Toro News Mondo Granata 100 di Fila. Mariani: "Siamo ancora i ragazzi del Filadelfia"

100 di Fila. Mariani: "Siamo ancora i ragazzi del Filadelfia"

Matteo Curreri
100 di Fila / Dagli anni del settore giovanile all’esordio con Radice: Pietro Mariani racconta il Fila che lo ha cresciuto

"Ho avuto un onore e un privilegio che non è facile da raccontare". Pietro Mariani quel privilegio lo identifica con gli anni trascorsi al Filadelfia. Arrivato a Torino dal Reatino poco più che ragazzo, cresce nel settore giovanile granata e a 17 anni Gigi Radice lo fa esordire in prima squadra. Tra vivaio e Toro dei grandi trascorre oltre un decennio, attraversando una delle stagioni più importanti della storia recente del club. Cinquant’anni dopo, Mariani continua a definirsi un “figlio del Filadelfia”.

Pietro, che cosa significa per lei essere un “figlio del Filadelfia”?

“È la prima volta che faccio fatica a rispondere a una domanda, perché se non lo hai vissuto è molto difficile spiegarlo. È fatto molto più di emozioni che di parole. È un film, un racconto, una serie televisiva che non finisce mai. Se oggi mi chiedessero di rinascere e rifare la mia carriera, chiederei di ripartire esattamente da lì".

Che cosa aveva di così diverso quel luogo?

“Giocare nel Toro è stato bellissimo. Non so se per tutti sia stata la società migliore della propria carriera, ma per quasi tutti è stata sicuramente la più particolare, la più diversa. Noi abbiamo ancora una chat che si chiama ‘I ragazzi del Filadelfia’: siamo uomini di sessanta, settant’anni e continuiamo a salutarci, a ricordare chi non c’è più, a stare vicini a chi è in difficoltà. Siamo ancora i ragazzi del Filadelfia".

Quindi il Filadelfia era una casa?

“Dirti casa è riduttivo. Era nostra madre. Abbiamo avuto tante madri e tanti padri: le donne che lavoravano lì, i tecnici, i dirigenti. Io mi sono allenato con i resti dell’aereo di Superga nello spogliatoio: appena entravi vedevi quella ruota, quell’elica. Ma soprattutto venivamo coccolati, seguiti, portati a scuola, aiutati nei momenti di difficoltà e nella mancanza di casa. Eravamo ragazzi giovanissimi".

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Lei arrivò a Torino giovanissimo. Che cosa significò trovare quell’ambiente?

“Venivo da una famiglia contadina e avevo dodici, tredici anni. Negli anni Settanta partire da casa aveva un significato completamente diverso da oggi. Per una famiglia come la mia mandare un figlio così giovane a Torino era un dramma umano. Io lì non trovai un convento dove stare: trovai una famiglia. Sostituirono i miei genitori, i miei fratelli, le mie amicizie".

E che cosa le insegnò quella famiglia?

“Mi hanno costruito calcisticamente: io ero arrivato che ero un bel pezzo di legno e, con martello e scalpello, hanno costruito la tecnica. Ma soprattutto ci hanno educati come persone. Ci hanno insegnato il sacrificio, il rispetto, il senso di appartenenza. La costruzione sportiva e quella umana andavano insieme".

Come vi veniva trasmessa la storia del Toro?

“C’era un tramandarsi continuo. Ci spiegavano cos’era il Toro, cos’era la sua gente, che cosa era successo al Grande Torino. Era come quando un nonno racconta a un nipote da dove viene la sua famiglia: le fatiche, le gioie, i dolori, le radici. Serviva a farci capire dove eravamo, perché eravamo lì e per chi giocavamo. Perché noi giocavamo anche per loro, per il Grande Torino, e giocavamo anche per la gente".

Mariani: “Arrivai quattro minuti in ritardo: trovai le valigie pronte”

Quanto erano severi nell’educazione?

