Simeone e la tradizione argentina del Toro: gol, storia, identità
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Proviene da Napoli, un feudo argentino affacciato sul Golfo. Basta fare un giro ai Quartieri Spagnoli per percepirlo (ma va bene ovunque), in un pellegrinaggio no-stop sotto il murales dedicato a Diego Armando Maradona. Ma dopo tre anni la destinazione scelta per proseguire la carriera, all’alba dei trent’anni, l’ha portato verso una Torino più austera, meno folkloristica, ma comunque altrettanto passionale. “Rossa come il sangue, forte come il Barbera”. E così Giovanni Simeone è diventato il trentatreesimo interprete granata proveniente dal Paese sudamericano. Un contesto che, nonostante le enormi difficoltà di squadra, gli ha comunque permesso di sprigionare la sua caratteristica migliore: il gol. Quello siglato a San Siro del momentaneo 1-1 è stato il numero 81 in Serie A. Indovinate chi ha segnato lo stesso numero di gol? Sì, proprio Maradona. Poi c’è chi pratica uno sport e chi ne ha riscritto le regole.
Al contrario dell’autore del gol del secolo, della Mano de Dios, Simeone non era però legato al Boca, ma agli acerrimi rivali del River Plate, dove ha cominciato la sua carriera professionistica. Sarebbe stato ridondante ricordare lo stretto rapporto tra i Millionarios e i granata, nato pochi giorni dopo la sciagura di Superga. Un legame ribadito anche in questa stagione con la terza maglia, ribattezzata Eterna Amistad, ma nella storia anche con diversi giocatori che hanno avuto un trascorso all’ombra della Mole. Juan Manuel Iturbe (argentino-paraguaiano), Lucas Boyè, Marcelo Larrondo, Enzo Francescoli (uruguaiano) e, non ultimo, Maxi Lopez, “La Gallina de Oro”, che aveva girato ben 14 club, ma soltanto con il Toro ha prolungato il proprio contratto. In estate, in occasione dell’arrivo di Simeone in granata, si era espresso favorevolmente sull’ingaggio del connazionale: “Il Toro ha preso un giocatore che ha il suo stesso DNA, la grinta che i tifosi vogliono vedere. Conoscendolo, avrebbe avuto una fame mostruosa dopo l’esperienza con il Napoli”. E, giunti alla sosta per le nazionali di marzo, si può dire che Maxi Lopez non si sbagliava affatto. Gli 8 gol messi a segno in campionato dal Cholito sono gli stessi dell’ex Catania alla sua prima stagione a Torino. Anche se, a dire il vero, arrivò nel mercato di gennaio e gli bastarono appena 18 partite contro le 24 del figlio d’arte, più i tre gol nelle sfide all’Athletic Bilbao in Europa League.
Julio Libonatti, il primo mito argentino del Toro
Il nome di Giovanni Simeone si lega a una storia più ampia. L’ultimo argentino prima di lui a indossare la maglia granata era stato Cristian Ansaldi, che si era fatto particolarmente apprezzare nel suo trascorso tra il 2017 e il 2022. Probabilmente un giocatore con le sue caratteristiche, a Torino, non si è più visto: 10 gol, ma soprattutto ben 21 assist, un mancino educato e tanta tecnica. Ma la storia granata è ricca anche di nomi di grande spessore, che si trovano ben più avanti di Simeone nel conto dei gol. Lasciata da parte la storia recente, e l’apporto fondamentale di Maxi Lopez, c’è prima da inchinarsi al re indiscusso di questa speciale classifica: 157 reti, secondo marcatore all time dietro soltanto a Paolo Pulici, quel Julio Libonatti che con Baloncieri e Rossetti andò a comporre il Trio delle meraviglie, che si appiccicò per la prima volta nella storia granata lo scudetto sul petto. La sua storia è però particolare: nativo di Rosario di Santa Fe, ma figlio di italiani, fu il primo oriundo (o “rimpatriato”, come si usava all’epoca) a indossare la maglia azzurra. Avrebbe poi fatto ritorno a Rosario, dove morì nel 1981.Beniamino Santos, una storia granata
