Toro News Mondo Granata 100 di Fila. Stadio Filadelfia: forte sentire

100 di Fila. Stadio Filadelfia: forte sentire

Gianni Ponta
100 di Fila / Dal vivaio ai grandi maestri, dai provini ai gesti che si tramandano: storie e uomini che hanno fatto del Filadelfia una scuola di calcio e di appartenenza

Filadelfia! Ma chi sarà ‘l vilan

a ciamelu ‘n camp?Jera na cuna

d’speranse, ‘d vita, ‘d rinasensa,

jera sugnè, criè, jera la luna,

jera la strà dla nostra chersensa.

Giovanni Arpino, aprile ‘74

Quel rettangolo verde dentro la città, in mezzo ai palazzi. Sul quale sbucarono Baloncieri, Valentino Mazzola, Denis Law, Enzo Bearzot, Giorgio Ferrini, Roberto Rosato, Paolino Pulici, Dossena-Bonesso-Torrisi e poi Junior, Cravero e Lentini. E ovviamente Erbstein, Giagnoni, Radice e Mondonico.

“Un punto segnato all’ultimo minuto di giuoco, quando le due squadre stavano alla pari e tutto faceva supporre che il risultato più non dovesse subire modificazioni…Una cannonata sparata da forte distanza ed in piena corsa…Un sussulto del pubblico…”, così Vittorio Pozzo, C.U. della Nazionale (per sua richiesta, non retribuito…) e giornalista de La Stampa, al termine di un pomeriggio allo Stadio Filadelfia, il 13 dicembre 1931, che trasformerà la rete della vittoria sull’Ungheria per 3-2 segnata in extremis da Renato Cesarini nella “zona Cesarini” del nostro football, e non solo.

In una trasmissione di parecchi anni fa, tra due indimenticabili grandi firme del giornalismo, ci fu questo scambio di battute.

Rino Tommasi: “Gian Paolo, cosa vuol dire essere granata?”.

Gian Paolo Ormezzano: “Essere granata vuol dire semplicemente: essere”.

Detto da uno che vide tutte le partite giocate in casa dal Grande Torino.

Tempo fa, Giancarlo Camolese ha visitato il Museo del Torino a Villa Claretta, soffermandosi davanti allo scaffale con le scarpe di Quelli Là. E nel suo sorriso c’era tutto il suo modo di essere discretamente profondamente educatamente Granata.

Prima di salire - in senso figurato, ovviamente - la scaletta che conduceva al terreno di gioco del “Fila”, immaginiamo di entrare nell’ufficio di un grande granata. Non c’è bisogno di entrare, la sua porta era sempre aperta. Era l’ufficio, piccolo ingombro di carte e di trofei, dell’avvocato Sergio Cozzolino, torinese classe 1911, responsabile del Settore Giovanile del Torino da fine Anni Cinquanta al 1993. In stretta collaborazione con il segretario Angelo Zambruni, sostenuti da un eccezionale talent-scout come “Cinto” Ellena cui faceva capo la rete di osservatori, da “Bida” Ussello maestro di calcio sul campo (quindi da Ercole Rabitti e Sergio Vatta) portarono il Torino all’eccellenza, in termini di risultati, immagine a livello mondiale e…sopravvivenza.

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Quando una squadra individuava un talento potenziale, anche nell’hinterland milanese per esempio, la prima telefonata era all’avvocato Cozzolino. Tale era la credibilità del settore giovanile granata, in termini di crescita del calciatore ma anche nell’accompagnare un giovane a diventare un uomo responsabile. Mica poco.

Palmarès: 8 Campionati italiani Primavera, 6 Coppe Italia Primavera, 8 Campionati italiani Berretti, 5 Campionati italiani Allievi, 1 Campionato italiano Giovanissimi, 5 Tornei di Viareggio, quando la rassegna in Versilia costituiva il più prestigioso vernissage giovanile a livello mondiale.

Considerato poi che il vertice operativo della Società era rappresentato dalla figura del dottor Beppe Bonetto, ça va sans dire, non potevano che arrivare risultati di eccellenza. Alcune “leve” giovanili del Torino sono entrate non solo nella storia del club, ma hanno fornito linfa vitale al calcio italiano sui palcoscenici internazionali. Ne parliamo fra poco. Sono state le risorse per consentire al Torino di continuare a vivere e a giocare in Serie A. Mica facile né scontato. Basti pensare al destino di un club glorioso come lo Stade Reims in Francia, col suo marchio di football-Champagne di Raymond Kopa e dell’allenatore Albert Batteux, finalista in Coppa dei Campioni contro il Real Madrid negli Anni Cinquanta, relegato poi in terza serie Oltralpe, per capire cosa significasse basarsi solo sulle proprie forze per farcela e tornare a riveder le stelle nel 1976.

