai microfoni e ai tanti giornalisti presenti, con Abate "declassato" da protagonista a spalla in nome del ritorno in grande stile dello spirito mai domo della mitica "Rivoluzione dei Peones". Il monologo di Petrachi ha avuto quell'appeal magnetico capace di riportarci tutti al gennaio del 2010 quando un Torino allo sbando fu rivoluzionato da un giovane e audace ds, sfrontato e testardo al punto di ribaltare una logica che nel calcio è solitamente la base di ogni nave che affonda: l'allenatore paga perché non si possono cambiare tutti i giocatori. Ecco, nell'epopea di quei freddi giorni del 2010, Petrachi fece esattamente l'opposto di quello che nessun presidente o direttore sportivo fa, cioè mandare via mezza squadra per sostituirla con altrettanta mezza squadra pescata a destra a sinistra.
Quella folle operazione fu quasi un successo perché quell'armata Brancaleone, spinta dalla verve di un giovanissimo D'Ambrosio, dalle sgroppate di Scaglia e Statella, dalla rudezza di Manolo Pestrin, dalla fantasia di Leon e dai gol di Arma, toccò con un dito la promozione in serie A fermata solo da un ottimo Brescia aiutato peraltro da un paio di decisioni sciagurate delle solite giacchette nere che quando c'è da mettersi di traverso contro il Toro non si tirano mai indietro.
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L'epica delle parole di Petrachi (il Toro mina vagante del campionato, Gill già preso prima dei mondiali, il mix di giovani ed esperti, la salvaguardia di Cacciamani che non può essere oscurato da Obrador, Vlasic bandiera del Toro, ecc.) unita, invero, gliene va dato atto, alla temerarietà e alla sforntatezza di un Abate che ci ha mostrato chiaramente che non ha nulla da perdere e che sembra caricato a pallettoni con l'idea di trasformare i giocatori del Toro in giocatori del Real Madrid, ha toccato tantissimo le corde più intime del mio essere tifoso granata al punto di avermi spinto a fare una considerazione sconvolgente dopo averle ascoltate: sarebbe stata la conferenza stampa perfetta di un nuovo Ds e di un nuovo mister presentati da un nuovo proprietario del Torino FC.
Voglio dire che l'assenza di Cairo alla conferenza stampa ha contribuito a creare un'illusione in cui mi sono immaginato che molti dei concetti espressi da Petrachi e Abate sarebbero esattamente quelli che vorrei sentire dire a chi un giorno lavorerà per chi rileverà il Torino da Cairo. Se l'approccio di questo mio pezzo è stato volutamente ironico, in realtà è perché in cuor mio so che quello che hanno detto Petrachi e Abate è esattamente quello che vorrei sentire da un nuovo soggetto che abbia davvero un progetto legato al Toro e, cosa più importante, una vera e rinnovata credibilità. Perché il problema oggi non è essere realisti e propositivi come ha fatto Petrachi dicendoci " signori, lo stato dell'arte è questo, non ci sono soldi, non ci sono possibilità, ma ci sono idee e ci può essere un nuovo spirito granata che si rifà al vecchio spirito granata interpretato da un mister giovane, cazzuto ed ambizioso e da un ambiente che rema in quella direzione". Quello che ci dice Petrachi è corretto ed è realistico, ma non sta in piedi proprio perché il "mandato" a Petrachi (e ad Abate) arriva dal solito soggetto che di questo tipo di "progetti" si è ben guardato dall' impostarne anche solo mezzo in più di vent'anni.
Finché Cairo rimarrà in sella al Torino non ci sarà spazio per svolte positive perché ormai ha avvelenato talmente tanto i pozzi che nessuno si fida più a credere che ne possa uscire acqua pulita e fresca sebbene ne avremmo tutti maledettamente bisogno, di acqua fresca e pulita...
In conclusione, apprezzo tantissimo lo sforzo che sta facendo Petrachi e onestamente sarò il fan numero uno di Abate perché si sta presentando a questa sfida con le stimmate da classico underdog che piace tanto a noi tifosi granata, ma questo "nuovo corso granata" potrà generare un volano positivo solo se durante la stagione, ai risultati del campo, si affiancheranno significativi segni tangibili di concreti avanzamenti nelle trattative da parte di Cairo con soggetti interessati all'acquisto del Torino FC. Solo con una prospettiva di reale e futuro prossimo cambiamento, il lato sportivo potrà tornare preponderante e generare un circolo virtuoso che farà rinascere speranza ed entusiasmo in tutti noi. In quella sala conferenza, purtroppo, l'altro giorno, con Petrachi ed Abate, c'era un convitato di pietra capace di spegnere ogni entusiasmo anche senza dire nulla, solo per il fatto di essere ancora lì dopo vent'anni. Un vero peccato, davvero, un vero peccato.
ALESSANDRO COSTANTINO - Da tempo opinionista di Toro News, do voce al tifoso della porta accanto che c’è in ognuno di noi. Laureato in Economia, scrivere è sempre stata la mia passione anche se non è mai diventato il mio lavoro. Tifoso del Toro fino al midollo, ottimista ad oltranza, nella vita meglio un tackle di un colpo di tacco. Motto: non è finita finché non è finita.
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