Baroni, un anno dopo: la lezione che il Torino non può ignorare
Lo sguardo fermo, concentrato, rivolto all’obiettivo. Le mani intrecciate. Indossa una giacca blu e una camicia bianca. Alle sue spalle, sulla parete chiara, si proietta la sua ombra. Ma da quella prima fotografia, che lo ritrae su una poltrona granata e dà il benvenuto a quest’uomo sulla sessantina dall’aspetto elegante e maturo, si è lontani dall’immaginare un segnale premonitore.Marco Baroni, il 5 giugno di un anno fa, viene ufficializzato come nuovo allenatore del Torino. Sorrisi e il suono secco dei cinque scambiati con le sue nuove conoscenze dominano il suo primo giorno al Filadelfia. “Iniziamo una bella avventura insieme, vedrai”, dice in quei primi secondi in compagnia di Duvan Zapata, con tanto di occhiolino rassicurante. Poi l’incontro con Perr Schuurs, e fa davvero specie vedere quei due anche in compagnia di Davide Vagnati: sembrano passati secoli e non solo 365 giorni.
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Partendo dal “Dobbiamo fare le cose giuste con lui”, sicuramente le prime avvisaglie dell’esperienza sciagurata di Marco Baroni al Torino arrivarono già in estate. “Quando stiamo impostando l’azione, guardiamo sempre avanti” fu il primo motto, in termini di atteggiamento da adottare in campo, del tecnico fin dai preamboli di Prato allo Stelvio. Invece il suo Toro, gradualmente, diventò una squadra consegnata alla paura. Ma, con ordine. “Per il ritiro la squadra sarà pronta al 90 per cento”, assicurò Cairo, ma il decorso fu decisamente più lungo e in parte frutto dell’improvvisazione. Dal 4-2-3-1, con gli acquisti di Ngonge e Aboukhlal a indicare l’importanza degli esterni nell’interpretazione tattica, ci si accorse, nei pressi del gong, dell’importanza di un play, dopo aver salutato Samuele Ricci. Da lì il 4-3-3 e poi il ritorno al caro vecchio 3-5-2 finirono per sconfessare del tutto i nastri di partenza. “Il mercato è stato condotto con grande coerenza e sintonia”, eppure diceva il tecnico toscano prima dell’Inter, che ci conduce al secondo augurio del presidente Cairo: “E poi dobbiamo partire bene”.
L'esperienza Baroni e gli errori da non ripetere
Baroni, invece, dopo la prima di campionato dovette esternare tutta la sua amarezza: “Siamo molto addolorati, molto addolorati, per questo risultato, abbiamo un dolore forte addosso”. E il dolore, dopo le cinque reti incassate dall’Inter, nel corso della stagione si fece al plurale. Per 47 volte il Toro provò tanto dolore e, in particolare, in due occasioni conobbe l’umiliazione: il back to back da 11 reti contro il Como. E così si arriva anche alla terza e ultima scomposizione di quel virgolettato di Cairo, purtroppo inesatto: perché l’esperienza di Baroni si concluse ben prima del finale di stagione e no, non ci furono complimenti. “C’era un piano tecnico chiaro, poi saltato per tutta una serie di circostanze. Ma il presidente Cairo non mi ha mai fatto mancare il suo appoggio”, racconta in questi giorni in un’intervista al Corriere dello Sport. A volte deve semplicemente succedere, forse, e anche il tecnico sembra ormai averla presa con filosofia. Le ultime partite della sua gestione mostravano un allenatore che aveva ormai perso il gruppo e anche lui, sembrava perso altrettanto: non c'era effettivamente più margine per ribaltare la situazione.
Il tempo ha poi dato l’occasione a Roberto D’Aversa di sentirsi nuovamente allenatore, dopo mesi e mesi di stop, salvando il Toro. E il tempo è anche la locuzione utilizzata da Gianluca Petrachi due mesi fa, dopo aver commentato l’esonero di Baroni – “Credo che anche Marco abbia capito che il Toro avesse bisogno di una scossa” – per poi parlare del suo successore: “Lo dirà il tempo se alla guida di questo progetto ci sarà D’Aversa o un altro allenatore, io voglio ricreare un sistema unito”. Il tempo ci ha condotti a giugno, al momento delle decisioni. “Ora mi piacerebbe realizzare un progetto vincente, ma servono unità di intenti”, affermava sempre in quelle dichiarazioni Petrachi, e sarà questa la vera sfida per tutte le componenti societarie ora che i granata dovranno scegliere la loro guida tecnica, che - da quanto affermato da Cairo a Dogliani, al Festival della Tv - dovrebbe essere svelata in settimana.
Non resta allora che auspicarsi un esperanto calcistico che, finalmente, si spera possa poi tradursi in un vestito fatto su misura per l’allenatore. Un primo segnale di progetto “vincente” sarebbe anche evitare di perseverare nella stessa richiesta al tecnico di turno: imparare a maneggiare ago e filo, o meglio, non fin dal principio.
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