100 di Fila. Filadelfia la casa del Toro
Nomina nuda tenemus, scriveva Umberto Eco 46 anni fa al termine del magistrale Il nome della rosa, il romanzo che ha fatto il giro del mondo ispirando canzoni, fumetti (Zagor, Topolino) fino ai più recenti videogiochi, vendendo oltre 50 milioni di copie in tutto il mondo e venendo letto in più di 60 Paesi e tradotto in oltre 40 lingue.
Ma è proprio vero che ‘possediamo nomi privi di significato’? La storia dello stadio Filadelfia, la casa del Toro, presenta una serie di interessanti riflessioni.
Sia consentita una mite premessa. A tutti può capitare di sbagliare, ma in rete di errori se ne trovano tanti anche sul Filadelfia: un recente articolo parla di un’inaugurazione avvenuta il 17 ottobre 1927 quando invece essa si verificò esattamente un anno prima; il detto popolare e proverbiale «l’errore è sempre dietro l’angolo» riguarda in maniera particolare la scrittura. Rileggere la storia, che è il nostro principale intento, dunque non fa mai male.
Il giorno dell’inaugurazione del nuovo stadio granata, il 17 ottobre 1926, si rivelò elettrizzante: una «festa di luci e colori» – annotò Giuseppe Tonelli su «La Stampa» – avvolse 15.000 persone giunte con incredibile «movimento di macchine», mentre «squilli di tromba» annunciarono, agli inizi del pomeriggio, l’arrivo delle massime autorità politiche, civili e religiose, il principe ereditario Umberto di Savoia, la principessa Maria Adelaide, madrina dell’evento, l’arcivescovo Giuseppe Gamba; il «magnifico viale di Stupinigi» assumeva la veste non già di una domenica autunnale ma di «un meriggio dolce di primavera».
All’epoca, in questa area meridionale del capoluogo piemontese c’erano poche case, mentre col tempo il quartiere si sarebbe intensamente sviluppato e popolato, seguendo la crescita del Lingotto; oggi, l’antico Borgo Filadelfia è una zona completamente urbanizzata che è stata interessata da diversi interventi di riqualificazione, mantenendo alcuni angoli verdi.
Inizialmente, il nuovo impianto presentava solo la tribuna coperta e il rettilineo, non c’erano ancora le due tribune sui lati corti del campo: venne chiamato il campo di via Filadelfia.
Cinque anni dopo l’inaugurazione, alla vigilia del derby casalingo del 20 dicembre 1931 – conclusosi a reti inviolate – Vittorio Pozzo celebrava i 25 anni del Torino, ricordando sia l’atto del «battesimo ufficiale» della società granata, avvenuto al Voigt il 3 dicembre 1906 alle «23», sia come le prime partite erano state giocate nella «vecchia» Piazza d’Armi cittadina, in tempi in cui «nessuno si poteva permettere» il lusso di un «campo cintato»: pertanto, per qualche incontro di cartello si andava a giocare sul «prato» del Velodromo di Corso Umberto I, poi demolito, finendo inevitabilmente a questionare con i direttori di quella pista che avevano occhi solo per il ciclismo e i suoi «Pontecchi, Momo, Tomaselli, Ellegaard, Arend e Jacqueline». Andare a giocare nella «libera Piazza d’Armi» diventava, quindi, spesso obbligato, ma richiedeva un’intensa organizzazione, con «spogliatoi ambulanti», «corde tirate da noi stessi attorno al rettangolo di giuoco» e il gran pubblico «che ci volgeva le spalle o ci considerava come degli evasi dal manicomio torinese»: pubblico composto da spettatori «critici», «scalmanati», «facinorosi come le migliaia dei tifosi del giorno d’oggi» che «trinciavano sentenze, mostravan rigidità di idee e concezioni». Inoltre, era già molto sentita la rivalità tra le due squadre torinesi, con i giovani del Liceo D’Azeglio, «tutti juventini», contro quelli del Liceo Cavour, «tutti granata», rivalità che nel tempo si era – annotava Pozzo – «elefantizzata».
