Toro News Mondo Granata “Senza fine”, 4 maggio ’86: tra il Toro dello Scudetto e la voce di Gino Paoli
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“Senza fine”, 4 maggio ’86: tra il Toro dello Scudetto e la voce di Gino Paoli

Matteo Curreri
La sfida tra i due Toro di Radice: quello del ’76 e quello dell'86, in una serata che unì memoria, identità e musica al Comunale

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Una serata che fu più di una semplice partita allo Stadio Comunale. È sempre difficile ridurre al mero sport un pomeriggio, una notte trascorsa a vedere il Toro da quelle balconate. Non può essere solo quello: chi lo sa, lo sa. Sa anche perché oggi la stragrande maggioranza dei seggiolini resta vuota… Eredità, racconto e sangue che ribolle di padre, figlio, nipote, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Nessuna bestemmia. “Tu sei un attimo senza fine” sarebbero le parole da rivolgere a questo motivo di sofferenza e, allo stesso tempo, di vanto. Passato e presente che convivono, quasi a mescolarsi. E ciò avvenne davvero, nella vita reale, la sera del 4 maggio 1986. In quello scontro tra il Toro che fu e il Toro che era. Ed è curioso che, tra il vociare trascinante del Comunale e i cori della Maratona, ci fosse un’altra voce ad accompagnare quell’evento di portata storica. Una voce che non apparteneva né a Torino né al calcio, ma che con esso finì per intrecciarsi. Era quella di Gino Paoli, che qualche giorno fa, il 24 marzo 2026, è salito in cielo (in una stanza), ma continuerà a vivere, anche per chi non c’era.

“Quanti scudetti vale, alla borsa del cuore, la festa calcistica granata di ieri sera allo stadio Comunale, Torino 1976 contro Torino 1986? Quale caratura hanno i pensieri speciali, e assolutamente unici, di questo 4 maggio, per gente come macerata da un tifo unico, riscontrato da dolori lunghissimi e gioie che sono come scariche elettriche, conservato in una salamoia di sentimenti?”. Queste le parole utilizzate dalla penna, a dir poco sopraffina, di Gian Paolo Ormezzano per introdurre su La Stampa una serata irripetibile. Erano trascorsi dieci anni dallo scudetto firmato Gigi Radice e, in quel 1986, i granata si apprestavano a festeggiare gli 80 anni della loro storia. Inoltre, era il trentasettesimo anniversario della tragedia di Superga. Ovviamente pioveva, a dirotto.
Il confronto tra gli eroi dello scudetto e il Toro dell’attualità fu voluto espressamente dal presidente granata di allora, Sergio Rossi. L’intento era benefico: l’incasso sarebbe stato infatti interamente devoluto alla cittadina di Stava, in Trentino, colpita il 19 luglio 1985 da un’inondazione di fango che provocò la morte di 268 persone. Un vero disastro, tanto che al Comunale si contarono 20.000 spettatori, ma avrebbero potuto essere molti di più se il meteo non fosse stato così proibitivo. La risposta della città di Torino si tradusse in un incasso di 172 milioni di lire.

Non poteva non essere la serata di Gigi Radice. Il “Sergente di Ferro” era tornato a Torino la stagione precedente, chiudendo già il cerchio personale e di squadra. La prima annata del Radice-bis il Toro la concluse al secondo posto: un risultato che non coglieva dal 1978, quando, appunto, sulla panchina granata figurava ancora il tecnico di Cesano Maderno. La stagione ’85-’86 la chiudeva al quarto posto, valevole per la qualificazione in Coppa UEFA. Aveva plasmato un altro suo Toro a sua immagine e somiglianza, ma, di fronte alla scelta di quale panchina scegliere per questo faccia a faccia tra passato e presente, Radice optò per un tuffo nei ricordi, a quel tanto caro 1976. Il Toro dell’attualità, per quella sera, era affidato al vice Romano Cazzaniga. “I nuovi devono fare attenzione – ammoniva Radice – perché li faremo impazzire con pressing e fuorigioco”, proprio come ai vecchi tempi.
La scelta di indossare, ancora per una notte, il tricolore fu seguita a catena da Renato Zaccarelli, che ancora figurava nell’organico dei granata. Oltre a lui, degli eroi del ’76, rimanevano in attività solamente Eraldo Pecci, Ciccio Graziani e Pat Sala. Gli altri, inevitabilmente, mostravano qualche chilo in più…