Da Libonatti al suo vice nella graduatoria c’erano ben 116 gol di distanza. Una storia fin troppo granata quella di Beniamino Santos, che al Toro segnò 41 reti in due stagioni. Nato a Cafferata, nella provincia di Santa Fe, arrivò a 25 anni per rinforzare la squadra che Ferruccio Novo allestì subito dopo Superga. Centrocampista di enorme coraggio, si rivelò particolarmente prolifico in zona offensiva: nel primo anno, 1949-1950, segnò una marea di gol, 27 per l’esattezza, in tutti i modi possibili. L’anno seguente ne realizzò comunque 14, malgrado un infortunio che ne limitò l’utilizzo, prima di trasferirsi alla Pro Patria. Intrapresa la carriera da allenatore, tornò a Torino nel 1960, valorizzando Rosato, Moschino e Poletti, ma dopo una vittoria in trasferta con la Sampdoria venne clamorosamente esonerato. La sua carriera ripartì ancora da Genova, sponda rossoblù, dove vide sbocciare il talento di Gigi Meroni. I due furono uniti da un tragico destino: anche Santos morì in strada, in un incidente in Spagna nel luglio del 1964.Combin e la tripletta nel segno di Meroni
E quando si parla di Gigi Meroni, c’è un altro argentino – anche se naturalizzato francese – inscindibilmente legato: Nestor Combin, nato a Las Rosas, sempre nella provincia di Santa Fe. Conobbe Torino prima per una fugace esperienza alla Juventus, ma poi fu per sempre ricordato per una tripletta in un derby: quella che, secondo il racconto, gli fu preannunciata proprio da Meroni poco prima di quell’epilogo drammatico. Rimase a Torino tre anni, segnando 31 gol, prima di trasferirsi al Milan. Da Combin si passò a un calcio già a colori con Patricio “Pato” Hernandez, di San Nicolas de los Arroyos, nella provincia di Buenos Aires. Arrivò a Torino nel 1982, subito dopo il Mundial di Spagna. Centrocampista, specialista nei calci piazzati, rimase per due stagioni. Segnò al debutto in Serie A dopo appena 8 minuti, portando poi il suo bottino totale in granata a 22, di cui 14 nella seconda annata.I prossimi obiettivi di Simeone
Alle spalle di Pato Hernandez figurava il sopracitato Maxi Lopez con 20 centri, seguito da Marcos “Chico” Locatelli, da Mar del Plata, nella provincia di Buenos Aires. Mezzala, fu uno degli ultimi oriundi del calcio italiano. Al Toro rimase per tre stagioni, senza però trovare spazio con continuità. In totale segnò 17 gol in 54 presenze. Fu particolarmente ispirato nell’ultima annata, in cui realizzò 8 reti in campionato in 18 presenze. Passato al Genoa, vi rimase per cinque stagioni, per poi morirvi nel 2010, a 70 anni. A quota 10 gol si trovava un trittico di giocatori: Cristian Ansaldi, Juan Carlos Tacchi e José Florio. Quest’ultimo, attaccante di Lanus, trascorse a Torino la sua unica stagione in Europa. Proposto dall’ex juventino Renato Cesarini (quello della “Zona Cesarini”), arrivò nel 1951 raggiungendo la doppia cifra in 28 incontri, prima di fare ritorno al San Lorenzo. Nel 1956 fu invece il turno di Juan Carlos Tacchi, di Basavilbaso, al confine con l’Uruguay. Ala sinistra, particolarmente rapida di gambe (nonostante i 160 centimetri di altezza), al suo primo anno in Italia segnò 8 reti in 27 presenze. L’anno seguente fu condizionato da un serio infortunio. Con otto giornate al termine del campionato, questi erano i riferimenti più vicini nel mirino del Cholito Simeone, che manteneva vivo, nei giorni nostri, quel filo invisibile che da Rosario, Buenos Aires, portava a Torino.© RIPRODUZIONE RISERVATA