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Il calcio non muore. Parola di Dostoevskij

Il calcio non muore. Parola di Dostoevskij

Torna l'appuntamento con Loquor. La citazione di Carmelo Pennisi è di Alfredo Di Stefano: “Per distruggere basta avere solo un martello”

Carmelo Pennisi

“Per distruggere basta

avere solo un martello”.

Alfredo Di Stefano

Rodion Romanovic Raskolnikov, il protagonista di “Delitto e Castigo” di Fedor Dostoevskij, ha, secondo l’amico Razumichin, un’altissima opinione di sé, e non senza fondamento. Uno talmente sicuro del suo agire, che quando commette l’omicidio di un’usuraia è convinto di essere abbastanza forte per affrontarlo. Crede, in parole povere, di avere persino il diritto di uccidere. “Sono un insetto o sono un Napoleone”, si chiede Raskolnikov, e va da sé come nel momento in cui decide di uccidere non si ponga nemmeno per un momento il problema del castigo della sua azione. È la San Pietroburgo dove dominano le speculazioni immobiliari e i nuovi ricchi, lo scenario del celebre romanzo, uno scenario in cui l’antica nobiltà rurale russa è stata prima attirata nella città e poi stritolata dal suo essere evidentemente fuori posto.

Questo pezzo di storia ha molte analogie con i nuovi ricchi 3.0 che si sono impossessati del calcio europeo, stravolgendone ogni sua tradizione e ogni suo percorso di senso andato avanti per più di un secolo. È il trionfo di quelli che ci “sanno fare”, assolutamente immuni dalla paura dell’insuccesso, sicuri come questo non si presenterà mai alla loro porta. Si sono assicurati il consenso di giornali, di intellettuali, di accademici di vaglia, interessati più alle loro carriere e alle conseguenti fortune che all’interesse generale. Quest’ultimo ormai è abbandonato a sé stesso, deviato verso un semplice modo di dire riferito all’utopia, dato come appare assai evidente il suo essere diventato il perfetto manifesto dello scetticismo. “Si potrebbe fare, ma non si farà mai e quindi accontentiamoci”, è lo slogan di chi ha il compito di fare da pompiere ad ogni nostro entusiasmo, ad ogni nostro legittimo desiderio volenteroso di perdersi nel confronto costruttivo con gli altri.

Tutta la realtà racconta il dominare o l’essere dominati, e non c’è nessuno spazio per il pareggio. Accettando ciò, la conseguenza è come per il calcio proposto sin dai tempi dell’800 non vi sia più un posto nel mondo, considerando come da qualche decennio vi è un tripudio di pareri affinché siano molte le reti in una partita, fatte dai vincitori e subite dagli sconfitti. Gli sconfitti, sia chiaro a tutti, devono accettare senza ribellarsi il destino delle super squadre, diventate nel tempo sempre più super squadre. “Hanno messo un pullman davanti la porta”, è il ludibrio riservato a chi prova a difendersi con ogni mezzo, nella speranza di confondere l’intenzione delle squadre milionarie di usare l’umiliazione sportiva come mezzo di spettacolo. Le squadre “deboli” economicamente sono trattate alla stessa tregua di gladiatori fragili, coloro costretti un tempo a scendere nell’arena non perché guerrieri resi schiavi da qualche sconfitta militare, ma perché oberati da debiti il cui riscatto era prospettato solo dall’ingaggio gladiatorio. “Sono un insetto o sono un Napoleone?”, e ritorna a martellare la mente questo “graffio” letterario di  Dostoevskij, in quanto la forbice tra poveri e ricchi, anche nel calcio, si è allargata in modo intollerabile e indecente, facendo diventare, parafrasando Sant’Agostino, “necessità l’abitudine a cui non poniamo resistenza”.

Il parlare di calcio si è mutato in ciarlare di calcio, lo facciamo tutti per esperienza obbligata ad essere reiterata, e forse anche per questo la “Generazione Z” (i nati tra il 95 e il 2010) non vuole saperne molto del gioco più seguito al mondo. A loro, noi che siamo nati nell’era che va tra il Settecento e la penultima decade del secondo millennio, dobbiamo sembrare dei goffi individui privi di significato, mentre ci accaloriamo per 90 minuti davanti ad una partita. 90 minuti, nell’era digitale, devono valere una giornata intera del tempo  in cui le partite erano battaglie epiche e i soldi con cui si pagava l’evento calcio non uscivano fuori dal cilindro della finanza, delle multinazionali e dei fondi sovrani. Si stia attenti, a tal proposito, all’iniziativa di azionariato popolare portata avanti da Carlo Cottarelli, potenziale manovra  per imporre surrettiziamente ai tifosi interisti, illudendoli di poter contare nelle decisioni societarie, l’utilizzo del “Fan Token” come moneta digitale, strumento lanciato da Socios.com (nel frattempo diventato uno degli sponsor del club interista) e che ovviamente promette meraviglie ai tifosi di mezzo mondo terracqueo, compreso quello di fare plusvalenze attraverso lo scambio con terzi della cripto valuta a loro riservata.

