100 di Fila. Duecento bambini in granata: quando al Filadelfia si inventava il calcio per i più piccoli
Alessandra Ferri aveva poco più di vent’anni quando, nella seconda metà degli anni Ottanta, entrò al Filadelfia per lavorare a un progetto che ancora non aveva neppure un nome consolidato: portare sul campo bambini di quattro, cinque e sei anni e costruire per loro un’attività propedeutica al calcio. L’intuizione fu di Sergio Vatta e del professor Giuseppe Trucchi. Un’altra scelta allora tutt’altro che scontata fu quella di affidare parte del lavoro a giovani istruttrici donne. Ferri rimase al Fila fino ai primi anni Novanta, vedendo da vicino uno dei settori giovanili più prolifici del calcio italiano. Oggi ha 60 anni, insegna scienze motorie e continua a collaborare con il mondo delle scuole calcio.
Alessandra, come nacque il progetto dei Primi Calci al Filadelfia?
“Fu un’intuizione di Sergio Vatta e del professor Trucchi. Fino a quel momento i bambini potevano iniziare l’attività sportiva più avanti, dagli otto anni circa: non esisteva ancora quella che oggi chiamiamo scuola calcio o Primi Calci. Loro pensarono invece di proporre un’attività a bambini di quattro, cinque o sei anni. Bisognava però capire che cosa far fare a bambini così piccoli: non si poteva ancora parlare propriamente di calcio. Era un progetto completamente da inventare”.
E perché scelsero anche delle istruttrici donne?
“L’idea era che a quell’età i bambini avessero principalmente figure femminili come riferimento: la mamma, la maestra. Io e un’altra mia compagna dell’ISEF gravitavamo già intorno al mondo del calcio e venimmo messe in contatto con Vatta. Ci propose di entrare nel progetto. All’inizio eravamo noi due, poi i bambini diventarono centinaia e vennero coinvolti molti altri studenti ISEF”.
Che cosa facevate concretamente con quei bambini?
“Si lavorava sulle abilità motorie, sulla coordinazione, sulla lateralità, sull’utilizzo di entrambi i piedi e di entrambe le mani. Era tutto ciò che precedeva la tecnica vera e propria. Di giorno lavoravamo sul campo e la sera studiavamo quali attività proporre, insieme a Vatta, Trucchi e a un neuropsichiatra infantile. Io e la mia collega facemmo poi anche la tesi su quel progetto. Era bellissimo proprio perché era tutto nuovo, tutto da costruire”.
Ferri: “Al Filadelfia duecento bambini granata riempivano il campo”
Che cosa succedeva quando iniziavano le attività dei Primi Calci?“Il pomeriggio il Filadelfia era pienissimo di tifosi. Noi lavoravamo sul campetto che si trovava entrando sulla sinistra, non sul campo principale. Potevamo avere anche dieci istruttori per turno e duecento bambini contemporaneamente. A tutti veniva data la maglietta granata e un pallone Super Tele, quelli leggerissimi. Ti trovavi davanti duecento bambini tutti in granata e duecento palloni che riempivano il campo. Era veramente una novità”.
Com’era, in quegli anni, entrare al Filadelfia da giovane donna e lavorare in campo con quei bambini?
“All’inizio fu sicuramente insolito. Eravamo giovani, eravamo donne su un campo da calcio e parliamo del 1986-87. Anche per questo attiravamo curiosità. Però non ricordo pregiudizi nei nostri confronti: vedendoci lavorare, tutti capivano che la nostra presenza aveva un senso. Poi, in quell’ambiente così familiare, diventammo semplicemente parte della normalità”.
Che cosa vedeva quando entrava nel vecchio Filadelfia?
“C’era il cancello e subito un cortile in ghiaia. Sulla destra c’erano gli uffici, tutti i trofei del settore giovanile e poi gli spogliatoi; sulla sinistra il campo di allenamento. Ma soprattutto vedevi una marea di persone, veramente tantissime, che passavano lì interi pomeriggi. I giocatori arrivavano in bicicletta, a piedi, qualcuno con i mezzi. Entravano nel cortile e conoscevano tanti tifosi per nome, perché erano sempre gli stessi. Era proprio un altro calcio, un altro sapore".
Era quindi davvero un luogo di ritrovo, oltre che un campo di allenamento.
