100 di Fila. Franco Ossola: "Il genius loci del Filadelfia è emigrato altrove"
Franco Ossola il Filadelfia lo ha conosciuto da bambino, da tifoso e persino, come dice lui con autoironia, da "schiappa granata". Ma il Fila non può che assumere un'altra dimensione: un luogo fisico, che dà sostanza a una ricerca continua. Su quel prato aveva giocato suo padre, il primo tassello di quello che sarebbe diventato il Grande Torino, morto a Superga prima ancora che Franco nascesse, nel gennaio del 1950. Il Fila è diventato così uno dei luoghi in cui cercarne le tracce. Una ricerca che con il tempo è diventata quasi una missione, fino a rendere Ossola forse uno dei narratori più riconoscibili di quella storia che, inevitabilmente, lo riguardava anche così da vicino.
Ossola, lei ha scritto: “Papà non l’ho conosciuto, l’ho rincorso per tutta la vita”. Che posto ha avuto il Filadelfia in questa ricerca?
"Ho incominciato ad andare al Filadelfia molto piccolo, avevo otto o nove anni. Mi portava alle partite il mio padrino, Giulio, che era stato un grande amico di mio padre. Ho visto anche il Torino in Serie B, purtroppo. All’inizio per me il Filadelfia significava soprattutto andare alla partita: non ero ancora perfettamente consapevole di che cosa fosse stato il Grande Torino e di che cosa avesse fatto mio padre con i suoi compagni. Quella consapevolezza è arrivata dopo. Però evidentemente quel luogo mi era già rimasto nel cuore".
Sua madre invece tornava al Filadelfia?
"Quasi mai. Forse in qualche commemorazione, forse alla partita con il River Plate arrivato dall’Argentina dopo Superga. Ma non voleva vedere le partite. Mi raccontava che le bastava un gesto qualsiasi, un calcio, una rovesciata, un passaggio, per rivedere mio padre. L’emozione per lei era troppo forte. Anche quando ero già più grande provai qualche volta a chiederle di venire con me, ma non ne voleva sapere".
Che figura era Giulio per lei?
"Era stato un grande amico di mia mamma e di mio papà ed era il mio padrino di battesimo. La mia madrina era invece Anita Gabetto, la moglie di Guglielmo. Quando capì che cominciavo a interessarmi al calcio, veniva a prendermi e mi portava alla partita. Era una persona di una dolcezza squisita. Andavamo in tram e, tornando dal campo, ci fermavamo vicino a casa sua: c’era un bar straordinario che faceva dei panini meravigliosi, mi offriva la merenda e poi mi riaccompagnava pian piano a casa. Lo ricordo sempre con grande affetto perché, tutto sommato, è stato lui a farmi conoscere il Filadelfia e il calcio. E poi se ne intendeva: mi raccontava, mi spiegava, mi diceva".
Ricorda una delle prime partite viste al Filadelfia?
"Mi ricordo un Torino-Triestina, tra la fine degli anni Cinquanta e il periodo della Serie B. Non ricordo più bene se fosse l’anno in cui siamo retrocessi o quello successivo, e nemmeno il risultato con certezza. Ricordo però che la Triestina era una diretta concorrente e che ero con un mio caro amico, Giuliano. Facevamo un tifo terribile. Quando tornavamo a casa eravamo completamente senza voce, come conviene a un tifoso che partecipa veramente alla partita".
Le capitava spesso di tornare a casa senza voce?
"Sempre. Finché sono stato nell’età dell’incoscienza, diciamo almeno fino ai vent’anni e anche un po’ oltre, a tutte le partite a cui assistevo, tribuna o non tribuna, curva o non curva, gridavo come un pazzo. Niente bandiere o cose del genere, però di tifo ne facevo parecchio. Quindi molto spesso tornavo a casa senza voce"
Quando il Filadelfia ha smesso di essere soltanto il luogo delle partite ed è diventato anche un luogo attraverso cui cercare suo padre?
