Toro News Columnist In principio fu l'estetica. Poi venne la rivolta

In principio fu l'estetica. Poi venne la rivolta

Carmelo Pennisi
Loquor / “Il mondo cambia a volte con lentezza e a volte con accelerazioni”

“Mai il mondo potrà

cambiare i ribelli”

Alain de Benoist

“Mi chiamo Dino Collemani e di mestiere faccio il portiere di calcio. Facevo… perché sono disoccupato da anni. Nel mio lavoro ero considerato uno dei migliori, forse il migliore. Sono esplosivo, acrobatico, agile, reattivo e potente. Sono dotato di riflessi eccezionali, coordinazione, equilibrio. Ho forza nelle gambe e nel tronco. Ho mani sicure e una presa d’acciaio. Ho uno straordinario senso del posizionamento. Ma non so giocare con i piedi. Cioè, potrei farlo. Forse con un po’ di allenamento anch’io potei imparare a impostare l’azione. Partecipare… come è che la chiamano?... al giro palla difensivo, per far salire l’avversario. Ma non lo faccio. Non l’ho mai fatto. E non ho intenzione di iniziare adesso”.

Inizia così il bel racconto di Alberto Lovisolo, scrittore e podcaster nonché memoria granitica della storia Granata, ed è una presa di posizione solida da inizio di una rivoluzione difficile da compiersi, perché a volte la gente ci mette un po’ a capire che non viene ascoltata, nemmeno nei suoi primari bisogni e nelle sue banali paure. Il mondo cambia a volte con lentezza e a volte con accelerazioni impossibili da riuscire a subordinare alla nostra comprensione. Il più delle volte non c’è empatia nel cambiamento, lo si accetta per spirito di autoconservazione, lo si accetta per non morire. L’apologia del Cristianesimo racconta che si muore in realtà per rinascere, ma ci si sofferma il più delle volte esclusivamente su questo incipit dell’escatologia cristiana e non si va oltre, ovvero verso la qualità del cambiamento. Perché questa era l’intenzione dell’International Board, quando nella primavera del 1992 impose la regola del retropassaggio al portiere da potersi giocare da questo solo con le mani. La volontà dei regolatori del calcio era quella di velocizzare il gioco, per renderlo più attrattivo: stavamo entrando nel modello del calcio spettacolo, con in seguito il sopraggiungere di una svolta ancora più profonda con l’avvento della tecnologia al servizio del gioco.

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La cosa sta succedendo anche con l’Intelligenza Artificiale; si parte con il criterio di velocizzare i processi, prodromo per squadernare un nuovo tipo di società, con nuovi archetipi su cui montare stilemi culturali. Ma poi, c’è da chiedersi, cosa si può fare sul serio con il recupero del nostro tempo grazie alla velocizzazione dei processi? Ma, soprattutto, come ci si ricolloca nel mosaico dei risvolti di una professione, quella di parare in questa fattispecie, dove improvvisamente si diventa parte attiva di una azione e con l’ausilio dei piedi? “Io di mestiere faccio il portiere - continua il bel racconto di Alberto Lovisolo-, uno dei migliori. Quando i miei compagni me la passavano indietro per giocarla di piede li mandavo a quel paese. E mandavo a quel anche l’allenatore, che mi obbligava a giocare come se non fossi un portiere”. Conosco persone appassionate di motori ormai stanchi di seguire la “Formula 1” e il motociclismo; “non c’è più il pilota- mi dicono-, è stato risucchiato dall’elettronica, insieme al coraggio che corroborava il mito delle corse”. Cosa fa o farebbe adesso un pilota? Verrebbe da dire forse l’amministratore della tecnica messagli a disposizione, cercando soprattutto di non fare danni.

Fermiamoci a questa suggestione e continuiamo con il portiere. “Questa storia del gioco con i piedi ha stufato. Il portiere è decisivo quando para”, è il ruggito di Dino Zoff, uno che tra i pali ci sapeva fare e allo spettacolo preferiva l’essenziale. Sarebbe ingeneroso, però, ritenere la modifica del gioco del portiere solamente un espediente pirotecnico, essa ha apportato una varietà di nuovi schemi difficili da ignorare. Però l’idea di essere fuoriposto, per chi ancora riesce a vedere il futuro non come qualcosa di ineluttabile, rimane. Rimane un sentimento di disagio. “E’ il calcio moderno!”, mi dicono - prosegue nel suo j’accuse Collemani-. Devi partecipare allo sviluppo del gioco!” Siamo al devi giocare per forza con le nuove regole, anche se hanno snaturato quello per cui ti eri preparato per una vita. Erano stati i pali il tuo “Santo Graal”, quel luogo oltre il quale non c’era quasi rimedio. E’ una questione di punti di vista, il calcio come la vita: c’è chi pensa all’importanza di non prendere gol, c’è chi pensa a questo allo stesso modo di un fatto irrilevante, perché basta segnarne sempre uno in più di quelli che hai preso. Arriva sempre un momento in cui un punto di vista diventa legge generale, e allora cosa fai? Rimani fuori posto o ti adegui? Guardi i tuoi piedi e poi guardi l’orizzonte verde davanti a te.