“Sì. Se non sapevi cosa fare un pomeriggio andavi al Filadelfia e trovavi qualcuno. C’erano tantissimi pensionati, persone che trascorrevano lì il pomeriggio. Era veramente una famiglia, un punto di ritrovo. Chi non ha vissuto quegli anni e quel Filadelfia secondo me fa fatica a crederci”.
Prima di arrivare al Filadelfia aveva già avuto modo di frequentare altri ambienti del calcio professionistico?
“Sì. Il mio professore, Gaudino, era il preparatore atletico della Juventus e avevo assistito ad alcune sedute di allenamento al Combi. Ma era tutto un altro ambiente, molto più freddo. I giocatori attraversavano la strada a piedi per andare allo stadio, dove avevano gli spogliatoi, e quasi nessuno osava parlare con loro. I tifosi aspettavano sulla strada, magari riuscivano a prendere un autografo mentre passavano, ma erano persone sempre diverse. Non c’era quel rapporto quotidiano con la squadra”.
E al Filadelfia invece?
“Il Filadelfia era proprio un punto di ritrovo, anche quando non c’erano gli allenamenti. Il cortile era il ritrovo soprattutto delle persone più anziane: anziché andare al parco, andavano al Filadelfia. I giocatori conoscevano i tifosi, i tifosi conoscevano loro. Era completamente diverso”.
“Una volta entrata al Filadelfia non potevi non rimanerne affascinata”
E lei, quando arrivò al Filadelfia, era già tifosa del Toro?“No, anzi. Tendenzialmente ero più verso la Juventus: ero una ragazza cresciuta negli anni di Cabrini, quindi forse mi attirava anche tutto il contorno. Mio papà invece era granatissimo, aveva visto il Grande Torino, gli Immortali. Per lui fu un regalo il fatto che io avessi iniziato a lavorare lì. Ma una volta entrata al Filadelfia non potevi non rimanerne affascinata”.
Che cosa la conquistò?
“C’era un senso di appartenenza a qualcosa che andava oltre i risultati. E non è che in quegli anni siano mancate le difficoltà: siamo anche andati in Serie B. Però si viveva tutto insieme. Io oggi provo a spiegarlo ai miei alunni, ma per chi non ha vissuto quel Filadelfia è difficile capire. Si respirava davvero un’aria di famiglia”.
Quanto il Grande Torino era presente nella vita quotidiana del Fila?
“Ricordo che c’erano alcuni resti dell’aereo di Superga conservati in una stanza, tra cui una ruota. Ogni tanto portavamo lì i bambini, raccontavamo loro la storia del Grande Torino e mostravamo quei resti. Era anche quello un modo per trasmettere questo senso di appartenenza”.
Quanto erano mescolati tra loro giocatori, tecnici, tifosi e ragazzi del settore giovanile?
“Tantissimo. Ho delle foto pazzesche in cui ci sono insieme il professor Trucchi, i tifosi e i giocatori, magari durante qualche brindisi. E ho fotografie dei bambini fatte con tutti i giocatori della prima squadra, che venivano lì veramente in un clima di amicizia. Sono stati gli anni più belli. Il Toro, vissuto in quel modo, ti rimane proprio tatuato addosso”.
C’era qualche tifoso che era diventato quasi un personaggio del Filadelfia?
“Mi ricordo soprattutto Dante. Era un signore già grande rispetto a noi ragazzi, credo fosse addirittura pensionato. Lo conoscevano tutti i giocatori e lui conosceva tutti. Se poteva fare un favore a qualcuno lo faceva. Era un po’ il papà, il nonno di tutti quanti. Era proprio uno dei personaggi caratteristici del Filadelfia”.
Ferri: “Vatta e Trucchi avevano una visione che non lasciava nulla al caso”
Lei quel settore giovanile l’ha visto da dentro. Perché era così avanti rispetto agli altri?“Perché ebbe la fortuna di avere fianco a fianco due persone come il professor Trucchi e mister Vatta, che avevano una visione, un progetto e non lasciavano nulla al caso. I ragazzi sapevano che, arrivando lì, dovevano sudarsi il posto e lavorare in un certo modo. Non c’era mai quello che pensava di essere già arrivato. C’era proprio una cultura del lavoro”.
Ma oltre alla mentalità c’erano anche metodologie molto innovative.
