Lavagnetta Granata: Verona, Toro sei superiore
Il Torino batte il Verona con tre punti che pesano parecchio, non soltanto per la classifica ma soprattutto per ciò che raccontano. Il 2-1, infatti, non è solo una vittoria esterna: è la conferma di un aspetto che negli ultimi anni era mancato troppo spesso, cioè la capacità di imporsi nelle partite contro avversari inferiori o comunque alla portata. Troppe volte il Toro si era complicato gare da vincere, trasformando occasioni favorevoli in pomeriggi nervosi e pieni di rimpianti. Stavolta, pur senza dominare e pur con qualche sofferenza inevitabile, la sensazione è stata diversa: quella di una squadra consapevole di avere qualcosa in più e capace, finalmente, di farlo pesare. È proprio questo il primo punto che lascia la partita di Verona. Il Toro non ha dato l’idea di vincere per caso o per un singolo episodio, ma di essere complessivamente superiore. Negli ultimi anni, specialmente contro squadre di fascia medio-bassa, i granata finivano troppo spesso per abbassarsi al livello della partita invece di imporre il proprio. Ultimamente invece, come visto anche col Verona l’atteggiamento era più maturo, più concreto, quasi da squadra che sa che certe gare non possono essere sbagliate. Non è una differenza da poco, anzi: è probabilmente il segnale più incoraggiante emerso da questa gara.
Dentro questa vittoria c’è poi un dato molto interessante, che racconta bene il lavoro delle ultime settimane: l’incidenza degli esterni. Ancora una volta, infatti, il Torino ha trovato dalle corsie un apporto diretto e decisivo. Se davvero Obrador e Pedersen hanno già messo insieme quattro assist da quando è arrivato D’Aversa, mentre tutti gli esterni granata nel complesso ne avevano prodotti appena tre nelle precedenti ventisei partite, allora non si parla più di una semplice statistica curiosa. Si parla di un cambio evidente nel modo di stare in campo. Gli esterni oggi accompagnano, spingono, arrivano sul fondo e soprattutto incidono. Prima sembravano troppo spesso figure chiamate a fare fatica senza però diventare davvero pericolose; ora sono una risorsa continua dentro lo sviluppo del gioco. Questo spiega bene anche il senso del titolo: il Toro a Verona è sembrato superiore proprio perché ha iniziato a valorizzare meglio la qualità che ha in rosa e lo ha ribadito anche lo stesso Ismajli. Quando una squadra smette di depotenziare i propri giocatori e comincia a metterli nelle condizioni giuste, i risultati poi arrivano quasi di conseguenza.
Questo Torino, infatti, pur con i suoi enormi limiti, pur con le sue lacune e pur senza essere una squadra da parte sinistra della classifica, non è mai stato una squadra da lotta salvezza vera. Può valere una zona medio-bassa, può stare tra il decimo e il tredicesimo posto nelle annate storte, ma non avrebbe mai dovuto trascinarsi così in basso. Per questo ciò che sta mostrando D’Aversa fa riflettere: non perché stia compiendo miracoli, anche se su questo si può dibattere, ma perché sta rimettendo il Toro in una dimensione molto più coerente con il valore reale della rosa. E allora viene inevitabile pensare che, prima, non fosse soltanto un problema di organico ma anche di gestione. In questa cornice entra perfettamente anche il gol di Casadei, che a Verona si prende una scena importante. Si può discutere della sua prestazione nel complesso, dei margini di crescita che ha ancora e di alcune letture che deve pulire, ma resta il fatto che si è fatto trovare nel posto giusto al momento giusto e ha segnato una rete che vale i tre punti. Per un giocatore con le sue caratteristiche conta tantissimo. Casadei ha fisicità, inserimento, presenza in area e la sensazione è che, se messo in un contesto più ordinato, possa davvero diventare una risorsa importante per il Torino. Il suo gol, in questo senso, pesa ancora di più perché riaccende il discorso sulle potenzialità che questa squadra ha soprattutto in mezzo al campo.
Il punto, però, è che a Torino questo tipo di riflessione porta sempre alla stessa domanda. Perché i presupposti, ancora una volta, sembrano esserci: una squadra che oggi appare più logica, esterni finalmente valorizzati, centrocampisti interessanti, qualche base su cui provare a costruire. Il dubbio è sempre il solito: queste fondamenta verranno tenute in piedi oppure smantellate appena possibile? È una domanda che accompagna da anni ogni piccolo spiraglio granata, ogni giovane che cresce, ogni intuizione tattica che funziona, ogni volta in cui sembra davvero possibile mettere un mattone sopra l’altro. Per questo la vittoria di Verona vale più dei tre punti. Vale perché conferma che il Toro, contro squadre come questa, deve sentirsi superiore. Vale perché ribadisce che certi limiti vissuti in passato non erano inevitabili. Ma vale anche perché riporta tutti davanti al solito bivio: costruire davvero qualcosa oppure limitarsi, ancora una volta, a sopravvivere senza mai dare continuità a ciò che di buono si intravede. Ed è proprio lì che, come spesso accade in casa granata, finisce il campo e comincia il tema più grande di tutti.
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