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Totti e Spalletti: chi è il carnefice?

EMPOLI, ITALY - FEBRUARY 27: Luciano Spalletti and Francesco Totti of AS Roma after the Serie A match between Empoli FC and AS Roma at Stadio Carlo Castellani on February 27, 2016 in Empoli, Italy.  (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Torna Loquor, la rubrica di Carmelo Pennisi: "Il problema, se non lo si fosse capito, non è stabilire chi tra Totti e Spalletti abbia ragione, ma piuttosto è cercare di ridare un valore alle regole della convivenza civile"

Carmelo Pennisi

“La guerra nasce dalla colpa”

Don Carlo Gnocchi

La “decimatio” era una punizione terribile e crudele in atto nelle legioni romane, allorché si verificavano tentativi di diserzione e o di fuga dal campo di battaglia. Si dividevano i legionari in gruppi di dieci e tra loro veniva passato un sacchetto di pietre colorate. Coloro (uno su ogni gruppo di dieci) che avevano la sfortuna di pescare quella dal colore sbagliato, venivano lapidati dai loro stessi compagni. Era il “caso” a decidere quali soldati dovessero pagare con la vita, la punizione comminata anche per un solo loro compagno a cui fosse venuto in mente di tradire la ferrea disciplina del più potente e disciplinato esercito mai esistito nella storia. Nella decimazione non c’era processo, non esisteva una ricerca di prove a carico o a discarico del colpevole, non si mandava a punizione il vero colpevole; Roma colpiva con tutta la sua forza e la sua autorità i malcapitati di turno, rei soltanto di essere stati presenti nelle vicende di una battaglia.

Ho pensato a tutti i “decimati” della storia dell’Impero Romano, quando nell’ultimo Roma-Napoli un nugolo di fischi e improperi vari sono cominciati a planare verso Luciano Spalletti, dalle parti dell’Urbe ormai passato alla storia come colui che non ha avuto il coraggio di aspettare che Francesco Totti “morisse”, prima di fargli capire quanto mai fosse necessario comprendere come la carriera di un calciatore non sia fatta solo dal talento posseduto nei piedi, ma anche da una necessaria vigoria fisica atta ad accompagnarlo. I fatti sono noti, con al centro il giocatore forse più amato di tutta la storia della Roma. Eraclito sosteneva “come su di un cerchio ogni punto d’inizio può anche essere un punto di fine”, facendo intendere molto chiaramente come ogni storia umana e dell’universo graviti intorno ad un solco in cui il senso di una fine sta proprio nel suo inizio. Totti è stato un segno del destino, sotto il cielo capitolino, sin da quando era ai primi passi del settore giovanile giallorosso. Capitava di discutere nei bar (allora non esistevano ancora i social, e il bar era l’unico luogo dove si potevano dire sciocchezze in libertà) di un ragazzino capace di fare con i piedi prodigi alla “Mago Merlino”, premonizione di un radioso futuro che di certo sarebbe giunto, poi realizzatosi in 250 gol con l’unica maglia mai indossata.

Si sarebbe dovuti a vivere a Roma tra gli anni ‘90 (quelli della Serie A campionato più bello e più ricco del mondo) e il primo decennio del nuovo millennio, per comprendere fino in fondo il rapporto tra Totti e la città, fatto di amore incondizionato verso un giocatore terra promessa di ogni possibile miracolo contro le squadre del Nord. Amore incondizionato ricambiato dal “Numero 10”, che sovente si è ritrovato a vestire i panni di capopopolo in un contesto socioculturale che di fatto non ha mai rimosso le scorie secolari di un’unità d’Italia in cui nord e sud a malapena si sopportano, e dove l’ironia sui reciproci difetti, tra Roma e Milano, è qualcosa di più di semplici modi di dire. Il calcio, che è gioco e fenomeno sociale nello stesso tempo, ha finito per amplificare in modo spropositato i luoghi comuni di un Paese sostanzialmente, lo si deve riconoscere, molto superficiale e ignorante su alcune dinamiche storiche che lo hanno caratterizzato. E allora ecco alcune frasi buttate giù furbescamente dal giocatore di Porta Metronia, abile nell’indossare i panni del “Masaniello”, tipo quella del “forse dispiace che un giocatore importante stia a Roma e non altrove”. Tutto è come quando i tifosi napoletani cantano “e oggi come allora difendo la città”, facendo precipitare il calcio nello stesso clima di quando le città medioevali italiani si combattevano ferocemente per motivi davvero difficili da comprendere per chi non abbia mai vissuto sulla propria pelle le secolari dinamiche socio/culturali italiane (la conversione di San Francesco d’Assisi cominciò nella sua condizione di prigionia, nel corso della guerra tra Perugia e Assisi. Due città a soli 15 km di distanza).

