Toro News Columnist Lavagnetta Granata: Milano apre una riflessione
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Lavagnetta Granata: Milano apre una riflessione

Riccardo Levi
Il Torino perde a San Siro, ma lascia indicazioni interessanti. La sconfitta, seppur prevista, pesa, però il finale di stagione può dire molto anche sul futuro di D’Aversa e sulle prossime scelte granata.

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La sconfitta di Milano lascia un parziale rimpianto per il solito risultato che sfugge nei dettagli. Il Torino esce battuto contro un avversario superiore e non di poco, però lo fa dopo una prestazione complessivamente ordinata, intensa e per lunghi tratti al pari. Non basta per parlare di svolta, ma abbastanza per dire che qualcosa, nel lavoro delle ultime settimane, si sta iniziando a vedere.

Dal punto di vista tattico, il Toro ha mostrato una struttura più riconoscibile rispetto a molte uscite precedenti. La squadra ha trovato identità nel pressing, ha cercato di restare corta e ha dato l’impressione di sapere meglio come stare in campo, soprattutto nella prima parte di gara. I granata finalmente non hanno più il solito atteggiamento passivo anzi, col carattere, hanno provato a restare dentro la partita. È proprio questo il dato più interessante. Al di là del risultato, si è vista una squadra finalmente compatta, disponibile al sacrificio e più attenta nelle distanze confermando parzialmente quella sensazione già emersa nelle ultime uscite: per la prima volta quest’anno il gruppo sembra dentro le idee del proprio allenatore. Non è un aspetto secondario, soprattutto in una stagione in cui per lunghi mesi la sensazione era stata quella di una squadra confusa e fragile. Naturalmente la partita ha confermato anche tutti i limiti che ancora accompagnano i nostri. Perché se sul piano collettivo i segnali sono stati incoraggianti, sul piano della tenuta restano problemi evidenti. Il Torino continua ad avere blackout troppo pesanti, soprattutto nella propria area e nei momenti in cui l’inerzia cambia. Subire due gol in pochi minuti non è solo un episodio negativo se succede così tante volte, è il riflesso di una fragilità che la squadra non è ancora riuscita a eliminare.

Pensando alla prossima stagione?

Il Milan ha portato a casa la partita soprattutto perché, nei momenti decisivi, ha potuto contare su qualità superiori. È lì che si vede la differenza tra una squadra che può risolvere la gara con le giocate individuali e una che invece deve costruirsi tutto attraverso equilibrio, corsa grazie al sistema. Il Torino, oggi, appartiene chiaramente alla seconda categoria. Per questo ogni disattenzione pesa il doppio e ogni errore individuale rischia di compromettere quanto di buono viene fatto sul piano generale. Proprio qui si apre la riflessione più interessante. Perché l’ultima uscita di Milano non consegna soltanto l’analisi di una sconfitta, ma anche una domanda sul futuro. In un contesto societario ancora pieno di incertezze, ha davvero senso pensare all’ennesimo cambio in panchina oppure sarebbe più utile provare a dare continuità al lavoro di D’Aversa? La squadra sembra seguirlo, sembra recepire le sue richieste e, pur con tutti i limiti del caso, sta mostrando segnali di crescita sul piano della disciplina e dell’identità. Questo non significa che il giudizio sia già definito. I problemi restano evidenti, anche se molti per colpe non sue, ed il sistema non può essere assimilato in poche settimane e alcuni rendimenti individuali continuano a non essere all’altezza. Proprio per questo, le prossime gare, sulla carta più abbordabili, saranno il vero banco di prova: lì il Torino dovrà trasformare i segnali in risultati, i miglioramenti in punti, le buone impressioni in conferme concrete.

La partita di Milano, quindi, vale più del semplice risultato. Dice che, però, senza continuità mentale e senza maggiore solidità difensiva non si può andare molto lontano. Ecco perché questo è il momento della riflessione: non tanto su ciò che è stato, ma su ciò che il club vorrà essere da qui nel futuro. Perché prima di scegliere se ripartire ancora una volta da zero, il Torino dovrà capire se questa volta esiste davvero una base da cui ripartire, ma soprattutto se quella base la si vuole finalmente costruire...