“Una volta arrivai tre o quattro minuti in ritardo alla cena dei ragazzi del convitto. Cenai, poi tornai in camera e trovai le mie due valigie già pronte: avevano chiamato casa per dire che sarei tornato. E io ero già nel giro della prima squadra. Non guardavano quanto eri bravo: prima venivano il rispetto degli orari, del luogo e delle persone".

La mandarono davvero via?

“Io piansi molto. Graziani, Pecci, Zaccarelli e altri della prima squadra cercarono di mediare perché potessi rimanere. Alla fine ci riuscirono, ma mi dissero chiaramente che non avrei più dovuto sbagliare neanche un minuto o un atteggiamento".

Era una severità che riguardava anche le piccole cose?

“Assolutamente. Una volta entrai nei corridoi del Filadelfia e non salutai le donne che lavoravano lì. Presi una sgridata enorme. Lo stesso succedeva se entravi nel cortile e non salutavi i vecchietti che stavano ad aspettarci. Erano attentissimi al buongiorno, alla buonasera, all’educazione. Però non li percepivi come persone che ti controllavano: li sentivi come parenti. Io mi sentivo protetto".

Perché davano tanta importanza a questi aspetti?

“Perché sapevano che se arrivavi al Torino qualche qualità calcistica dovevi averla. Il loro pensiero era: sulla tecnica lavoriamo, ma per completare davvero qualcosa dobbiamo lavorare ancora di più sull’uomo. Se fai un’indagine tra quelli che sono passati dal Filadelfia, magari non tutti sono diventati campioni, ma trovi persone che sanno stare al mondo".

"Vatta, più eri in difficoltà e più ti aiutava"

Chi è stato il riferimento principale della sua crescita nel settore giovanile?

“Se devo citarne uno dico Sergio Vatta. Per me è stato il più grande tecnico di settore giovanile. Ho lavorato anche all’estero, ho conosciuto tantissimi allenatori: per competenza e capacità di formare i ragazzi per me è stato inavvicinabile. Poi, nel passaggio alla prima squadra, l’altro spartiacque della mia carriera è stato Gigi Radice".

Che cosa significò per lei incontrare Gigi Radice?

“Avevo appena diciassette anni quando ebbe il coraggio di farmi esordire in una squadra in cui c’erano Pulici e Graziani. Esordii a Cagliari e tre giorni dopo giocai anche in Coppa Uefa a Stoccarda. A quell’età, in quegli anni, era qualcosa di eccezionale. A Radice devo tantissimo".

Dopo quelle partite pensò di essere ormai entrato definitivamente in prima squadra?

“No, perché Radice dopo mi disse: ‘Bravo, complimenti. Adesso però torni a dare una mano alla Primavera’. Avevo esordito bene a Cagliari, avevo giocato a Stoccarda, ma loro erano attentissimi a non farti montare la testa. Dovevi capire che la pagnotta era dura, che tutto andava guadagnato e che non bastavano una partita o due".

Lei considera Radice anche un innovatore dal punto di vista calcistico?

“Assolutamente. Il gioco corale, le sovrapposizioni, la squadra corta, il pressing altissimo: cose che sarebbero diventate normali molti anni dopo, lui le faceva già allora. Avevamo Claudio Sala esterno, Pulici e Graziani davanti, Patrizio Sala che attaccava gli spazi, Zaccarelli. Per me Radice è stato un visionario".

Che cosa aveva Vatta invece di speciale nel rapporto con voi ragazzi?

“Più eri in difficoltà e più ti aiutava. Se un ragazzo attraversava un momento complicato, magari per la lontananza dalla famiglia o per altri problemi, lui non lo metteva da parte. Anzi, lo faceva giocare. Non ha mai sacrificato un ragazzo per inseguire il risultato. Per noi era davvero un secondo papà".

C’è un momento con lui che porta ancora con sé?

“Attraversavo un periodo molto difficile, venivo anche da alcuni infortuni e non pensavo neppure di essere convocato. Invece Vatta mi fece giocare. Segnai e giocai molto bene. Quando rientrai negli spogliatoi mi fece un sorriso. Lui non regalava niente, neppure i sorrisi: quello però fu come se mi avesse parlato per dieci ore. Era rassicurante, quasi il sorriso di un papà. Dopo quarantacinque anni me lo ricordo ancora".

