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L’Inter sedotta e abbandonata

L’Inter sedotta e abbandonata

Torna Loquor, la rubrica di Carmelo Pennisi: sotto i riflettori la (falsa) notizia dell'acquisizione dell'Inter da parte del fondo PIF

Carmelo Pennisi

“L’uomo crede vero tutto ciò che desidera”.

Demostene

                                                                                         

Un giorno Anthony Weatherill, che di Paesi Arabi ne sapeva infinitamente di più di molti pensosi e autoreferenziati giornalisti nostrani, venne chiamato da un noto giornalista di una altrettanto nota emittente radiofonica napoletana per commentare le voci di una possibile acquisizione del Napoli da parte del Fondo Sovrano del Qatar, per la modica cifra di 600 milioni di euro. In una divertente conversazione telefonica avuta tra noi (quanto mi mancano…), Anthony si chiedeva cosa mai avrebbe potuto dire sulla vicenda durante il suo intervento in trasmissione, trattandosi, convenimmo, di una evidente fake news, fatta circolare probabilmente per aumentare mediaticamente il valore reale in denaro del club campano. Fino a qui niente di strano e di male, sono manovre quotidiane in tutti gli scenari economici del mondo; è il metodo che si è assai raffinato dai tempi in cui Totò vendeva la Fontana di Trevi ad un malcapitato turista americano.

Come al marketing, nato per edulcorare di molto la realtà dei fatti, è riuscito a convincere il mondo occidentale di quanto sia più sano ed ecologico consumare la soia, omettendo di dire come l’80% della produzione mondiale  di questa pianta erbacea orientale sia il frutto di “produzione geneticamente modificata”, quindi molto lontana dall’essere quell’alimento genuino e salubre spacciato in tutto l’occidente dai signori dell’edulcoro. Facendo queste rapide considerazioni, Suggerii ad Anthony di non eccitare ulteriormente gli animi dei tifosi napoletani, che già si vedevano riempiti di gas dollari e come il Paris Saint Germain del Mediterraneo, e di dire una verità tangibile a chiunque abbia avuto contatti di alto livello dalle parti mediorientali o abbia contezza di studi geopolitici: gli arabi non hanno nessun interesse a fare investimenti di tipo strategico, nella quale fattispecie rientra il calcio, in Italia. Il nostro Paese è zona di influenza cinese e di vero e proprio “cannibalismo” economico francese, e nello scacchiere mondiale attuale non si vanno a fare i “bisogni” nel giardino degli altri.

Anthony Weatherill, che era una persona notoriamente buona, non ce la fece a dire la verità con “l’accetta”, e cerco di mediare tra la logica fredda della realtà e i sogni del giornalista tifoso del Napoli, che naturalmente si entusiasmò per la parte leggermente favolistica da lui offerta. Siamo un Paese in crisi da tanto di quel tempo, che lo stordimento generale conseguente ha fatto perdere di vista la realtà, e c’è una evidente concentrazione dell’attenzione di massa sui reality show (catalizzatori di share televisivo), sui giochi  costruiti come miraggi improvvisi a riempire le nostre tasche (mercato da oltre 100 miliardi di euro) e sulla cartomanzia (13 milioni di italiani si rivolgono costantemente ai maghi, e a partire dalla crisi economica del 2011 il loro giro d’affari è aumentato del 500%, per un valore stimato intorno agli 8 miliardi di euro). È la fotografia di un popolo ormai avvinghiato ad un esistenzialismo disperato. In un luogo dove solo 4 persone su 10 leggono almeno un libro all’anno e dove c’è una cronica carenza all’approccio alle materie scientifiche (con il risultato di perdita del senso logico), è normale credere a qualsiasi cosa la gran cassa della stampa decida si debba far credere. Siamo tutti come delle trote illuse  di essere in un oceano, mentre siamo costipati in un laghetto artificiale per pescatori dilettanti in attesa di essere presi al loro amo. Allucinati come siamo, è stato facile per il quotidiano “Libero”, lo scorso 13 ottobre, far credere come gli arabi del fondo PIF, capitanati da Amanda Staveley, ormai avessero chiuso con la famiglia Zhang, per l’iperbolica cifra di un miliardo di euro, l’acquisizione dell’Inter. Il quotidiano fondato da Vittorio Feltri ha dedicato ben due pagine per raccontare una favoletta con il solo bisogno del tempo necessario per essere retrocessa al rango di fake news. È stato triste vedere un quotidiano a tiratura nazionale cadere nel solito racconto degli arabi pronti ad usare il calcio per ripulirsi l’immagine, compiendo l’impresa di sottovalutare e sopravvalutare nello stesso momento il gioco più seguito al mondo.