Quel rettangolo verde dentro la città, in mezzo ai palazzi. Sul quale si facevano i provini dei giovanissimi aspiranti calciatori. Senza i procuratori…Abbiamo parlato di calciatori che hanno calcato palcoscenici importanti. Due provini, quello del chierese Roberto Rosato e del toscano Romano Fogli.

Quest’ultimo, mediano dai piedi buoni, impressiona talmente tanto Ussello da fargli interrompere il test d’ingresso. Per sottrarlo all’attenzione degli osservatori avversari.

Il Napoli e il Genoa avevano giudicato Fogli troppo gracile; “Bida” ne guardò e soppesò la qualità dei piedi e l’intelligenza calcistica.

Fogli esordì in prima squadra il 27 maggio del 1956, a diciotto anni, giocando dal primo minuto la partita vinta per 2-1 contro la Sampdoria. Per esigenze di bilancio venne ceduto al Bologna, con cui vinse uno scudetto memorabile nel pareggio dell’Olimpico di Roma contro l’Inter di Herrera fresca Campione d’Europa nel 1964. Lui, Bulgarelli e Haller erano tre giocatori da sogno.

Poi al Milan, come prima scelta tra le riserve,

fu protagonista di alcuni dei momenti clou di quel periodo a livello europeo e mondiale. Il 3 novembre 1968, poco dopo essere entrato dalla panchina, Fogli segnò il gol della vittoria nel derby della Madonnina. Il 23 aprile 1969, nella semifinale di andata di Coppa dei Campioni contro il Manchester United di Best e Bobby Charlton, subentrò a Rivera infortunato e, così tanto per gradire, da riserva, servì a Sormani e Hamrin gli assist per i due gol del successo, che si rivelarono indispensabili al Milan per raggiungere la finale e laurearsi Campioni d'Europa a spese dell’Ajax.Infine, giocò da titolare entrambe le partite della Coppa Intercontinentale del 1969.

Anche Roberto Rosato, il “martello di Chieri” seguì in un certo senso lo stesso destino. Provino superato alla grande, sottratto subito a sguardi indiscreti. Aveva piedi da centrocampista, gran controllo di palla, ma da difensore non faceva prigionieri. Prematuramente scomparso, Roberto serbava il ricordo del centravanti bulgaro del Levski Sofia Asparuhov. In partita di Coppa, Rosato lo aveva pesantemente maltrattato in marcatura. Il bulgaro reagì e fu espulso. Ebbene, a fine gara andò nello spogliatoio del Milan a scusarsi, lasciando senza parole Rosato che, lui sì, aveva esagerato. Grande carriera in quel Milan di Nereo Rocco. In Nazionale, proclamato miglior stopper del torneo di Mexico ‘70, nella formazione ideale di quel Mondiale.

Per dare l’idea di cosa fosse il Filadelfia, quel posto lì, considerato comunque che ogni epoca fa storia a sé, cosa deve continuare ad essere affinché il Torino viva, nella sua maniera differente da ogni altro club, qualche aneddoto.

Nel febbraio 1949, dopo il pareggio 4-4 in trasferta a Padova, come mi raccontò il signor Ferrero, amico di Rigamonti, alla ripresa degli allenamenti i tifosi attesero i giocatori granata nel cortile, chiedendo spiegazioni per il mancato successo. O ingenui, se avessero saputo che cosa sarebbe toccato di vedere in seguito, al tifoso granata. Questo per dire che non erano mica sempre rose e fiori.

Anni Sessanta. Antonio Pigino era il portiere degli Allievi. Al Filadelfia i ragazzi sbirciavano da una porta semiaperta l’ingresso in campo dei grandi. Un giorno, manca un portiere per l’allenamento della Prima Squadra. Chiamano Pigino, evidentemente molto emozionato. Il grande Lido Vieri gli fa un cenno, lo prende da parte dicendogli:” Guarda che qui, semplicemente, si gioca a pallone. Fa’ quello che sei capace”.

Stadio Filadelfia che vide grandissimi interpreti tra i pali. I voli di Luciano Castellini, le dosi di allenamento supplementare che si imponeva da solo salendo i gradoni dello stadio con i pesi.

Lì al Filadelfia, per usare un’espressione cara a Mauro Berruto, si cementava negli anni quell’ “egoismo di gruppo” che permise al Torino di esprimersi oltre i limiti intrinseci del club, limiti economici e di potere, di continuare ad esistere, insomma.

Filadelfia: forte sentire. Sentirsi granata.

Un filo granata trasparente che unisce Karl Sturmer e Carlin Rocca fino a Silvano Benedetti, il quale accolse Alessandro Buongiorno ancora bambino, che non voleva lasciare la sua squadra del Barracuda, parlandogli come uno zio farebbe al suo nipotino. “Vieni da noi, prova, poi vedrai se ti piace restare”.

Adesso cosa ci resta da dire: Forza Vecchio Cuore Granata. E forza Petrachi, forza Abate, forza Ludergnani.

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