Giunge la voce di Pep Guardiola da un giornale, da una tv, da un qualsiasi altrove, ed è un nodo che si scioglie: “quando la palla è ai piedi di un giocatore, compreso il portiere, la squadra mantiene il controllo del gioco”. Sacrificati sull’altare del controllo e della razionalizzazione, il calcio è uno specchio incredibile della società. Nel momento in cui il portiere è divenuto giocatore di movimento è avvenuta anche una sua mutazione cultural/psicologica, infatti è finita la sua solitudine quasi letteraria. Anzi, decisamente letteraria. “Era mia, mia, mia, l’ho gridato e non hai sentito”, scrive Stefano Benni ne “La Solitudine del Portiere di Calcio”, a rimarcare la strana asimmetria esistita per oltre un secolo di calcio tra l’estremo difensore e il resto della squadra. Il portiere era un tizio abituato a pensare e ne aveva tutto il tempo prima che il pallone arrivasse, a cicli regolari, dalle sue parti. Non si parla di filosofia o forse anche, ma di vita, ma poi è arrivato l’ordine ad essere pronto al movimento.

Non era la prima volta, oh non lo era di certo. Quale sarà il motivo per cui noi del terzo millennio riteniamo che le cose del calcio fuori dagli schemi le abbiamo inventate tutte dallo scoccare dell’alba del duemila? Nel mondiale del 1954 a Gyula Grosics fu ordinato di difendere la porta della generazione d’oro del calcio ungherese, quella di Ferenc Puskas e Nandor Hidegkuti per intenderci. Gusztav Sebes, in panca per genio e per ordine del partito, fu il primo ad intuire che forse il portiere non era lì a guardar le stelle tra un’azione e un’altra, ma poteva e doveva giocare d’orchestra con i suoi compagni. La cosa fece luccicare gli occhi agli esteti, e contribuì a proiettare il figlio del minatore di Dorog alla fama internazionale. Molto in basso davanti la difesa il Ct magiaro aveva piazzato la grinta e i piedi buoni di Jozsef Zakarias, antesignano del Sergio Busquets del grande Barcellona di Pep Guardiola. Puskas era Leo Messi e Hidegkuti era il falso centravanti simile a tutti quelli di quel “Barça” votato al movimento e alla gloria. Grosics era uno spettacolo vederlo giocare, e anche a lui non importava quanti gol prendesse: tanto i suoi favolosi compagni ne facevano sempre uno in più degli altri. Anche a Victor Valdes non importava prendere reti, infatti su 387 partite in difesa della porta dei “Blaugrana” di Guardiola, raccolse in fondo alla sua rete ben 322 palloni. Ma chi se lo ricorda?

Arriva la finale di Berna dei campionati del mondo tra Ungheria e Germania Ovest, super sfavorita di fronte alla leggenda magiara. Per i tedeschi quel giorno passò alla storia come “Il Miracolo di Berna”, infatti si imposero per 3 a 2 dopo essere stati sotto di due reti. “Porterò questa amarezza fino al giorno della mia morte-confessò Grosics cinquant’anni dopo ad una emittente tedesca-. Non avrei mai immaginato che un singolo gol preso potesse cambiarti la vita a tal punto”. Il velo cade e riscopre la vera identità sportiva di Grosics proprio in quella amarezza manifesta: egli era un portiere, ed è il gol preso in più quello che avrebbe dovuto evitare. Il rammarico forse era dovuto al fatto di aver mistificato il ruolo, di essere stato costretto a farlo. Ne aveva ricevuto fama, è vero, ma a quale prezzo se poi davanti all’appuntamento più importante della sua vita sportiva non aveva evitato il gol decisivo? La mistificazione del ruolo aveva relegato la gloria a presupposto dell’amarezza finale. Finiremo così in questi primi cento anni del terzo millennio? Sbrogliare la matassa della modernità in cui ci siamo andati ad infilare non sarà facile, e lascerà molti cadaveri sul terreno. “Mi chiamo Dino Collemani e faccio il portiere. Uno dei migliori a difendere la porta. E sono disoccupato”. Sarà Dino Collemani l’inizio della rivolta?


CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

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