Toro News Mondo Granata Silvano Martina, la Bosnia e Edin Dzeko: il filo granata che porta a Zenica
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Silvano Martina, la Bosnia e Edin Dzeko: il filo granata che porta a Zenica

Matteo Curreri
L’ex portiere granata nacque a Sarajevo e crebbe con il padre del capitano bosniaco, che questa sera proverà a mettere in difficoltà l’Italia

La partita da dentro o fuori si sta avvicinando. Le sorti di un’estate si decidono questa sera. Sarà una delusione a cui i tifosi italiani si sono già abituati, vissuta già due volte consecutive, oppure finalmente si tornerà a vivere il Mondiale da protagonisti? Tutto è rimandato a ciò che accadrà a Zenica, dalle 20.45.
Davanti alla Nazionale di Gennaro Gattuso ci sarà la Bosnia di Edin Dzeko, con cui esiste un filo che lo lega al Torino e che conduce al nome di Silvano Martina. È stata la capitale bosniaca, Sarajevo, a dare i natali, il 20 marzo 1953, al portiere che ha militato in granata dal 1984 al 1987 e poi nella stagione 1989-1990.“I nonni friulani (ndr: di Chiusaforte) scelsero, per campare meglio, l’altra parte, l’Impero austro-ungarico. Mio padre però nacque in Italia, mia madre è bosniaca. Sino a dodici anni e mezzo ho parlato serbo-croato”, raccontava nel 1983. Poi arrivò in Italia con la famiglia, vicino Udine. “Nel ’65 non ce la passavamo bene a Sarajevo – disse a La Gazzetta dello Sport – e mio padre, scherzando, disse a mia madre: ‘Andiamo in Italia, tanto peggio di così…’”.

Nemmeno in Italia la situazione cambiò più di tanto: “Andavo a scuola in mutande, a petto nudo, con solo la cartella sulle spalle. Mi arrangiavo consegnando pane e spalando neve per 200 lire. Per fortuna Toni Bacchetti mi notò e mi portò all’Inter”. Da lì iniziò un lungo percorso che lo portò a indossare le maglie di Sambenedettese, Brescia e, per due volte, Varese e Genoa. Fu proprio al Genoa che trovò finalmente continuità e dove, nel novembre 1981, fu protagonista di un episodio che lo riguardò e di cui fu vittima Giancarlo Antognoni, in seguito a un intervento in uscita particolarmente scomposto: il lato peggiore del suo stile coraggioso e un po’ spericolato.
Per molto tempo venne ricoperto di insulti e accuse ingiuste. Non solo: la vicenda arrivò anche in tribunale, con l’accusa di lesioni personali volontarie gravi. “Io, nato a Sarajevo, dove i miei nonni erano per lavoro, figlio di una jugoslava e di un italiano, stavo diventando un buon portiere italiano. Trovarmi nei titoloni per la faccenda di Antognoni è stato brutto, orribile. Non ho pensato di aver sbagliato io, però ho pensato che la vita abbia sbagliato con me”, confessava a Gian Paolo Ormezzano in un’intervista dell’epoca. Per poi affermare, due anni dopo: “Ho fatto un buon affare con l’incidente, sul piano professionale. Hanno dovuto capire che io non mi lascio abbattere, non crollo, ho i nervi a posto”.Di Antognoni avrebbe poi detto: “Lui è stato il mio vero avvocato difensore. Non è stato solo un campione, ma una persona onesta e generosa”.

Lasciò il Genoa nel 1984, dopo la retrocessione in Serie B. Lo voleva la Roma, reduce dalla sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni. Era tutto fatto, ma ricevette una chiamata dal Torino e scelse di legarsi ai granata, che necessitavano di un sostituto di Giuliano Terraneo, trasferitosi al Milan: “Il Torino mi ispira fiducia, lo accetto a scatola chiusa. Essere qui non mi spaventava, ero pronto a iniziare una bella avventura con curiosità ed entusiasmo. Finalmente potevo giocare per vincere, alla pari con tutti. Qui si faceva sul serio e volevo salire più in alto possibile. Lo scudetto? Forse”, disse nella conferenza stampa di presentazione in Corso Vittorio Emanuele II. E al tricolore ci andò vicino: “L’unico piccolo rammarico: nel 1985 avremmo potuto vincere lo scudetto al posto del Verona, invece arrivammo secondi. Siamo stati gli unici a vincere a Verona. Non avevamo mai pensato di poter vincere lo scudetto: quando ce ne siamo accorti era un po’ tardi. La squadra era davvero completa: avevamo gente come Leo Junior, Zaccarelli e Dossena, tre che facevano davvero la differenza”.

L’anno seguente, in Coppa Uefa, il Torino si ritrovò davanti i croati dell’Hajduk Spalato. “Al massimo avrei fatto l’interprete”, affermò, rimarcando quel legame profondo con i Balcani. “Ricordo che molte squadre temevano di giocare nel piccolo stadio di Spalato, dove si sente il fiato del pubblico”. Arrivò infatti una sconfitta per 3-1 che estromise i granata dalla competizione, aggiungendo una grande delusione all’interno del gruppo di Radice. Da quella partita, Martina non mise più piede in campo per tutta la stagione. Tra la trasferta croata e quella di Avellino in campionato, si infortunò gravemente. Non difese più i pali della porta granata. O almeno così sembrò, fino al ritorno nel 1989, in Serie B, quando fece da chioccia a Luca Marchegiani e collezionò sei presenze.

Della sua infanzia in Bosnia rimane un collegamento forte con l’attualità. Era tifoso dello Željezničar Sarajevo, la squadra dove è cresciuto Edin Dzeko. Lui e il padre del capitano della nazionale bosniaca, Midhat, sono stati vicini di casa nel quartiere di Briješće.“Ho iniziato a giocare tardi, a 12 anni e mezzo, con mio fratello nelle rappresentative scolastiche. Con noi c’era anche un lungagnone, Mito Dzeko, padre di Edin. Ero il più piccolo e mi mettevano in porta. Ero bravino e mi innamorai del ruolo”.

Ci fu anche la sua mano nel trasferimento di Dzeko dal Manchester City alla Roma nel 2015: “Anni dopo il Milan trattò Edin e pensai che fosse suo figlio: chiamai Mito e riprendemmo l’amicizia. Nel 2015, Sabatini mi disse che aveva bisogno di un attaccante forte, altrimenti a Roma lo avrebbero massacrato. Proposi Dzeko, si accese una sigaretta, aspirò e mi disse: ‘Chiamalo, lo compro’. Edin era a Spalato: io e Walter partimmo in auto da Milano per chiudere”. Qualche giorno fa, intervistato da La Stampa, ha sottolineato come la partita con la Bosnia e Dzeko possano rivelarsi insidiose: “Chiaramente qualcosa ha perso, però se gli capita la palla buona la butta dentro. Sentirà questa partita in modo particolare”. E non possono non sentirla anche gli Azzurri, che dovranno convivere con una pressione difficile da gestire. Un altro fallimento getterebbe ancora di più nello sconforto un movimento che fatica a reinventarsi. Sulla panchina dell’Italia, al fianco di Gennaro Gattuso, siederà Gigi Buffon, che è stato un assistito di Martina nelle vesti di agente, indossate dopo aver appeso i guantoni al chiodo. “Quando parla con i giocatori sa quali corde toccare”: è ciò che sperano 60 milioni di italiani