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La magnifica illusione

Nell’immaginario collettivo del tifoso granata, le partite contro l’Hellas sono piene di ricordi indimenticabili. Ricordiamo la vittoria in nove sulla neve del Bentegodi (espulsi Ferrante e Artistico, gol di quest’ultimo), il 3-1 rifilato a...

Nell’immaginario collettivo del tifoso granata, le partite contro l’Hellas sono piene di ricordi indimenticabili.

Ricordiamo la vittoria in nove sulla neve del Bentegodi (espulsi Ferrante e Artistico, gol di quest’ultimo), il 3-1 rifilato a domicilio da Bianchi, Sgrigna ed Ebagua (2011) oppure quello targato Immobile, Cerci ed El Kaddouri.

Qualcuno si ricorderà della falcata uruguagia di Franco Ramallo che si concluse con il gol vittoria (1-0, 2002) che ci lanciò verso un’insperata qualificazione europea: dolci ricordi ancora vividi e facilmente reperibili qua e là in giro per la rete.

 

Insomma, a parte qualche tragedia, non Shakesperiana, come il tragicomico 4-0 del 1997, con Souness in panchina impietrito e incredulo nello scoprire che Aglietti era “quello alto” e De Vitis “quello basso”, le nostre gite a Verona sono state spesso piacevoli.

Del resto, Verona è città incantevole, pittoresca e financo romantica.

Pertanto, visto che questa rubrica si occupa di memorie, la partita scelta per introdurre Hellas-Toro di domenica prossima, è una delle più romantiche della storia delle sfide con la compagine gialloblù.

Hellas Verona-Torino, 14 aprile 1985.

 

Quel campionato talmente bello quanto illusorio stava oramai volgendo al termine.

A sei giornate dalla conclusione, la classifica recitava: Verona 36, Toro, Juve, Milan, Inter, Samp 30.

Il Toro aveva perso il derby e le residue speranze di scudetto si erano scontrate con il rendimento esterno troppo altalenante della truppa di Gigi Radice.

Il campionato si fermò per un’amichevole della Nazionale e poi in ossequio alla Pasqua saltò un’altra domenica per ritornare a metà aprile.

 

La primavera era iniziata ma aprile era stato piovoso e la gita domenicale fuori porta era ancora in forse.

Mio zio, tifosissimo granata, ci invitò nella sua casa di campagna.

Non era un invito usuale, e forse è anche per questo che ricordo perfettamente quella giornata lunga e noiosa che, ad un certo punto, prese una piega inaspettata e piacevole.

In quella grande casa e in quel giardino non c’erano spazi adatti al mio pallone e così, nel pomeriggio, mi sistemai nei pressi dell’auto di papà a calciare la palla contro il muro di cinta.

Era un modo strategico per starmene per i fatti e miei e godere delle parole del racconto di Enrico Ameri e di Tutto il Calcio minuto per minuto.

Abbassai i finestrini della 127 color mattone e sintonizzai la radio: campo principale, ovviamente Verona, poi a seguire Genova per Samp-Milan e Torino per Juventus-Udinese.

Per quelli nati negli anni Settanta, Tutto il calcio è, da sempre, il nostro originale radiofonico.

Ogni puntata conteneva storie narrate con stili diversi dai radiocronisti, veri fuoriclasse del racconto calcistico, ogni puntata era un capitolo di quel meraviglioso "libro" del campionato che attendevamo con trepidazione ogni domenica.

I radiocronisti erano Caronte, ci traghettavano da un campo all’altro grazie ad una dialettica forbita, modi garbati nei confronti degli ascoltatori e dei colleghi, interrotti perentoriamente solo per segnalare gol o finali di tempo.

Le inflessioni dialettali, gli accenti, i termini desueti, ci accompagnavano in giro

per l’Italia, da Torino a Napoli, da Bari a Genova, dove l’inviato amava raccontare che “all'undecimo minuto di gioco la squadra di casa era passata in vantaggio”, mentre il terreno era in ottime condizioni, la temperatura gradevole e clima ideale al giuoco del calcio.

I termini si confondevano, si mischiavano e arricchivano il vocabolario degli amanti del pallone: a Roma potevi sentir dire “laterale a sostegno” e a Firenze, lo stesso ruolo era ricoperto dal “terzino” che “impattava il cuoio da par suo.”

Si raccontavano errori sesquipedali, marchiani, grossolani o clamorosi, gol bellissimi segnati, a scelta, dal centrattacco o dal centravanti; tackle vincenti, lanci millimetrici dei centromediani metodisti, tornanti che andavano al cross e terzini fluidificanti che cercavano di impedirglielo.

Era letteratura alta, nei modi, nei toni, nei termini, nei canoni e potevi ritrovare Balzac, Dostojevski, Salgari o Calvino, Steinbeck e Marinetti.

La radio interruppe il silenzio di una domenica pomeriggio monferrina.

Prima erano stati grilli e cicale.

Io continuavo a palleggiare contro il muro e il Toro iniziava a subire il ritmo indiavolato del Verona.

Dopo cinque minuti il Verona prendeva in pugno la gara facendo traballare la difesa del Toro.

Elkjaer bucava Zaccarelli e compagni, in linea per mettere i rivali in fuorigioco; il danese partiva da solo con una secca accelerazione, saltava Francini, puntava su Martina che in tuffo gli agganciava il piede con la mano. Rigore.

Galderisi dal dischetto trovava Martina attento a non "bere" la finta e pronto a ribattere la prima bordata non molto angolata, per chiudere ancora sulla seconda conclusione.

Ad ogni collegamento, il Toro sembrava un pugile che stava per andare ko.

Papà e zio a turno, ogni tanto facevano capolino e chiedevano notizie.