"Quando ho cominciato davvero a ragionare su che cosa fosse stato il Grande Torino, il Filadelfia non era più il teatro delle partite. Però evidentemente mi era rimasto nel cuore. C’era quell’erba che, pur crescendo e rinnovandosi nel tempo, nella mia fantasia era sempre quella che mio padre e i suoi compagni avevano calpestato. Era un legame profondo, direi proprio naturale, con quel campo. Per questo quando lo hanno distrutto, per me è stata una brutta cosa".
Ossola: "Mi allenavo nel campetto di fianco al Filadelfia"
In realtà lei il Filadelfia lo ha conosciuto anche da calciatore."Sì, per alcuni anni ho giocato nelle giovanili del Torino, con risultati del tutto mediocri. Poi mi sono dedicato all’atletica leggera e lì le cose sono andate un po’ meglio. Tra i quindici e i diciotto anni mi allenavo nel campetto di fianco al Filadelfia. Il campo principale per noi era praticamente interdetto, lì giocava la Primavera. Con me c’erano Zaccarelli, Rampanti, Pulici, : tutta gente che poi è arrivata in prima squadra. Io ero lontano anni luce da loro. Quindi ho anche questo ricordo di me come 'schiappa granata'".
Sul campo principale riuscì mai a giocare?
"Un tempo con la Primavera l’ho fatto. Erano tutti indisponibili e serviva qualcuno. Mi pare fosse contro il Novara. Feci la figura che era la mia solita..."
Chi erano allora le persone del Filadelfia che le parlavano di suo padre?
"C’era Oberdan Ussello, che era stato un carissimo amico di mio padre e aveva giocato con lui. C’era Vittorio Sentimenti. Erano tutti giocatori che avevano conosciuto mio padre, che ci avevano giocato insieme o contro. Di Ussello conservo ancora un paio di lettere indirizzate a mio padre. Però quando mi vedeva pensava a lui e gli si rizzavano i capelli. Forse anche per non farmi stare troppo mogio non mi raccontava tantissimo".
Qualcosa però le raccontò. Che giocatore era suo padre?
"Mi dicevano che era un giocatore straordinario dal punto di vista tecnico, 'da brasiliano', come scrisse anche Gianni Brera. Giocava con la testa alta, era bravissimo con la palla tra i piedi ed era un goleador astuto. Molti dei suoi gol arrivavano quasi inaspettati: infilava la zampa, si smarcava all’improvviso. Faceva anche dei bei gol con tiri forti, naturalmente, però era molto furbo. Era estremamente tecnico e questa tecnica gli permetteva di sgusciare via".
Eppure in Nazionale maggiore non ebbe molto spazio.
"Fu sfortunato, perché Vittorio Pozzo non lo convocò mai nella Nazionale maggiore. Pozzo aveva l’idea che ognuno dovesse avere il proprio ruolo. Mio padre poteva giocare all’ala destra, all’ala sinistra, centravanti. Ma Pozzo voleva Gabetto centravanti, Menti a destra, Ferraris a sinistra. Uno che poteva giocare dappertutto rischiava di non trovare posto. Dal punto di vista tecnico, nel Grande Torino, secondo me lui e Virgilio Maroso erano i due più bravi. Anche più di Mazzola tecnicamente; poi Mazzola era superiore a tutti per tante altre cose".
Riesce davvero a separare lo storico dal figlio?
"No, non si può. Io questa storia me la sono vissuta tutta internamente, con una grande intensità. Però cerco di farlo per chi legge, guarda o ascolta, perché non venga troppo confusa la mia condizione di figlio. Nei ritratti che ho scritto di mio padre sono sempre stato piuttosto severo, molto asciutto. Avrei potuto dargli ben altra dimensione".