Ecco, probabilmente, il motivo per cui l’operazione “Interspac” è guidata da un economista di “sistema” come Cottarelli. Ci vuole sempre l’esempio di Zio Paperone, per convincere tutti i Paperino del mondo a lanciarsi in nuove avventure. Non li vedi i dollari d’oro di cui è pieno lo Zio più famoso della storia? Non lo vedi quanto è stato bravo? Lui è il fuoriclasse da seguire, visto come si sia nel momento dei fuoriclasse. Quindi  mettono le basi per lucrare su di te, ma lo fanno per puro spirito di servizio, per renderti finalmente partecipe alle vicende della tua squadra del cuore. Ti indebitano ulteriormente (ormai dal Mes e dal Recovery Fund lo schema è questo) per assicurarti un futuro radioso, perché la proposta è di quelle nate per funzionare. Fidati, non è dai tempi del “Gatto”e la “Volpe” di una delle fiabe più note del mondo che vanno così le cose? “Sono un insetto o sono un Napoleone?”, qualcuno si chiede mentre ogni potere forte del Vecchio Continente è in procinto, dopo aver reso povero il convento calcio, di trovare un modo per rifornirlo di rendite, per poi tornare a renderlo nuovamente povero.

Siamo alla circonvenzione d’incapace, considerando il fatto di come i tifosi ragionino troppo con il cuore e poco con la mente, quando si tratta della propria squadra. I tifosi sono i “Ragazzi della Via Paal” di Ferenc Molnar, intenti a contendersi ferocemente il “Grund”, ovvero uno dei pochi spazi rimasti liberi dalla speculazione edilizia di Budapest di fine Ottocento. La capitale magiara di Molnar assomiglia alla San Pietroburgo di “Delitto e Castigo”, entrambe promesse di vita migliore, destinata a sfociare nella scintillante “Belle Epoque” e al suo senso dell’ottimismo confuso come bene durevole. I ragazzi di Molnar lottano per il “Grund” per poi scoprire la costruzione su di esso di un nuovo palazzo comparso all’improvviso, la “Bella Epoque” e i sogni di San Pietroburgo vengono spenti dalla I Guerra Mondiale e dalla “Rivoluzione d’Ottobre”. Ma i racconti di Dostoevskij, per quanto duri e dalle vicende umane allucinanti, non sono privi di speranza, ma piuttosto sono sensazioni di una persona scampata per un soffio alla morte quando ormai è sul patibolo ad aspettare a momenti l’esecuzione della sua condanna a morte. Se si arriva a quel punto e la si scampa, puoi ben raccontare cosa sia la vita, nei suoi rovesci e nei suoi successi, e senza ipocriti infingimenti. Lo scrittore russo avrebbe sorriso sornione ascoltando il lamento di Leonardo, direttore sportivo del Paris Saint Germain, in cui accusa pesantemente Florentino Perez di mancare di rispetto ai parigini parlando di Kylian Mbappè “come fosse uno di loro”.

Dopo anni di strafottenti e reiterati atti di autentica pirateria, ora il Psg si scopre scosso e indignato dalla volontà di un suo fuoriclasse di andare a giocare altrove. Siamo al “ma è una sommossa” di Luigi XVI completamente ignaro di trovarsi di fronte ad una rivoluzione e poco prima della presa della Bastiglia, ma che avrebbe molto da insegnare all’arroganza qatariota posta sul ponte di comando del club parigino. L’azione di disturbo prima è venuta da Javier Tebas (“Il Psg è pericoloso come la SuperLeague”), potente presidente della Liga spagnola, ora dal galattico Florentino Perez ansioso di riportare prestigio e titoli a nove colonne sui suoi “Blancos”. “Sono un insetto o sono un Napoleone?”, l’enigma disperato di Raskolnikov agita le anime più avvertite e i pensieri più profondi, ma il pallone pare essersi smarrito. Il calcio non è più il gioco di tutta l’infanzia del novecento europeo, ma ha ancora molto da raccontare. La finta a sinistra e lo scatto a destra non sono mai stati un calcolo, né un desiderio di supremazia. Da un eterno ad un altro eterno, queste vanno continuamente in scena provando a smentire il pessimismo di Raskolnikov: non siamo niente e non siamo tutto. Siamo fantasia e immaginazione, e siamo fatti ad immagine e somiglianza. Di chi, spetta ad ognuno di noi scoprirlo o ignorarlo. Intanto fatemi godere la parabola di un cross, perché la bellezza lo sta attendendo alla sua fine. E auguriamoci il bene.

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.

 

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