Il peggio non muore mai
Ci sono tanti modi per rapportarsi con la storia. Noi tifosi del Torino abbiamo un motivo in più per collocarci nella parte virtuosa delle classifiche che quotidianamente ci vengono propinate: possiamo contare su una vicenda storica lunga, affascinante, gloriosa, per molti versi unica. D’altra parte, secondo i dati più recenti, 6 italiani su 10 non leggono neanche un libro all’anno (nel restante 40% c’è uno zoccolo duro che arriva a leggere 12 libri ogni 12 mesi) e a scuola la storia è una delle materie più detestate, subito dietro il binomio matematica-fisica, il latino e le lingue straniere. Come conoscere questa gloriosa storia, come aggiornarsi su di essa? Un giorno, un tale chiese allo scrittore tedesco Johann Wolfgang von Goethe cosa avrebbe dovuto fare per diventare una persona colta e la risposta fu perentoria: “Leggere, leggere e leggere”. Allora sfogliamo insieme questa grande storia del Toro, iniziata 120 anni fa in un bar del centro di Torino, la prima capitale d’Italia. Da qui l’idea di presentare ai lettori di “Toro News” una rubrica incentrata sui molteplici episodi, personaggi, eventi che hanno reso avvincente la storia granata che molti di noi considerano, a ragione, irripetibile. Per chi navigasse tra superati dubbi scolastici e suggestioni scapestrate della rete, diciamo subito che la storia non si ripete. Mai. La teoria dei corsi e ricorsi storici, affermata dal filosofo napoletano Giambattista Vico, proponente una visione della storia ciclica, non lineare, secondo cui essa segue un andamento ciclico in cui determinati eventi, situazioni o fasi tendono a ripetersi, seppur in contesti e forme diverse, è una scuola di pensiero, non una realtà storica: avvenimenti, crisi e dinamiche di vario tipo possono apparire analoghi, simili ad altri del passato, ma non ne sono mai una loro ripetizione. Lo storico solitamente parte da uno spunto del presente per andare a investigare il passato così da raccontarlo e interpretarlo. Lo spunto più attuale della vicenda granata, di fronte a un campionato che non ha più niente da dire (derby a parte) e a un calcio nazionale mai così svalutato, è la permanenza di Urbano Cairo alla presidenza del Torino Calcio. Facendo i conti su questi 120 anni, il Toro non ha mai vissuto un tempo così prolungato (30 anni) orfano di trofei, tempo che per oltre i 2/3 ricade sotto la gestione dell’imprenditore di natali alessandrini. Dalla fondazione del club (3 dicembre 1906) al primo scudetto (revocato dalla Federazione) trascorsero 21 anni, 22 se consideriamo quello effettivamente conquistato (stagione 1927-28); tuttavia, già il 27 dicembre 1908 il Toro si aggiudicò il primo trofeo, la Palla Dapples, un’originale competizione che ai tempi secondo alcuni valeva più di uno scudetto, vinta poi dai granata altre quattro volte nell’arco di un biennio. Il primo scudetto si dovette non poco al trio delle meraviglie Libonatti-Baloncieri-Janni che, protagonista della seconda metà degli anni Venti, mise a segno 89 reti complessive nella stagione scudettata. Otto anni separarono il primo trofeo ufficiale dal secondo, la Coppa Italia nella stagione 1935-36, vinta con una squadra in cui militava la cosiddetta mediana delle sei l, formata da Federico Allasio, Giacinto Ellena e Cesare Gallea, autentici Balon Boys, i giovani del Toro. Passarono solo sei anni per vedere un nuovo doppio trionfo, lo scudetto e la Coppa nazionale nella stagione 1942-43, i primi degli Invincibili del Grande Torino. Dall’ultimo dei cinque scudetti consecutivi portati a casa da capitan Mazzola e compagni – transitati nel 1949 all’immortalità –, i tifosi dovettero attendere 19 anni per veder alzare uno nuovo trofeo, la Coppa Italia del 1967-68, l’edizione iniziata nell’anno della morte di Gigi Meroni, in una squadra allenata da Edmondo Fabbri in cui militavano calciatori come Cereser, Poletti, Agroppi, Fossati, Lido Vieri, Puia, capitanati da un’altra bandiera come Giorgio Ferrini. Due anni dopo il Toro rivinse la Coppa nazionale (1970-71) con una formazione in cui si affacciavano pezzi da novanta come il portiere Luciano Castellini, il centrocampista Renato Zaccarelli (arrivato a 15 anni nelle Giovanili) e il più grande goleador granata di sempre, Paolino Pulici. Trascorse appena un lustro prima che il Toro conquistasse il settimo scudetto, quello allenato da Gigi Radice che vide i gemelli del gol Pulici e Graziani, in 12 anni, partecipare a 222 partite, segnando 97 reti: un Toro quadrato, con il poeta del gol Claudio Sala, centrocampista elegante, a inventare giocate che lasciarono la Maratona a bocca aperta. Da qui all’ultimo trofeo, la Coppa Italia 1992-93, vinta dopo una rocambolesca doppia finale disputata con la Roma, sono trascorsi diciassette lunghi anni: il Toro era guidato da un’altra figura iconica come Emiliano Mondonico e aveva un attacco formato da Aguilera, Scifo e Silenzi che, complessivamente, siglò 31 reti. Dall’ultimo trofeo nazionale ci dividono 30 anni, 21 dei quali sotto la gestione di Cairo, le cui responsabilità sono un dato oggettivo. Il presidente quadrilustre, oggetto di una durissima contestazione da anni che ha assunto toni strutturali nelle ultime due annate e in particolare dal febbraio scorso, dovrebbe essere il primo ad avviare una profonda riflessione di tipo storico-memoriale. Cosa ricorderanno di lui i tifosi nell’era all smartphone, cioè quelli dal 2028 in poi, l’età in cui i telefonini presenti al mondo supereranno ampiamente la popolazione globale del pianeta? Il presidente in carica conserva i suoi estimatori, ma sono sempre di meno. Magari si troverà a vivere la situazione paradossale di Dionigi, tiranno dell’antica Siracusa: tutti lo detestavano, ma un’anziana pregava ogni giorno gli dei affinché gli concedessero lunga vita; stupito da ciò, Dionigi – narra lo storico latino Valerio Massimo – si precipitò dalla vecchietta e gli chiese la ragione di quelle preghiere; l’anziana, imperturbabile, rispose: “Da giovane ho avuto un tiranno crudele, e desideravo la sua morte; ne arrivò uno ancora più feroce, e desideravo la sua morte; ora ci sei tu, che sei peggiore di lui. Ho paura che, se muori, ne arrivi uno ancora più crudele. Perciò prego per la tua salute”. La storiella significa che il peggio non è mai morto e che le cose potrebbero anche peggiorare. Ma peggio di un trentennio senza trofei c’è solo un periodo analogo, se non più lungo. Gli errori sono umani e li commettono tutti, ma perseverare, diceva Sant’Agostino, è diabolico.
Marco Severini insegna Storia dell’Italia Contemporanea e Storia delle Donne nell’Italia contemporanea presso l’Università di Macerata. Ha tenuto corsi e lezioni in Europa e negli Stati Uniti e ha vinto il Premio Nazionale di Cultura ‘Frontino-Montefeltro’. Da sempre grande tifoso granata, ha scritto Senso di appartenenza granata (2016) mentre al recente Salone Internazionale del Libro di Torino (lunedì 18 maggio 2026) ha presentato, insieme a Davide Bonsignore di “Toro News”, il suo ultimo libro, 120 motivi (e anni) per tifare Toro (2026).
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