Senza scomodare Gustave Le Bonne, lo capirebbe anche un bambino come il calcio sia un catalizzatore formidabile di attenzione della comunicazione mondiale, e dove sovente sono gli aspetti peggiori ad essere messi in risalto, perché banalmente fanno notizia. Se uno vuol far dimenticare le sue malefatte (lo so, è eufemistico usare questo termine per l’Arabia Saudita), il calcio dovrebbe essere l’ultima spiaggia su cui approdare. Se si conoscesse, inoltre, qualcosa, ma giusto un poco, della mentalità araba, si capirebbe in un secondo come una ripulitura dell’immagine sarebbe sempre e comunque l’ultimo dei loro problemi. Nel “Corano” gli avversari di Maometto vengono definiti “munafiqun” (ipocriti), ed è esattamente così che dalle parti di Ryad o Doha vedono noi occidentali, ovvero infedeli e ipocriti. Tale giudizio morale ed etico porta gli arabi su un piano di superiorità tale (del tutto autoreferenziale, ovviamente), da poter affermare tranquillamente come se ne freghino del nostro giudizio. I petrodollari e i gas dollari completano l’opera e fa sì come nel Vecchio Continente si chiuda prima un occhio e poi anche l’altro di fronte alla loro protervia. Il vero motivo per cui il mondo arabo sta entrando nello sfavillante (si fa per dire) mondo del calcio europeo è di natura geopolitica, e lo sta facendo solo nei Paesi europei  ancora influenti sullo scacchiere mondiale (i Paesi francofoni e l’Inghilterra).

Avrebbero investito anche in Germania se nel Paese teutonico non vigesse nel calcio la legge del 50+1, che di fatto impedisce (tranne alcune eccezioni) ad unico proprietario di impossessarsi di un club calcistico, in genere inserito in una struttura da polisportiva. Siamo nella logica del “do ut des” strategico, dove Italia e Spagna sono escluse da tempo perché ridotte ai margini della politica che conta. Il nostro Paese, purtroppo, al massimo può essere un cono d’ombra dell’espansione neo coloniale cinese, e la storia  insegna come la prima regola per colonizzare un territorio è quello di indebitarlo fino all’inverosimile per poi utilizzarlo come una delle tante franchigie della manifestazione di un potere (il progetto fortemente claudicante dell’euro e il recente “Recovery Fund” sono, a mio parere, delle esemplari cartine di tornasole del problema). Attenti a considerare quest’ultimo aspetto come estraneo all’ultima vicenda riguardante l’Inter, perché è questione strettamente collegata ad un calcio italiano ormai sulla soglia di una procedura pre fallimentare.

L’erosione progressiva (per mancanza di risorse finanziarie) degli investimenti in opere infrastrutturali, ha impedito, tra le molte altre cose, di modernizzare e rendere più accessibile, nonché appetibile, il mondo del calcio “Live” (leggi nuovi stadi e infrastrutture ad essi collegati), confinandolo sempre di più ad un avvenimento televisivo tipico, appunto, da Paese colonizzato e senza più una consapevolezza di sé. Il calcio italiano è diventato territorio di avventurieri di piccolo cabotaggio(soprattutto americani) che provano, come quando si va a caccia di elefanti nella “Savana”, a raccogliere scampoli di affari a buon mercato. La sentenza di Amanda Staveley sul calcio italiano(“la struttura della Serie A è un disastro. Per cui abbiamo abbandonato subito l’idea di acquistare Inter e Milan”), può far male a noi italiani, ma purtroppo è un’esatta fotografia della realtà. L’idea della SuperLeague inseguita soprattutto da italiani e spagnoli per aumentare disperatamente i loro ricavi, corrobora questa fotografia.

In questo contesto fa quasi ridere l’ipotesi di “Libero” di un mondiale di calcio 2030 organizzato congiuntamente da Arabia Saudita e Italia, operando un audace salto triplo rispetto alla vendita di Totò della Fontana di Trevi (ma quando si comincia a spararle grosse, diventa davvero difficile fermarsi). Ma ancora più comica (siamo al miglior Carlo Verdone e al miglior Checco Zalone) è la risposta di Paolo Dal Pino, “visionario” amministratore delegato della Serie A, alla cruda analisi di Staveley: “la signora ha preferito investire nel Newcastle rispetto all’Inter o al Milan, si vedono che le piacciono le utilitarie e non le macchine di Formula 1”. Al netto dell’uso evidentemente dispregiativo del termine “signora” (ma quando uno di classe ne è sprovvisto…), sorprende la mancanza di un qualsiasi senso logico nella risposta. Pier Paolo Pasolini sosteneva come il calcio abbia sostituito il teatro, e Paolo del Pino e “Libero” devono proprio averlo preso sul serio. Tremendamente sul serio. Il risultato è stato una commedia, e nemmeno scritta tanto bene. Questi sono i tempi, ci si conforti con l’idea che ci saranno altri tempi, e con essi altro calcio. Intanto ci avviciniamo alla notte, speriamo ci sia almeno qualcuno o qualcosa ad illuminarla.

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.

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