C’era assolutamente bisogno per il Torino di uno stadio di proprietà, di una una casa e questo fu uno dei principali obiettivi di un grande presidente granata come il conte Enrico Cinzano Marone (1895-1968), rampollo della famiglia fondatrice della nota casa produttrice di liquori: dopo aver combattente nella Grande guerra, aveva subito pensato, una volta acquistato il Torino (1924), a uno stadio granata; sviluppò un apposito progetto in collaborazione con il Politecnico di Torino (i lavori furono affidati all'ingegnere Miro Gamba, 1879-1957, lombardo di Bellagio e docente del Politecnico). Il presidente Cinzano creò la Società Civile Campo Torino (SCCT), con quote versate a fondo perduto e il solo obiettivo di acquistare un’area per costruirvi uno stadio con annesso campo di allenamento: venne scelta, anche per il prezzo contenuto, un’area di periferia e il tutto venne realizzato in tempi veloci, cosa inconcepibile per quelli attuali; infatti, il 24 marzo 1926 venne inoltrata la richiesta di concessione edilizia presso il Comune e, una volta accettata, i lavori furono affidati all’ingegnere Gamba, mentre per la costruzione si scelse il commendator Riccardo Filippa. Il nuovo stadio costò 2 milioni e 500 mila lire e tanto per avere termini di paragone un litro di latte costava poco oltre una lira, lo stipendio medio di un operaio italiano si aggirava intorno alle 300 lire e per un quotidiano ci volevano fra i 30 e i 40 centesimi.
Breve digressione: dopo aver costruito il Filadelfia e aver vinto due scudetti (uno dei quali revocato), Cinzano lasciò la presidenza del Toro dopo essere rimasto scosso e amareggiato dalle accuse dello scandalo del “caso Allemandi” che portò appunto alla revoca del primo scudetto. Farsi da parte è a volte un atto di grande modernità, poiché ridefinisce il concetto di forza e successo di cui il mondo contemporaneo, e soprattutto quello attuale, risulta ossessionato.
I torinesi seguirono con grande circospezione i lavori del nuovo impianto e il 26 agosto 1926 «La Stampa» scriveva: «Ai primi del prossimo ottobre verrà inaugurato un nuovo campo per il gioco del calcio: il campo del Torino Football Club. La nota e battagliera associazione sportiva lascia definitivamente l’antica pelouse di corso Sebastopoli e si trasporta nel prato che ha per confini il corso Stupinigi e il grande fabbricato della Fiat-Lingotto». Il 16 ottobre seguente, vigilia dell’inaugurazione, «La Gazzetta del Popolo» rilanciava: «Domani verrà inaugurato il nuovo campo del Torino F.C. La cerimonia, alla quale la presenza delle maggiori autorità cittadine conferirà un carattere di solennità, è considerata dalla vasta famiglia sociale di uno dei più popolari e gloriosi sodalizi sportivi italiani, come una festa intima, a coronamento di un lungo sogno e di un rapido lavoro di costruzione».
Nella partita d’esordio il Torino ospitò la Fortitudo Roma: l’ingresso delle formazioni si rivelò una grande festa di luci e colori poiché, dopo che le due formazioni si erano allineate in campo rivolte verso la tribuna d’onore, i 15.000 spettatori ebbero «la sorpresa» di veder spuntare casacche granata in continuazione: la Società granata aveva deciso di schierare tutte le sue squadre, con ultima ad arrivare quella dei biberons di cui faceva parte «il figlio del dottor Laugeri» che contava «la bellezza di due primavere e mezza».
Il medico Melanio Laugeri (1891-1958), torinese doc, pur non essendo tra i fondatori della squadra granata, ricoprì nel Toro quasi tutti i ruoli, da giocatore ad arbitro e poi consigliere e vice-presidente: tesserato arbitro per il Torino F. C. nel 1912, esordì nel campionato di Prima Categoria il 23 febbraio 1913 nella partita Pro Vercelli-Juventus, finita 3-0.
Altra parentesi: l’Italia era già una dittatura e nello stesso articolo de «La Stampa» si rinviene più di un’eco: proprio in relazione all’ingresso di tutte le formazioni granata, il cronista scrisse che gli spettatori stavano assistendo a «una parata di forza del Torino».
Il primo tempo finì 0-0, con gli spettatori sorpresi dalla buona prova degli ospiti. Nel secondo tempo il Toro segnò quattro reti con doppiette di Rossetti e Libonatti e il quotidiano parlò di «autentica goleada»; alla fine del suo articolo Tonelli andò a intervistare il portiere romanista Vittori, chiedendogli che impressione avesse avuto dell’incontro, sentendosi così rispondere: «Il Torino è la squadra più forte che abbiamo fino a oggi incontrata. Ha una prima linea semplicemente meravigliosa. Jonni è un mediano che non ha l’eguale. E questo crediamo è il miglior commento».