Franco Ossola in compagnia di Renato Zaccarelli
Ossola: "Al Filadelfia mio padre soffriva anche dalla tribuna"
C’è un episodio legato a suo padre che associa particolarmente al Filadelfia?"C’è stato l’anno in cui venne squalificato per parecchi mesi per una cosa che, secondo il racconto di famiglia, non aveva fatto lui. Mia mamma mi raccontava che seguiva le partite dalla tribuna ed era talmente nervoso, sia per essere stato punito ingiustamente sia perché non poteva giocare, che si mangiava le unghie. E lui odiava questa cosa: quando vedeva qualcuno che provava a mangiarsi un’unghia lo sgridava. In quei mesi invece se le mangiava lui. Soffriva al Filadelfia, ma non dentro il campo: fuori, in tribuna".
E poi arriva il luglio del 1997. Era presente quando cominciò la demolizione?
"Sì. Quello è uno dei ricordi più tristi. Ho assistito al primo colpo di maglio e una lacrimuccia mi è scappata. C’era ancora quell’erba che, pur essendosi naturalmente rinnovata nel tempo, per me era quella che mio padre e i suoi compagni avevano calpestato. Con la distruzione mi sembrava che se ne andasse anche quell’ultimo rapporto fisico con loro".
Negli anni dell’abbandono continuava comunque a entrare al Filadelfia?
"Qualche volta sì. Quando c’erano gli Angeli del Filadelfia che cercavano di proteggerlo dalle distruzioni e dal degrado, capitava di entrare. Ma in mezzo ai ruderi, allo sfacelo e alla sporcizia era una tristezza terribile. Preferisco conservare nel cuore i ricordi più sereni".
Quanto le è rimasta addosso quella giornata della demolizione?
"Tra l’altro ho scoperto anni dopo una cosa curiosa. C’è un libro che si chiama Calcio, di John Foot, in cui l’autore racconta proprio la distruzione del Filadelfia. A un certo punto cita me e scrive di aver incontrato Franco Ossola, il figlio del giocatore, che non nascondeva la propria commozione. Quando l’ho letto mi sono ritrovato improvvisamente lì dentro. Ed è esattamente quello che era successo quel giorno".
Ossola: "I mattoni ti parlavano, ti raccontavano delle storie"
Quando il Filadelfia è stato ricostruito si è parlato molto di un ritorno a casa. A distanza di quasi dieci anni, quella casa è davvero tornata?"Diciamo che 'ritornare a casa' era una metafora. Finalmente si è avuto il buon senso e il coraggio di non profanare definitivamente quel luogo. Perché in passato lì erano state immaginate anche altre destinazioni. In questo senso almeno il luogo è rimasto lì".
Ma secondo lei qualcosa si è perso per sempre?
"Nei luoghi che hanno una storia esiste il genius loci, il genio del luogo: una sorta di presenza protettiva che rimane nei posti che hanno avuto una vita intensa. Chi ha la sensibilità di mettersi su quelle frequenze riesce a coglierne l’atmosfera, la magia. Il Filadelfia era così. C’era un genius loci costruito dalle emozioni dei tifosi, dalla gioia delle partite, dai gol fatti, dai drammi dei giocatori".
E oggi dov’è?
"Per me il genius loci del Filadelfia non c’è più. Se n’è andato, è emigrato altrove. Bisognerebbe tentare di ricostruirlo, o almeno di richiamarlo, ma credo che non tornerà più come prima. Ormai è diventato qualcosa di molto più freddo, più asettico. I giocatori arrivano, hanno la loro vita e magari dopo sei mesi vanno via: diventa difficile ricostruire quell’atmosfera magica che c’era allora".
Che cosa rimane, allora?
"Rimane almeno quel rettangolo di terra e di mattoni. Una volta il Grande Torino rimase lì per tutti gli anni Quaranta. Prima c’erano stati gli anni Venti, quelli degli scudetti, e poi gli anni Trenta, con tanti giocatori piemontesi o torinesi. È stata quella continuità a costruire la magia, quella meravigliosa sensazione per cui persino i mattoni sembravano parlarti e raccontarti delle storie. Oggi è tutto più freddo e asettico. Però almeno quel luogo non è stato cancellato definitivamente".
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