Toro News Columnist Uno sforzo 'Supremo'

Uno sforzo 'Supremo'

Redazione Toro News
Quarantotto anni, 88 chili per 1 Mt. e 76 cm  di altezza, un ginocchio pluri operato a 18 anni dopo un brutto infortunio

Quarantotto anni, 88 chili per 1 Mt. e 76 cm di altezza, un ginocchio pluri operato a 18 anni dopo un brutto infortunio, i polmoni pieni di fumo di sigarette consumate in 30 anni stressanti trascorsi prima sui libri, per raggiungere una laurea e due specializzazioni, quindi in ospedale tra guardie in pronto soccorso e storie più o meno tristi di tanti pazienti più o meno riconoscenti.
Non è un necrologio, spero, ma è il doveroso inizio di un breve racconto di uno dei tanti appartenenti a questa meravigliosa Famiglia Granata, che oggi ha l’inaspettato onore e vanto di presiedere un Toro Club, per far intendere a chi legge la reale entità dello “sforzo”.
3 Maggio. La solita notte trascorsa di guardia al CTO anche ad assistere, per quanto mi compete, un famoso dirigente Juventino dei giorni nostri, di cui avrete già sentito o sentirete notizie.
Lascio l’ospedale alle ore 8 e 20 e mi dirigo verso un vicino circolo di tennis per mantener fede ad un appuntamento tennistico con un fratello granata, Nemesio, autore di un bellissimo film sul Toro negli anni della presidenza di Sergio Rossi e che a breve vi riproporremo sul nostro sito.
Un ora di palleggi, non eccessivamente faticosi, grazie alla benevolenza del fratello, conscio della mia condizione ed informato di quanto avrò l’ardire di compiere nel pomeriggio.
A casa una bella doccia, un paio d’ore trascorse in parte a correggere i compiti ai miei due meravigliosi gioielli in parte a risistemare documenti scientifici necessari per allestire le relazioni che presenterò all’ imminente Congresso Nazionale di Medici Radiologi che si terrà a Roma.
Un pranzo preparato in anticipo dalla dolce metà e consumato, tutti insieme, più presto del solito per consentirmi di andare a riposare e recuperare qualche energia.
La mia stupenda famiglia sa che non riesco a coricarmi al mattino per la troppa adrenalina accumulata nella notte.
Poco più di un ora di sonno e poi una sveglia psicologica che mi dice “è tardi”.
Apro gli occhi e mi accorgo che sono già le 15 e 30. La messa inizia alle 17.
Superga è a 25 chilometri di salite da casa mia e con la “ mountain bike” ho bisogni di circa due ore per arrivarci. Che faccio? Lascio perdere? No.
Mi preparo: maglietta, pantaloncini, giubbotto anti vento per il ritorno, borraccia, scarpe, sciarpa CTO GRANATA da apporre sulla lapide.
Stefano mi osserva con i suoi occhioni profondi; in fondo spera che io desista e rimanga con lui a giocare alla Play Station evitandogli la tortura di uscire con sorellina e mamma per i soliti frivoli acquisti. Lo guardo titubante e lui mi dice “ Lo so papà che devi andare – Vai “.
Mi sento improvvisamente un leone.
Salgo ( ho scritto “salgo” non “salto” sia ben chiaro, sono una persona onesta) sulla bici e mi avvio.
Giunto al castello di Moncalieri imbocco via Doria verso strada Revigliasco ed incrocio un fratello, più appesantito e giovane di me, che con attillata maglia “22 - Stellone” corre verso la collina.
“Guarda che a piedi non ce la fai ad arrivare in tempo” gli urlo e lui ridendo bofonchia qualcosa che non comprendo.
Mi domando se ne incontrerò altri per strada, come gli anni passati, ma penso sia troppo tardi.
Giunto quasi a Revigliasco vengo superato da due “ciclisti seri” con bici da corsa. Poco dopo intravedo un “ socio” in mountain bike e penso “se lo raggiungo mi metto in scia e vado più in fretta”.
In prossimità del paese si legge uno striscione che titola “4 Maggio Camminata Revigliaschese” e ne rimango lievemente infastidito; il 4 Maggio esiste una sola “MARCIA” intrisa di significati profondi.
Raggiungo il “socio” a livello del cimitero e mentre faccio il segno della croce pensando ai cari li sepolti nonni granata ed amato papà ( pensate, era un uomo incomprensibile per tanti versi, un “gobbo” che piangeva di fronte ai filmati del Grande Torino, che mi ha insegnato la Toritudine e che nel letto di dolore per una malattia infame pronta a divorarlo, trovava la forza per gioire in lacrime e telefonarmi entusiasta quando il Toro in B vinceva qualche partita), provo ad accodarmi ma lui rallenta e si ferma.
“ Accidenti” energia sprecata.
Salgo a Pecetto, attraverso il paese ed affronto la salita dell’Eremo, chi la conosce sa ……. !!!!!!
Mi domando “ Perché lo fai? Sono quasi le 17 e la messa la perdi. Torna in dietro, lascia stare. Hai famiglia!”.