In questo contesto elevato a categoria antropologica, Francesco Totti presto diventa una sorta di reliquia in movimento per le strade della Capitale d’Italia, esposta a cicli regolari sul prato dello “Stadio Olimpico” per poter consentire ad una parte della città di esprimergli devozione. L’establishment capitolino (politico, giornalistico, ecc…) comprende rapidamente come una simile icona debba necessariamente essere risucchiata per le loro necessità, e il “Pupone”, che fesso non è mai stato, si lascia tranquillamente “rimorchiare” dalla dolce vita promessa e promossa dal potere nei suoi confronti, godendone vantaggi di ogni tipo. Niente di male o di sconveniente, sia chiaro (probabilmente ognuno di noi se ne sarebbe stato lasciare trasportare), ma che stride notevolmente con la narrazione tottiana di un giocatore rimasto alla Roma (pur potendo andare da altre parti) sottoponendosi chissà a quale stratosferico sacrificio. La gente e l’establishment lo hanno amato, e lui ha ricambiato. Storia perfetta e coerente, fino al giorno che giunge in ogni percorso di uno sportivo: quello della fine della carriera. Davanti alla fine di una cosa, di qualsiasi cosa, in genere esce il peggio o il meglio di noi, ma i tifosi raramente ragionano con la razionalità necessaria a contenere i turbini emotivi che li agitano. Per loro alcuni giocatori diventano come figli e quindi intoccabili, specie nella terra del “familismo amorale”, concetto sociologico individuato da Edward Banfield sul finire degli anni ‘50, nel corso di suoi studi effettuati nel Mezzogiorno d’Italia. Si entra nella categoria “meroliana” dei “i figli sò pezzi ‘e core”, e i figli sovente si approfittano del fatto di trovarsi davanti a genitori disposti a mettere da parte qualsiasi principio etico pur di esaltare le loro ragioni.

È il caso di “Speravo de morì prima”, la serie televisiva che ha sancito come fosse Luciano Spalletti ad essere destinato alla “decimatio”, una fiction dentro la quale il tecnico toscano ha pescato la pietra dal colore sbagliato. Forte della sua condizione di reliquia del tifo giallorosso, Totti ha fatto mettere in scena una fucilazione, senza un processo credibile, di un tecnico che aveva chiaramente avuto il mandato dal club romanista di mettere fine alla telenovela di un giocatore decisamente incline a non voler appendere a 40 anni suonati le fatidiche scarpe al chiodo. Grazie all’appoggio che continua a godere tra la tifoseria e i poteri forti capitolini, Totti ha fatto sbertucciare senza ritegno un professionista, indicandolo irresponsabilmente al pubblico ludibrio. È la soverchia del potere sovente messa in scena dalle nostre parti, dove non a caso l’oligarchia viene confusa con il libero mercato, questo sconosciuto mai praticato nella terra che fu di Dante Alighieri. Si sceglie un obiettivo da raggiungere, e poi si parte con una campagna stampa martellante, dove il giornalismo nostrano riluce sempre per picchiare forte e senza pietà sul malcapitato di turno, il legionario scelto dalla sorte ad essere lapidato. Si va in soccorso del vincitore con spregiudicatezza e disinvoltura, a dispetto della salvaguardia delle regole, dell’etica e della morale. Mi rendo conto, mentre scrivo, come tutto questo sarà ascritto dai più ad un banale esercizio di retorica, ma attenti all’idea di far arrendere lo sport e i suoi epifenomeni alle logiche della miseria etica ormai dilagante. Il problema, se non lo si fosse capito, non è stabilire chi tra Totti e Spalletti abbia ragione, ma piuttosto è cercare di ridare un valore alle regole della convivenza civile non in quanto al potere detenuto o meno, ma piuttosto al rispetto e alla decenza a tutti dovuti. C’è da chiedersi perché a volte non sappiamo resistere a forme varie di decimazione, e forse, per capire, potrebbe venire in soccorso una fulminante considerazione di Hannah Arendt: “La guerra non restaura diritti, ridefinisce i poteri”. Altro da aggiungere non c’è; resta solo da intendersi. Proviamoci.

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.

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