Ma prima di concedersi a questa rievocazione, il programma prevedeva la consueta celebrazione sul colle di Superga. Il punto di riferimento, il primo luogo verso cui si diresse – come attratta da una forza superiore – la gente granata quel 16 maggio di dieci anni prima, quando, dopo l’1-1 con il Cesena, Paolo Pulici alzò al cielo il cartonato dello scudetto. Da lì, direzione Piazza San Carlo, con uno spettacolo folkloristico con Gianduja e Giacometta e la Banda della Brigata Alpini Taurinense, fino all’evento clou delle 20.30 al Comunale.
E qui, come prologo all’incontro, vennero invitati due artisti di spessore del panorama musicale italiano: Edoardo Bennato e, sì, proprio Gino Paoli. Un’esibizione tutt’altro che distaccata di fronte a ciò che il popolo granata stava vivendo. I resoconti di quella serata li raccontano “commossi quasi dai cori che li coinvolgevano e impegnati in bellissimi assolo”. Poi fu battaglia, vera, tutt’altro che clemente verso lo scorrere del tempo.

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“Questo Toro non ha rispetto è il titolo che si legge su Stampa Sera. “Matati senza riguardo (7-2) gli uomini dello Scudetto 1976”. Cravero, Schachner e compagni non risparmiarono nulla, mostrando un agonismo forse fuori contesto verso quegli atleti che scrissero la pagina più alta della storia granata dalla scomparsa prematura del Grande Torino. Ma immaginate rivedere dal vivo i gol di Pulici, le veroniche di Claudio Sala: impagabile.“Pulici di nuovo intento a tirarsi su i calzoncini, sino a scosciarsi come una brasiliana in tanga, prima di sparare le punizioni”, come scriveva GPO. Oppure: “Graziani ingobbito nelle sue grandi sgroppate; Pecci e il suo piedone col radar…”. E quando Pietro Mariani sorprendeva Castellini dalla lunga distanza “con un tiro che ha stecchito il ‘Giaguaro’ come una polpetta avvelenata”, qualcuno ha gridato “Ma va là!” al giovanotto irrispettoso. Castellini che si esibiva in uscite spregiudicate, le finezze difensive di Caporale e la tecnica di Salvadori, “la determinazione di Mozzini, alle prese con uno Schachner poco consapevole del clima festaiolo”.

Alla fine di quell’incontro, Paolo Pulici trasse le fila di quell’evento, del suo significato e del suo insegnamento: “Avevo detto che avrei fatto vedere qualcosa di valido e credo di aver mantenuto la parola – disse Puliciclone –. La partita non poteva finire diversamente, visto che noi siamo più vecchi e allenati sommariamente. Ma in questi casi conta il fatto di giocare e di divertirsi, e credo che ci siamo riusciti”.A breve, il prossimo 16 maggio, saranno 50 anni da quell’ultimo acuto granata. Ci saranno celebrazioni, verrà organizzata una partita sempre lì, al Comunale, che oggi è Olimpico ma anche Grande Torino. Chissà se, come scrisse Ormezzano, rivivremo mai i fasti di quella notte tra il Toro del ’76, dell’86 e leggende come Gino Paoli a colorare un ambiente festoso e incontenibile:“Gran serata. Chi c’era è tornato a casa con un involucro nuovo per i suoi ricordi. Chi non c’era non doveva esserci: appuntamenti così si sentono prima che vengano dati, si onorano comunque. E molti, anzi moltissimi, ieri sera allo stadio erano certi di non essersi mai mossi da lì, da quella curva, negli ultimi dieci anni, e gridavano ‘Campioni-Campioni!’ senza coniugare nessun sentimento al passato troppo remoto”.