Negli anni immediatamente successivi si creò la magia tra il Filadelfia e il popolo granata: una volta completato l’impianto, i tifosi potevano passare alla fine del primo tempo da una curva all’altra – altra cosa oggi impossibile –, per seguire meglio i gol dei propri beniamini. Molti calciatori granata, soprattutto celebri, hanno provato a spiegare questa magia. Quando il centravanti emiliano Giuliano Giovetti approdò al Toro nel 1952 aveva 25 anni ed era reduce da un quadriennio al Modena e da un anno al Como: possedeva buone doti tecniche, ma secondo Gian Paolo Ormezzano «nessun tremendismo»; tuttavia, Giovetti avvertiva una magia particolare e un giorno raccontò che spesso, giocando al Fila, gli capitava di segnare gol senza accorgersene, come se sentisse di essere risucchiato dall’incredibile desiderio dei tifosi granata di vedere la porta insaccata.
Resta la questione di quando il nuovo stadio divenne semplicemente il Filadelfia. Negli anni Trenta l’attenzione si spostò sulla costruzione del nuovo impianto sportivo intitolato al duce, concreta testimonianza del razionalismo italiano, inaugurato il 14 maggio 1933 come ‘Stadio Municipale Benito Mussolini’, con i festeggiamenti ufficiali e i ‘Giochi Littori’ – per cui era stato pensato – aperti il giorno immediatamente successivo.
Quando il 27 gennaio 1935 l’Ambrosiana-Inter vinse per la prima volta a Torino contro il Toro (2-1, rete decisiva, al 66’, di Meazza, inutile il pareggio di Baldi al ’47 dopo l’iniziale vantaggio nerazzurro di Porta al 7’ del primo tempo), Emilio De Martino del «Corriere della Sera», che tra l’altro riconobbe la netta prevalenza granata con l’eccezione del finale, parlò del «campo di corso Filadelfia».
Se intanto i tifosi avevano iniziano a chiamare l’impianto semplicemente il Fila, sui giornali nazionali si continuò a citare il campo di corso o di via Filadelfia: come noto, il Toro giocò al Fila dal 1926 al 1943, dal 1945 al 1958 e dal 1959 al 1963, legando la sua fama principalmente all’epopea del Grande Torino. Ma quando vi tornò a giocare dopo la parentesi bellica, infilando «tre stoccate al Milan» il 5 maggio 1946 (con reti di Mazzola al 4’, Castigliano al 12’ e Ferraris II al 79’) Nicolò Samarelli del «Corsera» continuò a chiamarlo il «campo di via Filadelfia». Idem il 21 luglio quando i granata si aggiudicarono il derby (1-0, rete di Gabetto al 19’) con il cronista Ciro Verratti che sottolineò come nonostante il Comunale (di proprietà strisciata) potesse contenere oltre 50.000 spettatori, il Toro avesse scelto di giocare la partita decisiva nel «campo di corso Filadelfia».
Stessa musica negli anni Cinquanta finché il 31 ottobre 1955 comparve per la prima volta nell’occhiello del titolo Torino: macchina da gol – a pagina 4 del «Corriere della Sera» –, relativo al 5-0 rifilato dai granata alla Triestina, l’espressione «stadio Filadelfia».
Insomma, mentre i tifosi lo chiamavano col diminutivo, il linguaggio giornalistico continuava a usare per la casa del Toro il nome di un corso-via, scelto negli anni precedenti, insieme alle limitrofe vie Boston e Baltimora, dalla toponomastica torinese per raggruppare i nomi di luoghi esteri — le principali città della costa atlantica degli Stati Uniti — all’interno di specifiche zone o quartieri della periferia e della prima cintura tra cui, appunto, il quartiere Santa Rita e l’area vicina allo Stadio Filadelfia.
Nome migliore, in fin dei conti, non avrebbe potuto essere scelto poiché la citta statunitense è quella della famosa Declaration del 1776: un richiamo alla ribellione, alla libertà e all’indipendenza che, come abbiamo visto, sono profondamente parte del dna granata.
Per il festival sportivo 'Overtime' di Macerata, domenica 11 ottobre, alle 11.00 presso la Galleria degli Antichi Forni, il prof. Marco Severini (Università di Macerata) presenta il suo libro "120 motivi (e anni) per tifare Toro (1797 edizioni), seconda edizione del libro che ha ottenuto grande riscontro all' ultimo Salone del Libro di Torino. Presenta Vincenzo Federiconi.
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