Il Toro più olandese di sempre: Radice e la rivoluzione granata
"Siamo stati i primi a fare pressing. Molto movimento senza palla, il dai e vai in velocità. Quel Toro era una squadra moderna, che s’ispirava con metodo e chiarezza alla scuola olandese. Il modello era l’Ajax, il calcio totale". Dentro queste parole di Gigi Radice c’è già tutto. C’è il ritmo, c’è il coraggio, c’è la rottura con un’epoca. E c’è soprattutto il senso profondo di quello che è stato il Torino dello Scudetto 1975-76: una squadra che non si limitava a giocare, ma anticipava. In un calcio italiano ancora dominato dalla marcatura a uomo, dalla gestione prudente e dal culto della difesa, Radice introduce un principio quasi sovversivo: la palla si recupera andando avanti. Non aspettando l’errore, ma provocandolo. Non chiudendosi, ma accorciando. È qui che nasce il Toro più "olandese" di sempre. L’influenza del Calcio totale, quello dell’Ajax di Rinus Michels e di Johan Cruyff, non è mai stata una copia. È stata una traduzione. Radice prende quell’idea di calcio fluido, collettivo, aggressivo e la innesta dentro una squadra operaia, trasformandola in qualcosa di profondamente italiano e allo stesso tempo sorprendentemente europeo. Il pressing diventa il linguaggio comune. Non codificato come oggi, ma chiarissimo nei principi della sua zona mista: accorciare, togliere tempo, aggredire il portatore. Gli attaccanti difendono, i centrocampisti avanzano, la linea difensiva si alza. Il campo si accorcia, le distanze si comprimono. Il Toro gioca in trenta metri, mentre gli avversari restano sparsi su sessanta. È una squadra che vive di sincronismi. Quando perde palla, non arretra: scatta in avanti. Una forma embrionale, potentissima, di quello che oggi chiameremmo riaggressione immediata. Un’idea che negli anni duemila ritroviamo, evoluta e sistematizzata, nel "gegenpressing" del Liverpool di Jürgen Klopp, nel "tiki-taka" più posizionale di Pep Guardiola e della Spagna, vincente dal 2008 al 2012, e nelle loro evoluzioni ancor più estremizzate nel Barcellona, nel Bayern Monaco e nel Paris Saint Germain di oggi, ma che allora era quasi controcultura.
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Radice, in questo senso, è un precursore. Non solo tattico, ma metodologico. Cura la preparazione atletica in modo ossessivo, pretende intensità continua, costruisce una squadra che può sostenere ritmi anomali per l’Italia dell’epoca. Il Toro non gestisce le partite: le consuma. Le porta su un piano fisico e mentale che gli avversari non riescono a reggere. E dentro questo sistema, i singoli diventano funzione del collettivo. Radice schiera il suo Toro con una base tattica apparentemente semplice: quattro difensori, tre centrocampisti e tre attaccanti. Ma è soltanto il punto di partenza. Perché, come nel miglior calcio totale, le posizioni diventano fluide, mobili, interscambiabili. Paolo Pulici è il terminale offensivo, ma anche il primo difensore. Francesco Graziani si muove, lega, apre spazi. Claudio Sala illumina, ma sempre dentro una struttura. Patrizio Sala tiene insieme tutto, silenziosamente. Renato Zaccarelli ordina i tempi della manovra, mentre Eraldo Pecci ne detta il respiro tecnico. Dietro, la completezza difensiva nasce dalla costruzione di gioco di Vittorio Caporale, dalla durezza di Roberto Mozzini, dalla spinta offensiva di Roberto Salvadori e dalla copertura di Nello Santin. Fino ad arrivare al "Giaguaro" Luciano Castellini, capace di volare da un palo all’altro senza alcun superpotere, se non quello del talento. Questa non è una squadra di stelle isolate. È una squadra di connessioni. E forse è proprio qui che il Toro di Radice diventa incredibilmente moderno. Perché il calcio contemporaneo - quello delle distanze corte, delle riaggressioni, della partecipazione collettiva - non è altro che un’evoluzione di quei principi. Oggi li chiamiamo "pressing organizzato", "transizioni", "occupazione degli spazi". Allora erano semplicemente intuizioni. Radice non aveva i dati, non aveva i droni, non aveva le mappe di calore, non aveva l'intelligenza artificiale. Aveva un’idea, soprattutto il coraggio di applicarla, una piccolissima idea che sarebbe diventata una grande realizzazione.
A fine febbraio il Toro accusa cinque punti di ritardo dalla Juventus di Carlo Parola capolista. Un distacco che, in un’epoca in cui la vittoria assegna soltanto due punti, sembra quasi incolmabile. Eppure quel Toro continua a crederci. La squadra di Luigi Radice accelera proprio nel momento decisivo della stagione. Il pressing, l’intensità e la forza collettiva diventano armi psicologiche prima ancora che tattiche. I granata recuperano terreno settimana dopo settimana, alimentando una rincorsa che assume i contorni dell’impresa. In quel percorso pesa anche il derby vinto contro la Juventus, simbolo di una squadra che non smette mai di attaccare, nemmeno sotto pressione. Lo Scudetto arriva all’ultima giornata, con il pareggio di Cesena che consegna al Toro il titolo con un solo punto di vantaggio sui bianconeri. Un margine minimo, ma sufficiente per trasformare quella cavalcata in una delle storie più iconiche del calcio italiano.
Nel panorama del calcio italiano degli anni ’70, tutto questo appare come una frattura. A partire dall'anno successivo allo Scudetto granata, che segnerà l'inizio del dominio targato Juventus e del ritorno del calcio "all'italiana" di Giovanni Trapattoni. Le gesta del Toro restano incise. Il Toro è il bello prima del ritorno alla prudenza. Il Toro propone. Mentre altri difendono, il Toro aggredisce. Mentre altri controllano, il Toro accelera. Eppure, dentro questa modernità, resta qualcosa di profondamente identitario. Radice sarà il precursore, nel nostro Paese, di allenatori come Arrigo Sacchi e del suo grande Milan tra anni '80 e '90, che porteranno una rivoluzione tattica dichiaratamente ispirata al calcio olandese, ma che in Italia era già stata intuita e applicata. Quel calcio totale, filtrato attraverso Torino, diventa fatica condivisa, disciplina, orgoglio. Non è estetica fine a sé stessa: è etica del lavoro applicata al gioco. Per questo, cinquant'anni dopo, quel Toro continua a parlare. Non solo agli appassionati granata, ma a chiunque cerchi nel calcio un’idea, un principio, una visione. Perché alcune squadre vincono. Altre, rarissime, cambiano il modo in cui il gioco può essere pensato. Il Toro di Radice ha fatto entrambe le cose.
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