Compaiono nella mente gli occhi del mio piccolo grande mito che mi osservano, la sua voce riecheggia “Lo so papà che devi andare – Vai “.
Lassù ci sono tanti fratelli riuniti, c’è Don Rabino, ci sono gli “ Angeli del Grande Torino”, c’è la squadra che deve “sentire, capire, vivere, intridersi dello spirito di NOI GRANATA” ed io ho con me la sciarpa da apporre sulla lapide.
Non mollo, non se ne parla. Mi sembra di non avvertire la fatica ed in un attimo sono alla strada che porta a Pino Torinese, poi alla panoramica di Superga. Il peggio è passato.
Allungo la pedalata, mi sembra quasi di volare. Compaiono le prime auto parcheggiate. Tante come mai se ne vedono in questo meraviglioso percorso stradale sulla cima della collina torinese.
Mi appare Superga, imponente, superba; sono consapevole del fatto che la Messa sia quasi giunta al termine ma so anche che al 59° anniversario del saluto alla Squadra Angeli con uno “ sforzo supremo” io ci sarò.
Arrivo nel piazzale come previsto a Messa in corso. L’omelia di don Aldo, anche se non riesco ad ascoltarla con le mie orecchie, la sento nel cuore e già so cosa dirà: è un uomo di fede, semplice, saggio e granata, in sostanza un grande.
Scendo dalla bici ( attenzione: non ho detto salto giù!) tolgo il casco, asciugo il sudore, indosso l’anti vento e la sciarpa CTO GRANATA. Sistemo un po’ i capelli e raduno telefonicamente i fratelli del Club , Luigi con prole e Pier con amici, già li da quasi un ora.
Ci avviamo verso la lapide. La folla quasi si apre al passaggio, un addetto mi afferra per un braccio e mi dice seccato (non può passare tra tutte queste persone con la bici!?)… lo fulmino con uno sguardo e lui molla la presa.
Arrivo a pochi metri dalla lapide e a quel punto il muro diventa davvero invalicabile, sento che stanno per giungere quel gruppetto di “amati manigoldi” che ci hanno fatti disperare tutto l’anno.
Appoggio la bici al muro ed attendo il loro passaggio. “Rosinaldino” è visibilmente emozionato quando sfila da capitano con un mazzo di fiori così come quando più tardi leggerà ad alta voce i nomi degli Angeli caduti.
Nicolino Ventola mi vede ed aprendosi in un sorriso esclama “ Doc, anche lei qui?”.Gli stringo la mano e lo rimprovero per non avere mostrato la nostra maglia dopo il gol a Roma. Si giustifica prontamente con l’inopportunità del gesto, visto il risultato in quel momento.
Sull’ “anche lei qui” sorvolo, non capirebbe.
Anche Vincenzo Grella mi saluta così come Stesina e “Zampe”.
I tifosi accennano un applauso. Io no, non sono qui per applaudire loro. Piuttosto loro dovrebbero applaudire noi e pare lo comprendano.
Recoba è l’unico a testa bassa con fare quasi scocciato. Ci sono tutti, anche Natali. Manca solo Comottino e mi si stringe un po’ il cuore, ma in un istante l’emozione si fa più forte per motivi più seri e veri.
Rosinaldino ha finito di leggere i Nomi e la tromba suona il silenzio. Brividi mai sopiti attraversano i corpi della nostra Grande Famiglia Granata, da coloro che gli Angeli li hanno visti stravincere al Fila, ai piccoli che li hanno sentiti narrare nella loro leggenda e che vorrebbero vivere una nuova stagione di analoga e strameritata gloria terrena. ( Tra l’altro Saglietti se mai ti incontro ti “ uccido” per quanto mi distruggi con i tuoi struggenti e bellissimi racconti De Amicissiani)
La preghiera, un attimo di raccoglimento e poi una sola voce si alza e riecheggia meravigliosa nel silenzio che avvolge i boschi della collina dietro Superga: TORO – TORO – TORO – TORO – TORO.
Non esiste altro canto che possa meglio spiegare, meglio dire, meglio volare nel cielo.
La squadra si riavvia verso il piazzale. La famiglia granata ora li incita con garbo ad uno ad uno, con parole semplici - “ Forza ragazzi, dai” - e con dolci pacche sulle spalle.
Ultimo ad allontanarsi un singolarmente commosso Antonelli !!!!????
Chiamo i ragazzi del Club a rapporto e ci facciamo fare una foto dietro alla mia bici, poi appoggiamo fieri la sciarpa sulla lapide.
Ci salutiamo felici.
E’ tardi, mi aspetta un ora di rientro, per fortuna con tanta discesa e poca salita.
Lo “sforzo supremo” io l’ho compiuto, tutti i fratelli l’hanno compiuto ancora una volta, oggi come nell’intero anno trascorso.
Gli Angeli l’hanno come sempre gradito e domani ci saranno al Comunale, di fianco al Filadelfia, a vincere per noi, ne sono certo.
Con questa consapevolezza mi ravvio sereno verso casa.
La bici corre veloce e l’aria mi rinfresca scivolando sul volto e sugli arti. Ho fretta di tornare a casa per vedere i miei cari.

Ho fretta che sia domani perché sarà comunque, finalmente, un giorno di vittoria.