Quanto era avanti quel settore giovanile rispetto agli altri?

“Le faccio un esempio. Ercole Rabbitti andava a Coverciano con alcuni dei ragazzi della Primavera più bravi tecnicamente e mostrava le esercitazioni ai corsisti. Quello era il livello della scuola del Toro. Rispetto a tante altre società dell’epoca, eravamo come trent’anni avanti. E tutto questo con pochissimi campi, dove ci allenavamo tutti a turno".

Mariani: “Entrare nello spogliatoio era come entrare in chiesa”

Ricorda la prima volta che entrò davvero nel Filadelfia?

“Ero un ragazzo arrivato da Rieti, da una campagna vicino a Cantalice. Giocavo con le figurine di quei calciatori e improvvisamente mi ritrovai a scendere dentro il Filadelfia. Come fai a spiegare una cosa del genere? Io mettevo le mie scarpe negli armadietti che erano stati utilizzati dai giocatori del Grande Torino. Non saprei dirti di chi fosse il mio spazio, ma erano quelli".

Che atmosfera c’era quando giocava la Primavera?

“Al Filadelfia non ci allenavamo soltanto: ci giocavamo. Alle partite della Primavera potevano esserci migliaia di persone, anche settemila. Per un ragazzo era qualcosa di enorme. Ma il punto è che io, quando entrai lì la prima volta, quasi non capivo in quale stadio fossi finito".

Che cosa sentiva entrando lì?

“Un’aria diversa. Li sentivo, li respiravo. C’era ancora l’odore del grasso che mettevano sotto gli scarpini. Erano odori strani, ma per noi erano poesia. Entrare nello spogliatoio era come entrare in chiesa: non entravi semplicemente in una struttura calcistica, entravi in un tempio. Ti veniva quasi spontaneo abbassare la voce".

È quindi diverso essere cresciuti lì rispetto ad aver semplicemente giocato nel Torino?

“Per me sì. Puoi essere stato al Toro, averci passato anni bellissimi e amarlo per tutta la vita. Ma se sei cresciuto al Filadelfia è un’altra cosa. Io non sono arrivato lì a sedici o diciassette anni: quel mondo mi ha cresciuto da bambino. Io dico che mi hanno partorito loro. Li sento come un padre e una madre e loro, idealmente, sentono noi come figli.”

Chi rappresentava meglio quella continuità dietro le quinte?

“Se devo indicare una figura discreta, quasi invisibile ma con un cuore gigantesco, dico l’avvocato Cozzolino. Appariva pochissimo, si prendeva pochi meriti, ma faceva tantissimo. Nel settore giovanile fu fondamentale: seppe unirci, darci regole e indicare una strada, sempre facendo un passo indietro".

Mariani: “Il Filadelfia di oggi non lo riconosco”

Che effetto le fa tornare oggi al Filadelfia?

“L’ho sempre detto: il Filadelfia di oggi non mi piace. Ci sono tornato più volte, anche con mio figlio e i miei nipoti. Io lo avrei ricostruito in maniera moderna, naturalmente, ma mantenendo una somiglianza molto più forte con quello che era. Avrei voluto poter entrare e riconoscerlo".

È soltanto una questione architettonica?

“No. Il clima di allora non puoi ricrearlo, perché sono cambiate le epoche. Ma si sono perse anche memoria, usanze, valori, radici. Quando torno lì riconosco più facilmente i palazzi intorno, le finestre che guardavo allora, perfino le famiglie e i vecchietti che abitavano in quella zona. Faccio più fatica a riconoscermi nello stadio".

E nel Torino di oggi si riconosce?

“Io guardo le partite, resto tifoso del Toro e sapete che cosa provo per quei colori. Però mi riconosco poco in questo Toro. Lo dico perché prima ti ho raccontato da dove vengo e che cosa significava per noi quel senso di appartenenza. Quel filo, secondo me, si è interrotto".

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