“Zero a zero. Ma la radio dice che il Verona gioca meglio.”

 

Dopo una doppia occasione per Briegel, colpo di testa respinto da Martina, e Marangon, tiro a fil di palo, finalmente, il Toro si destava.

I collegamenti radiofonici da Verona diventarono più tranquilli. Il rumoroso pubblico veronese che ringhiava nei microfoni con il passare dei minuti sembrava aver placato il suo vigore.

Junior suonava la carica, Serena sprecava da buona posizione.

Al termine del primo tempo, lo zero a zero sembrava davvero un miracolo.

E come in un flashback mi trovai di colpo in curva Maratona in una uggiosa domenica di novembre.

La partita era Toro-Verona, decima di andata dello stesso campionato.

Il Toro era reduce da due vittorie consecutive contro Milan e Juve: lo scontro contro gli scaligeri valeva il sorpasso in classifica.

I miei ricordi di quel match maledetto contro il Verona si limitano ai pali di Junior e Sclosa (uno per tempo) e ad una serie di occasioni che Garella, in stato di grazia, sventò da par suo.

Quel giorno capimmo che era l’anno di quell’Hellas operaio, pragmatico ed efficace, mortifero in contropiede e proprio in contropiede il Toro pagò pegno.

Piansi dallo stadio fino a casa, mentre il 10 sferragliava lungo le vie della città.

Incredibile come quella partita assomigliasse così tanto a quella che stava andando in scena in quella assolata domenica di aprile: una fotocopia a colori.

Il Toro che subiva, come il Verona all’andata, i padroni di casa a comandare il gioco e a produrre occasioni da rete ma esattamente come all’andata, saranno gli ospiti a festeggiare.

 

Il Toro del secondo tempo aveva un altro piglio.

Sugli altri campi non accadeva niente di rilevante e quando la voce di Ameri intervenne per annunciare il gol di Serena su assist di Schachner, corsi in giardino, urlando di gioia: “Gol in rovesciata!”, manco lo avessi visto…

Fui fulminato da una frase secca e cinica di mio zio: “Certo, vinciamo oggi che oramai è bella che andata!”

Io ero contento perché non avevo digerito la partita dell’andata e meditavo la tremenda vendetta.

 

Il raddoppio di Schachner, su cross teso di esterno di Junior (mamma mia che giocatore clamoroso!), sembrò la logica conseguenza di quella giornata e fece da preludio ad una serie di opportunità che il Toro fallì, prima con l’austriaco e poi con il brasiliano (punizione con Garella in versione Superman).

Quando oramai tutto sembrava filare per il verso giusto, il Verona ebbe un sussulto d’orgoglio e con un colpo di testa di Briegel, accorciò le distanze.

A questo punto, gli adulti si palesarono per soffrire dell’ultimo quarto d’ora di partita e come tutti i tifosi granata che si rispettino iniziarono una sorta di elegia leopardiana che al loro cospetto, il povero Giacomo da Recanati, appariva un’inguaribile ottimista.

Non capivo. Ma come? Fino a qualche minuto fa, la partita non aveva praticamente nessun valore e adesso, siete fomentati che nemmeno Italia-Germania del 1970 o al limite dell’82?

 

Questa partita, ma soprattutto il suo finale, rientra a pieno merito nella categoria “da Toro”.

Un piccolo trattato di sadismo applicato al tifo, un modo crudele per soffrire le pene dell’inferno, una sorta di atto di masochismo radiofonico.

Quanto di più romantico ci possa essere, ma una delle cose peggiori da fare nella propria vita, soprattutto se il campo principale di Tutto il Calcio è quello dove gioca la tua squadra del cuore.

A pochi minuti dalla fine, con la voce di Ameri sopraffatta dall’indiavolato pubblico di casa, piombava in area un cross di Fontolan.

Di Gennaro provava ad avvitarsi per colpire di testa, ma non riusciva nel suo intento, consegnando in maniera goffa e improbabile il pallone a Galderisi che, al volo, di destro, tirava prontamente verso la porta di Martina.

Il tiro non era violento, anzi, la palla rimbalzava due volte prima di terminare la sua corsa sul palo e dirigersi proprio verso l’accorrente Volpati che tirava a botta sicura e…Beruatto con un salvataggio eroico, respingeva in tuffo cadendo come corpo morto cadde.

La partita sembrava non voler finire.

Zio, appoggiato alla portiera dell’auto, non sapeva più a quale santo votarsi, mentre mio padre, seduto al posto del passeggero, continuava la sua tipica litania: “Contro di noi, tutti fenomeni…”

Quando Galderisi tirava sull’esterno della rete il pallone del possibile 2-2, capiamo che forse l’abbiamo portata a casa.

 

Il fischio finale di Lombardo era una liberazione.

Solo che a riportarci sulla terra erano i risultati dagli altri campi. La Juve aveva vinto, come Samp e Inter.

Vero che noi avevamo vinto in casa della prima in classifica, ma altrettanto vero che la classifica era cortissima e coinvolgeva tante squadre.

 

Quella vittoria fu tipicamente granata, ottenuta con le unghie e con i denti, con sofferenza, abnegazione, meritata nella sostanza ma fuori tempo massimo.

Ebbi modo di realizzare, a casa, guardando la classifica in tv, che quattro punti in cinque giornate, sarebbero stati praticamente impossibili da rimontare.

Fu una magnifica illusione, che si concluse con il secondo posto in solitaria (miglior risultato del post Scudetto ’76) e una valanga di rimpianti.

La parola fine ai sogni di scudetto la misero, nelle giornate successive, un paio di traverse colte tra Como e Atalanta e l’arbitro Baldi nella partita contro i nerazzurri.

Oramai era troppo tardi per tutto, figuriamoci per uno Scudetto.