Toro News Mondo Granata “La Juve è universale, il Toro è gergo”: la frase di Arpino che spiegò Torino anni ’70
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“La Juve è universale, il Toro è gergo”: la frase di Arpino che spiegò Torino anni ’70

Matteo Curreri
Scudetto 50 / Nella metropoli industriale che viveva al ritmo di Mirafiori, una squadra parlava all’Italia intera, l’altra custodiva il dialetto della città

Il 17 maggio 1976, su La Stampa, Giovanni Arpino tira le fila del significato più profondo del settimo scudetto del Torino: “Perché la Juventus è universale, il Torino è un dialetto. La Madama è un «esperanto» anche calcistico. Il Toro è gergo”.
Ma in quale Torino risuonano queste parole? Non nella città universitaria e turistica degli ultimi anni. Non nella Torino dei dehors e della movida. Nel 1976 il capoluogo piemontese è ancora la città-Fiat: una metropoli industriale che vive al ritmo della catena di montaggio di Mirafiori, Lingotto e Rivalta, dove persino chi non lavora in fabbrica finisce per regolare la propria giornata sui turni della “Feroce”.
È una città più popolata di oggi: nel 1971 Torino raggiunge 1.200.000 abitanti, ma è anche una città più chiusa. Dopo mezzanotte ci sono poche luci accese. Il tram 10 porta gli operai verso Mirafiori ed è anche lo stesso mezzo che conduce al Comunale. Le periferie continuano a riempirsi dell’immigrazione meridionale arrivata negli anni del boom economico. Torino è diventata la terza città del Sud.

Ed è anche una città attraversata dalla violenza politica. Qui convivono la più grande concentrazione industriale italiana e la più forte organizzazione del movimento operaio. Dalle occupazioni universitarie del 1967 all’autunno caldo del 1969, Torino diventa uno dei laboratori del conflitto sociale italiano. Le Brigate Rosse trovano qui uno dei loro principali centri operativi. Attentati, gambizzazioni e sequestri scandiscono la cronaca cittadina. Mentre la Torino granata festeggia lo scudetto, il giorno successivo, in via Corte d’Appello, prende avvio il primo grande processo al nucleo storico delle BR. È dentro questa città che la distinzione tracciata da Giovanni Arpino assume un significato che va ben oltre il calcio. Non è soltanto il derby e gli sfottò. Perché la Juventus, nella Torino industriale degli anni Settanta, rappresenta più di una squadra: è la lingua comune della modernizzazione e del boom economico italiano.

La Juventus, una volta adottata dalla famiglia Agnelli, smette presto di essere soltanto una squadra con radici torinesi. Cresce di pari passo alla Fiat e, insieme a essa, conquista tutta l’Italia. Nella Torino degli anni Sessanta e Settanta, migliaia di famiglie lasciano il Sud per trasferirsi nel Nord industriale. Molti di quelli che arrivano a Torino trovano nei colori bianconeri una forma immediata di appartenenza. Così la Juventus impara presto a parlare un’altra lingua, slegata dal campanile. Viene adottata ovunque, dal Veneto alla Calabria, diventando un “esperanto” comune dentro la grande trasformazione industriale italiana. Riesce persino a mettere in comunicazione ceti sociali differenti, dalla borghesia industriale alle masse operaie immigrate dal Mezzogiorno. E non è un caso che anche figure simbolo della sinistra italiana come Palmiro Togliatti fossero di fede juventina.

L’altra sponda del Po, il Torino, è rimasta ancorata a un lessico differente. Capire il mondo granata richiede un altro tipo di sensibilità, profondamente torinese. Questo non significa che il Torino sia rimasto confinato sotto la collina: inutile sottolineare l’impatto che ebbe il Grande Torino, prima come simbolo del riscatto italiano dopo le rovine della Seconda guerra mondiale e poi, dopo Superga, come mito alimentato dalla tragedia. Ma il Toro ha sempre sentito la necessità di restare fedele a sé stesso, alle proprie memorie e ai propri valori, creando quasi un nucleo familiare tramandato di generazione in generazione.

Essere granata non implica la necessità di parlare a tutti. Il dialetto, come lo definì Arpino, non si esprime per forza a parole: è una memoria condivisa, anche silenziosa, quasi a nascondere con un tatto molto piemontese le ferite delle sofferenze. Anche se il tifoso del Toro sa essere, a suo modo, molto rumoroso. Se oggi l’attualità sovverte probabilmente la maggioranza granata rispetto a quella juventina, la controparte granata sente ancora di più il bisogno di mostrare con fierezza la propria appartenenza a una storia tutt’altro che consigliabile a chi è debole di cuore.

Se la Juventus ha le sue cattedrali in Italia e nel mondo, il Torino resta legato a luoghi inscindibili dal suo modo di essere: Superga, il Filadelfia e quell’orgoglio nell’affrontare anche i colossi a testa alta. Per questo diventa ancora oggi importante preservare questa identità, affinché questo amore condiviso non diventi fonte di polarizzazione ma continui a garantire punti di riferimento per tramandare quel dialetto tutto torinese. Per questo lo scudetto del 1976 non può essere racchiuso nel solo terreno di gioco, così come il calcio non può essere letto soltanto dal punto di vista sportivo. Lo scudetto di Radice, Pulici e compagni è la rivincita di una Torino intima, gelosa e nascosta contro l’universalità della Juventus.