Dall'acufene di Cairo all'ipnotico di Lotito: quando il presidente si schiera
Le parole pesano, soprattutto quando a pronunciarle è il presidente di una società. Urbano Cairo e Claudio Lotito lo sanno bene e davanti alla contestazione hanno scelto di non fare passi indietro. Il numero uno del Torino aveva liquidato le proteste granata con la metafora dell'acufene, mentre il patron della Lazio ha risposto agli attacchi con toni ancora più provocatori. Cambiano le espressioni, non la sostanza: entrambi si sono rivolti a una tifoseria insoddisfatta, scegliendo parole che avrebbero fatto discutere. E qui la domanda è inevitabile: quanto in là può spingersi un presidente senza finire per danneggiare l'ambiente che rappresenta?
Dall'acufene all'ipnotico: due risposte alla contestazione
Cairo, a suo tempo, aveva commentato così le proteste granata: "Ormai è come un acufene, non ci faccio più caso. Io rispetto i tifosi, rispetto le contestazioni. Secondo me quello che non funziona di una contestazione durante una partita è che non sostieni la squadra. Se continui a fare ‘Cairo Vattene’, ‘Cairo di qua’, ‘Cairo di là’, evidentemente non sostieni la squadra". Il presidente del Torino aveva così ridimensionato il peso della contestazione, arrivando a mettere in discussione il modo in cui una parte dei tifosi manifesta il proprio dissenso.Lotito, invece, ha scelto di alzare ulteriormente i toni, trasformando la replica alla contestazione in una prova di forza. A La Repubblica ha dichiarato: "Nella vita io son combattente, mai reduce. Sono contro i soprusi", prima di rivolgersi a chi pensa di poterlo spingere a cedere la Lazio: "Questi pensavano di prendere la vacca per le zinne e hanno preso il toro per le palle". Il passaggio più significativo, però, è quello rivolto ai tifosi che chiedono di tornare a sognare: "Prendetevi un ipnotico, se dovete sognare". E attenzione, perché qui la provocazione supera la difesa del proprio operato e diventa una presa in giro verso chi chiede ambizione, risultati e prospettive migliori.
Nell'intervista trova spazio anche il racconto degli anni in cui girava armato: "Per parecchio tempo sono andato in giro armato con due pistole, una avanti e una dietro, un’automatica e una Smith & Wesson. Una volta una è stata pure utile, mi ha salvato". Il riferimento riguarda le minacce ricevute in passato dagli ultras laziali. Questo contesto mira a rende comprensibile il richiamo a quegli episodi, ma restituisce anche la misura della tensione accumulata attorno alla società biancoceleste, una tensione che travalica il discorso sportivo. Cairo liquida la contestazione come un acufene, Lotito risponde con sarcasmo e provocazioni: entrambi finiscono per parlare più dei propri contestatori che delle ragioni che hanno portato alla protesta.
Il rischio dell'autogol
Ed è proprio qui che una presa di posizione rischia di trasformarsi in un autogol. Un presidente ha tutto il diritto di difendere il proprio operato e di rispondere alle critiche, soprattutto quando ritiene di subire attacchi ingiusti. Ma la fermezza non basta: conta anche l'effetto che le parole producono su un ambiente già attraversato dalla tensione. Liquidare il dissenso o ridicolizzare le aspettative dei tifosi può ribadire la propria posizione, ma difficilmente aiuta a ricucire lo strappo. Chi guida un club non parla soltanto a titolo personale: rappresenta una squadra e una comunità, anche quando una parte di quella comunità gli contesta scelte e risultati.Non sono auspicabili presidenti senza carattere né dichiarazioni studiate a tavolino, ma dev'essere chiara la consapevolezza che ogni parola può allargare la distanza con il pubblico. L'acufene di Cairo e l'ipnotico di Lotito sono diventati formule destinate a restare, ma quale beneficio hanno portato alle rispettive società? Le dichiarazioni di Cairo, a distanza di mesi, si può dire che sono state controproducenti, quelle di Lotito lo capiremo soltanto vivendo. Intanto la discussione è già aperta e balzata su tutti i media nazionali.
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