Lavagnetta Granata: Finalmente a casa
La sconfitta contro il Cagliari, arrivati a questo punto della stagione, non sposta granché a livello di classifica, ma racconta comunque molto del Torino visto negli ultimi mesi, e purtroppo sarebbe giusto da dire anche anni. Una squadra salva, senza particolari obiettivi, che alterna qualche segnale interessante a cali ormai diventati quasi abituali. Non bisogna neanche stupirsene troppo: quando la salvezza matematica è già arrivata e davanti non c’è più nulla da inseguire, è normale che certe partite finiscano per perdere intensità, fame e significato. Il problema, semmai, è che nel Toro questa sensazione sembra arrivare sempre troppo presto. Eppure, qualcosa da salvare, dentro una partita del genere, c’è stato. Il gol di Obrador è sicuramente una nota positiva, perché conferma un piccolo percorso di crescita personale. Non sarà un fenomeno, e forse non bisogna nemmeno caricarlo di aspettative eccessive, ma resta un giocatore interessante, con qualità, gamba e margini per diventare utile in questa rosa. In una stagione in cui troppo spesso si è parlato di limiti, equivoci e occasioni sprecate, vedere qualcuno provare a prendersi spazio non può che essere un segnale da accogliere con favore, se dovesse venire riscattato.
Segnali sparsi in mezzo al solito caos
Dal punto di vista tattico, però, la partita ha lasciato ancora una volta più domande che risposte. Il centrocampo Prati-Ilkhan, ad esempio, ha dato qualche segnale interessante: buona tecnica, discreta pulizia nella gestione e una sensazione di maggiore ordine rispetto ad altre soluzioni viste durante l’anno. Certo, si rinuncia a qualcosa sul piano fisico, ma non sempre il problema del Toro può essere risolto aggiungendo muscoli. A volte servono idee, tempi di gioco, coraggio nel palleggio. E da questo punto di vista la coppia ha quantomeno mostrato qualcosa su cui ragionare. Il problema di nuovo resta l’eventuale riscatto del centrocampista arrivato a gennaio.La partita infatti cambia quando si torna su Casadei in un centrocampo a due. Lì il dubbio resta enorme: o gli si trova una collocazione diversa, oppure il rischio è quello di snaturarlo e, allo stesso tempo, togliere equilibrio alla squadra. Casadei ha inserimento, fisicità, capacità di riempire l’area, ma non sembra il profilo ideale per reggere una mediana a due con continuità. È una scelta che può funzionare in alcuni momenti, magari dentro una partita più sporca o con compiti molto precisi, ma non può diventare una soluzione strutturale se poi il Toro si allunga, perde distanze e fatica a tenere il campo.
Anche dietro non sono mancate sensazioni contrastanti. Maripán ha giocato una partita comunque dignitosa ed è un peccato pensare a tutto quello che riguarda il suo trattamento da parte della società in stagione. Perché poi il punto è sempre quello: che senso ha costruire una rosa se poi alcuni giocatori sembrano finire ai margini senza una vera logica tecnica? A volte pare che il campo sia solo una conseguenza secondaria di altre valutazioni, economiche o gestionali, e questa cosa in una squadra già povera di certezze pesa tantissimo. La confusione si è riconfermata anche in alcune disposizioni difficili da leggere: equilibri che cambiano, interpreti spostati e soluzioni che sembrano improvvisate come Njie a sinistra ad attaccare entrato come quinto di destra. Non è che ogni movimento debba per forza essere spiegato con una lavagna piena di frecce, però almeno un’idea riconoscibile dovrebbe esserci. Invece il Toro, troppo spesso, dà l’impressione di vivere sulle singole fiammate, su un ordine che dura qualche minuto e poi si perde con dei giocatori che già in un sistema collaudato faticano.
Ora resta solo il derby
Ed è proprio qui che arriva il paradosso. Dopo una stagione così, con poche gioie, tanti mugugni e una classifica che racconta il solito campionato di sopravvivenza tranquilla, il Toro si ritrova all’ultima giornata con una possibilità non da poco: trasformare novanta minuti in qualcosa che, per questa tifoseria, varrebbe quasi come un piccolo trofeo. Vincere il derby non cancellerebbe i problemi, non renderebbe improvvisamente positiva la stagione e non dovrebbe diventare l’alibi per dimenticare tutto ciò che non ha funzionato. Però sarebbe una gioia vera. E al tifoso granata, da undici anni, questa gioia manca tremendamente.Perché il derby, per il Toro, non è mai una partita normale.
Lo diventa forse per chi guarda solo la classifica, per chi ragiona di bilanci, obiettivi minimi e salvezze raggiunte. Ma non per chi questa maglia la vive con un peso emotivo diverso. Arrivare a fine stagione senza nulla da chiedere al campionato e avere comunque davanti una partita del genere significa avere ancora una possibilità di dare un senso agli ultimi mesi. Sarebbe paradossale, sì, ma anche tremendamente granata: una stagione mediocre che potrebbe chiudersi con l’unico risultato capace di far tornare il sorriso a un popolo intero. E allora forse il “finalmente a casa” da parte dei gruppi organizzati può significare anche questo. Non tanto per il ritorno fisico al Grande Torino, ma ritrovare per una sera quel senso di appartenenza che troppe volte è sembrato annacquato. Ritrovare una squadra capace di lottare, sporcare la partita, soffrire, restare dentro ogni duello come se valesse qualcosa in più. Perché stavolta vale davvero qualcosa in più. E se il Toro vuole chiudere questo campionato lasciando almeno un ricordo bello, l’occasione è lì: novanta minuti per trasformare un’annata grigia in una notte granata. Non basterebbe a salvare tutto, ma a volte nel calcio, e soprattutto nel Toro, una gioia può pesare più di mille spiegazioni.
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