“Sì. Facevano lavori che oggi sono normali, ma quarant’anni fa non lo erano affatto. Avevano attrezzature che si facevano costruire quasi loro, anche in legno, e lavoravano già su principi che oggi diamo per scontati. Si andava anche per tentativi, ma era tutto molto studiato nei minimi particolari. Hanno avuto intuizioni che poi sono diventate la normalità”.
Una di queste intuizioni riguardava anche il rapporto con i genitori.
“Sì. Lavoravamo con un neuropsichiatra infantile e facevamo incontri proprio con i genitori. Quando un figlio arrivava al Torino, inevitabilmente si creavano delle aspettative che poi potevano ricadere sul ragazzo. Si cercava di spiegare che il calcio era prima di tutto un gioco e che quelle pressioni potevano pesare anche sul rendimento. Ancora oggi, quando collaboro con le scuole calcio, spesso il problema principale sono proprio i genitori”.
C’era attenzione anche per i ragazzi che arrivavano da fuori Torino?
“Sì. C’era una sorta di collegio in corso Vittorio, dove i ragazzi venivano seguiti davvero in tutto: accompagnati a scuola, aiutati nello studio, accuditi. C’era già l’idea di preparare anche un piano B, perché non esisteva soltanto il calcio. Oggi possono sembrare cose normali, ma quarant’anni fa facevano la differenza”.
All’inizio, però, due ragazze su un campo da calcio erano qualcosa di insolito. Vi capitò mai di sentire diffidenza o pregiudizi?
“No, non ricordo pregiudizi. All’inizio eravamo sicuramente una novità: eravamo giovani, donne e lavoravamo su un campo da calcio. Ma vedendoci lavorare si capiva che la nostra presenza aveva un senso. Non c’era malizia, non veniva mai messa in dubbio la nostra professionalità. Poi, in quell’ambiente così familiare, diventammo semplicemente parte della normalità”.
Anche le bambine potevano partecipare ai Primi Calci?
“Sì, era aperto a tutti. In realtà di bambine non ne avemmo moltissime, ma a quell’età non c’erano campionati e non esisteva una distinzione particolare. Era inoltre tutto completamente gratuito. Si lavorava in due cicli, uno autunnale finché il tempo lo permetteva e poi si ripartiva a marzo”.
Di tutti quei bambini, qualcuno arrivò poi fino alla Serie A?
“Quello che ricordiamo sicuramente è Federico Balzaretti. Ho ancora delle foto di lui piccolissimo ai Primi Calci. È uno di quelli che sono partiti proprio da lì”.
In foto, al centro, Alessandra Ferri. Il primo bambino, a partire da sinistra, è Federico Balzaretti.
“Quel bambino vide Aguilera e si emozionò così tanto che…”
I bambini riuscivano davvero ad avere un rapporto diretto con i giocatori della prima squadra?“Sì, perché ci allenavamo negli stessi spazi e spesso uscivamo dagli spogliatoi insieme. I giocatori passavano nel cortile, venivano sul campo, facevano le foto con i bambini. Non c’era quella distanza che puoi immaginare oggi”.
C’è un episodio che le è rimasto particolarmente impresso?
“Una volta portammo tutti i bambini allo stadio per il derby. Uno di loro non riusciva a vedere e me lo misi sulle spalle. A un certo punto Pato Aguilera arrivò praticamente davanti a noi per prendere un pallone. Il bambino lo riconobbe e cominciò a urlare: ‘Pato! C’è Pato!’. Si emozionò così tanto che mi fece la pipì addosso. Passai mezzo derby negli spogliatoi a chiedere di poter fare una doccia. Fa ridere, ma rende bene l’idea di quello che significava per quei bambini vedere i propri idoli così da vicino”.
Dopo tutti questi anni, che cosa le è rimasto soprattutto di quel Filadelfia?
“Il senso di famiglia. Se non sapevi cosa fare un pomeriggio andavi lì e trovavi degli amici, perché alla fine ci si conosceva tutti. C’erano i tifosi, i pensionati, i tecnici, i giocatori, i ragazzi. Era davvero un punto di ritrovo. Io provo ancora a spiegarlo ai miei alunni, ma chi non ha vissuto quegli anni fa fatica a capire che cosa fosse”.
E a lei personalmente che cosa ha lasciato?
“Sono stati veramente gli anni più belli. Io ero entrata lì senza essere propriamente granata, poi il Toro vissuto in quel modo ti rimane tatuato addosso. C’era un senso di appartenenza che andava oltre i risultati. Era un altro calcio, un altro sapore”.
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