La "Giovane Italia" di Cacciamani, ma il primato granata resta di Eugenio Mosso
Tanto di cappello, davvero. Ad appena 18 anni, Alessio Cacciamani si è già tolto tante soddisfazioni da far quasi dimenticare la sua tenerissima età. L’anno scorso l’esordio in massima serie, sotto la gestione Vanoli, ieri, 5 giugno 2026, la convocazione da parte del ct ad interim azzurro Silvio Baldini. La sua Giovane Italia, anch’essa alla ricerca di un risorgimento dopo tre flop mondiali consecutivi, non poteva non rivolgere lo sguardo anche all’esterno classe 2007, prossimo al ritorno alla base, al Torino, dopo la stagione trascorsa in prestito alla Juve Stabia. A Castellammare lascerà un bel ricordo: la sua annata, chiusa con 37 presenze, 2 gol e 2 assist, lo ha forgiato e ora è pronto per il grande salto.
La Serie A lo aspetta, dopo averla appena assaggiata a 17 anni e 316 giorni. Non è stato però il più giovane di sempre: al primo posto c’è chi anch'esso ha un legame con Castellammare di Stabia, essendovi nato, come Fabio Quagliarella, che lo precedette di 202 giorni (17 anni e 104 giorni), insieme a Jacopo Mariani (17 anni e 284 giorni). E sembra quasi che ci si incaponisca nel voler trovare una macchia sul percorso folgorante di Cacciamani. Tutt’altro. Anche se, per quanto riguarda la lunga lista dei convocati in Nazionale maggiore della storia granata, c’è qualcun altro che riuscì a farsi selezionare con qualche mese di anticipo. Eugenio Mosso, al momento della sua convocazione e poi del suo esordio in Nazionale azzurra, aveva 18 anni, 3 mesi e 12 giorni, contro i 18 anni, 11 mesi e 7 giorni del marchigiano. Il primato resta dunque nelle mani del nativo di Mendoza, in Argentina, che, tra l’altro, è storicamente considerato il primo oriundo di sempre.
Eugenio Mosso e quel destro "castigo di Dio"
Quella di Eugenio Mosso è una storia molto comune a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Una storia di migrazione, legata a quel numero spropositato di italiani che intrapresero il viaggio della speranza verso il Sud America. Ma andiamo con ordine. Tutto comincia nel 1860, quando il torinese Francesco Mosso arrivò per primo in Argentina, per poi farsi raggiungere a Santa Fe dalla moglie, Francesca Ghietti, e dai due figli Giovanni Battista e Antonio. In Argentina nacquero poi altri figli: Giuseppe, Maddalena, Margherita e Michele. Nel 1905 Francesco Mosso fece ritorno in Italia, ma il resto della famiglia non lo seguì e si trasferì a Mendoza, dove diede vita a un’azienda vinicola, per poi stabilire definitivamente i propri affari nel villaggio di Chacras de Coria e a Luján de Cuyo. A Chacras de Coria operava Giuseppe, che produceva vermouth di tipo Torino, mentre a Luján de Cuyo c’era Michele. Col tempo, però, le attività furono portate avanti dai fratelli maggiori Giovanni Battista e Antonio. Da Antonio e dal matrimonio con Maria Sonetti nacquero otto figli maschi. Quattro di loro sarebbero tornati dove tutto ebbe origine: a Torino. Si trattava di Francesco, Benito, Eugenio e Julio e tutti e quattro avrebbero indossato il granata. Il terzogenito, Eugenio, passato agli almanacchi come Mosso III, era un centravanti dotato di buona tecnica, visione di gioco e, soprattutto, di un tiro potente. "Aveva un tiro di destro che era un castigo di Dio", diceva di lui Vittorio Pozzo. Una caratteristica accompagnata da un curioso aneddoto avvenuto durante un’amichevole internazionale contro il Cercle Athlétique di Parigi. Aveva talmente il piede caldo che il portiere francese, vedendoselo arrivare nei pressi della porta, preferì non intervenire, gettandosi semplicemente a terra tra l’ilarità generale.
L'unico gettone azzurro
L’esordio in azzurro di Eugenio Mosso è datato 5 aprile 1914, premio di una stagione 1913-1914 impressionante, chiusa con 23 gol in 14 partite. La cornice era quella dello stadio Ferraris di Genova e l’Italia affrontava in amichevole la Svizzera, «coi temuti campioni che furono per noi i primi maestri», come si legge nelle cronache dell’epoca. È Mosso a propiziare il gol azzurro: "Mosso III – che oggi vuole ad ogni costo dimostrare quanto sia meritata la sua promozione alla squadra nazionale – partendo velocissimo dall’ala destra giunge sul terzino avversario e centra di precisione verso il goal. Bieri corre alla respinta, ma intervengono prontamente Mattea e Cevenini ed il pallone penetra nella rete svizzera al 28° minuto". Il match si concluse sull’1-1 e quella sarebbe stata l’unica partita giocata in azzurro dall’italo-argentino. Pochi mesi dopo sarebbe scoppiata la Prima guerra mondiale, che compromise inevitabilmente gli anni migliori della sua carriera, conclusasi nel 1925. Mosso fece quindi ritorno in Argentina, dove poté dedicarsi alla sua passione per il vino, lasciando una propria impronta nell’azienda vinicola di famiglia. Non a caso, il suo soprannome era “Grignulin”. Avrà anche il tempo di sposare per procura la sorella di un altro ex granata, Gino Goggio. La sua vita, dedicata al rosso del vino e alla maglia granata, si concluse nel 1961 a Godoy Cruz.
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