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Impressioni a caldo da Torino-Como

Davide Bonsignore
Le prime impressioni dopo la sconfitta casalinga del Torino contro il Como: guai ad abbattersi...

Fino a dieci minuti prima del 90', questo articolo aveva connotati molto diversi. Però non è che se una relazione va in declino negli ultimi due mesi, allora si possono cancellare i tre splendidi anni precedenti. Lo stesso vale per un Torino, sicuramente criticabile per certi aspetti, ma esaltabile per molti altri. Per molti più aspetti...

Torino-Como 1-3: il crollo granata

Per più di ottanta minuti possiamo parlare di una partita perfetta, di un Torino che trova concretezza in una preparazione all'apparenza rischiosa: un gioco a viso aperto, in fase di possesso, e molto chiuso, con un blocco medio-basso, in fase di non possesso. Il gol di Adams e le tante occasioni create danno ragione ad Abate, che poi vede i suoi chiudersi forse in maniera eccessiva nella ripresa. E, alla fine, il Como trova la via del gol. Una, due e tre volte: Ramon, Paz, Baturina.

Torino-Como, le impressioni a caldo

Se neanche a caldo, a caldissimo, le impressioni sono annullate dallo scossone negativo degli ultimi dieci minuti, significa che i primi ottanta hanno avuto molto da raccontare. In positivo, non per forza ma per lo più. E le prime impressioni, a dire il vero, riguardano indicazioni che sono arrivate dai primissimi secondi: questo Toro non ha paura. Non ha paura perché con la scelta di Fitz-Jim, invece di Gineitis, dà l'idea di prediligere la qualità alla quantità. E contro una squadra come il Como significa tanto. Non ha paura perché sceglie il suo uomo più di qualità, Daniel Bragança, da mettere centrale, al posto di un elemento come Mandragora che normalmente di quantità ne aggiungeva, e tanta.
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Tutti spunti che si sono potuti osservare nel match. Soprattutto nei primi venti minuti, ma in realtà nel corso dell'intera gara con le tante occasioni dei granata in salita. Dopo il gol, dopo i primi venti minuti, però, è nata un'altra partita. È nata una gara dove, nonostante Abate detesti questo aspetto, è stato naturale speculare parzialmente sul risultato. E allora ecco quel blocco medio-basso che hanno raccontato sia il tecnico granata che Fabregas nel postpartita. E lì, la prima impressione: non può durare in eterno.

In effetti, in eterno non è durato. Ma l'ha fatto per molto più tempo di quanto fosse prevedibile. I granata, anche nella scelta di chiudersi e ripartire in contropiede, hanno avuto la qualità di difendere al meglio, impedendo qualsiasi incursione centrale ai comaschi, costretti nel corso di tutta la gara a ragionare per vie laterali. Chissà se il mezzo metro in più per parte al Sinigaglia avrebbe prodotto un risultato diverso... In ogni caso, in fase difensiva, con questo blocco compatto, e in fase offensiva, con la rapida salita di tanti uomini (mai il Torino, pur partendo con l'intera formazione dietro la metà campo, attaccava con meno di cinque uomini), i granata hanno mostrato di essere una squadra temibile per formazioni di qualsiasi caratura e ideologia.

Intensità fisica e mentale. Estremamente prevedibile che l'intensità sarebbe stata chiave importante in questo match. Più da pensiero secondario quanto sarebbe risultata importante quella mentale. Dalle righe sopra si può facilmente comprendere come quella fisica sia stata esaudita al massimo: i giocatori di Abate, incalzati dal tecnico a più riprese, hanno mantenuto quella compattezza necessaria a far fronte agli uomini di Fabregas in entrambe le fasi. Poi, però, è caduto il castello. Il Torino, chiuso forse in maniera eccessiva, ha difeso molto bene. Fin quando un'incursione del più classico dei Ramon li ha puniti. E lì, quell'intensità mentale che teneva su il castello di carta è venuta meno. E allora due e poi tre a uno. L'impressione di una squadra che deve ancora fare passi in avanti, deve ancora imparare a non cadere vittima delle trappole che prepara, invece, per gli avversari, deve ancora imparare a non far crollare mai quel castello. Ma di una squadra che ha portato a casa, ancora una volta, una prestazione soddisfacente. Perché se fosse entrata quella traversa di Simeone, ora staremmo parlando di un grandissimo Toro. Non dimentichiamolo.

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