Toro, il 25 aprile di Orfeo Pianelli: lo scudetto vissuto come una liberazione
“Il viso bianco, tirato, la tensione lo ha distrutto. La voce rotta, sottile, ha riacquisito il timbro dell’infanzia con tutte le incertezze”. Così viene descritto su La Stampa, Lucio Orfeo Pianelli, negli istanti successivi a quei due triplici fischi, a Perugia e al Comunale, che certificarono la vittoria dello scudetto. È lui a indossare i panni di primo presidente granata ad essersi fregiato del tricolore dopo la Tragedia di Superga. Dopo tanto tormento, il Toro è tornato campione.“Ma allora è vero, abbiamo lo scudetto? La Juventus ha perduto a Perugia?” chiede in quel gioioso trambusto a chi ha attorno, facendo emergere tutta la sua incredulità. “Nella mia vita ho avuto tante soddisfazioni, ma nessuna è paragonabile a questa” dice ai tifosi. “Ho dovuto dire sempre che puntavamo al secondo posto. Lo facevo per scaramanzia, perché non volevo ancora urlare quello che avevo dentro e che dicevo soltanto a Radice ed ai giocatori che lo scudetto è nostro. Ma che fatica essere costretti a tacere! Oggi per me è la Festa della Liberazione, il venticinque aprile!”.
E già, prima di Torino-Cesena, era successo qualcosa di strano. Orfeo Pianelli si stava recando al Comunale e una volta arrivato si accorse che il suo parcheggio abituale era occupato da un’altra automobile. Il presidente granata era lì per lì per prenderla con filosofia, a rinunciare a quel parcheggio che fin lì aveva portato granché bene e posteggiare altrove. Ma i tifosi lì presenti, accortisi della situazione, optano per un’altra soluzione. Trenta di loro, sollevano di peso l’auto parcheggiata nel posto presidente e la spostano un po’ più in là. Piccolo aneddoto che racconta un’enorme riconoscenza per quello che il popolo granata stava vivendo in quelle ore, nonostante anche negli anni della sua presidenza subì contestazioni e visse in prima persona delusioni. Il settimo scudetto granata è il compimento di 13 anni di lavoro sfiancante, di sere trascorse sulla scrivania di Corso Vittorio Emanuele. “Il personaggio tutto si impregnò di Toro, impregnando il Toro di tutto se stesso, come prima, nella storia del club, era riuscito soltanto Ferruccio Novo” scriveva Gian Paolo Ormezzano anni fa.
Lui che era partito dal mantovano, trasferendosi a Torino all’età di 16 anni, per cercare lavoro. Una storia comune a tanti nel novecento torinese. Da vero self made man, frequentò le scuole serali, si diplomò elettricista e con il socio Nanni Traversa fondò nel 1945 la Pianelli & Traversa, destinata a diventare una multinazionale. Un uomo di gavetta e anche il suo Toro ebbe un percorso similare, di chi partiva dal basso, da chi ancora faceva con i conti con un trauma difficile da mettersi alle spalle e doveva guadagnare un nuovo posto nel microcosmo del calcio italiano. Diventò presidente granata nel 1963, la sua è stata una lunga scalata per riportare il Torino al livello che più, storicamente, gli competeva. “Ci voleva proprio. Ma come, mi sono detto per anni, ho vinto tante cose nella mia vita, ho indovinato tante operazioni, e questo sentiero del calcio deve risultare impraticabile? Eh, no. Perché il calcio è strano, è matto, puoi programmare finché vuoi, puoi avere tutto l’intuito e la tenacia possibili, ma è necessario il vento della fortuna, sennò ogni pianificazione va a catafascio”.
Anche Pianelli, l’uomo che con fatica diede un nuovo presente al Torino, dovette avere a che fare anch’esso con una tragedia, quella della morte di Gigi Meroni e anche di beffe sportive come il campionato perso nel 1972, quando in un Sampdoria-Torino l’arbitro Barbaresco annullò un gol granata che avrebbe garantito almeno lo spareggio tutto torinese con la Juventus. Ma appunto, nei suoi anni, il Toro si reinventò, indossando i panni “tremendisti”, costruendo una squadra vincente pezzo dopo pezzo, allevando gran parte dei protagonisti dello scudetto nel tempio del Filadelfia.
Negli anni, Pianelli, si interfacciò con grandi uomini di calcio. Scelse per primo Nereo Rocco e dal “Paron” passò in due diversi momenti a Edmondo Fabbri, nel mezzo Giancarlo Cadè e Gustavo Giagnoni, fino alla scelta dell’estate 1975. “Ecco, Pianelli è l’unico con il quale lavorerei con la certezza di arrivare a qualcosa” confidava Gigi Radice ad amici quando era ancora al Cagliari. In mezzo alla confusione della festa scudetto, i due si ritrovano negli spogliatoi abbracciati l’uno all’altro: “Lei piange, presidente”, “Anche lei piange”. “Ma i ragazzi dove sono?”, chiede Pianelli. Radice risponde: “Sono rimasti in campo, io li raggiungo”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA