Giovanni Crivelli, conosciuto nell’ambiente granata come “Margaro”, è una figura storica del tifo organizzato del Torino: tra i fondatori e leader degli Ultras Granata, ne ha rappresentato per anni lo spirito, contribuendo a costruire una delle curve più iconiche del calcio italiano ed europeo. Oggi è stato ospite del podcast Torostoria su Spotify, dove ha ripercorso la sua storia personale e quella del movimento ultras torinista, tra ricordi, valori e momenti che hanno segnato generazioni di tifosi.
Nel corso della lunga chiacchierata, Crivelli intreccia il proprio vissuto con quello del Torino, raccontando come la passione per il club sia prima di tutto una trasmissione familiare e un modo di vivere. "Mio padre era del Toro, io sono del Toro, i miei figli sono del Toro. È una continuità, è uno stile di vita. I valori che ci ha trasmesso il Grande Torino: il tremendismo dell'era di Giagnoni, quel metterci tutto sul campo... piuttosto uscire che sei sfatto, ma aver dato tutto: questo è un qualcosa che tu lo vedi sul campo ma lo puoi vedere anche nella tua vita. Di essere comunque leali."
Da questo attaccamento viscerale prende forma anche il suo percorso negli stadi: Crivelli racconta di essersi avvicinato giovanissimo al mondo del tifo, iniziando a frequentare la curva già a 14 anni, fino a diventare, appena maggiorenne, uno dei protagonisti della nascita e dello sviluppo degli Ultras Granata. A soli 18 anni assume un ruolo di leadership in un movimento che, negli anni, arriverà a essere considerato tra i più rappresentativi d’Europa.
L’intervista ripercorre anche le tensioni e le trasformazioni interne al tifo organizzato torinese, come la rottura con i Fedelissimi Granata, nata da visioni opposte sul modo di sostenere e contestare la squadra. "La scissione con i Fedelissimi è un ricordo molto lontano. Noi eravamo favorevoli a una contestazione verso la società e l'allenatore di quel tempo... penso fosse Fabbri. I Fedelissimi erano contrari alla contestazione, volevano una conferma dell'allenatore, è qualcosa che doveva maturare".
Accanto alla dimensione organizzativa, trova spazio anche il racconto emotivo delle partite e dei momenti che hanno segnato la storia del Torino e dei suoi tifosi. Dai derby, vissuti come vere e proprie battaglie identitarie, fino ai ricordi più intimi e dolorosi, come quello legato a Gigi Meroni. "Una partita che mi è rimasta impressa è stata l'ultima partita di Gigi Meroni, non c'erano ancora gli Ultras. In quella partita lì avevamo vinto 4-2 in casa con la Sampdoria, io abitavo a circa trecento metri da dov'è stato investito. Mi ricordo che già a sera tardi girava la voce, io l'avevo visto giocare, poche ore dopo è stato investito. È stata una notizia sconvolgente, era il giovane più talentuoso, poi era un personaggio bizzarro, estroverso. Era già avanti vent'anni rispetto al tempo. Era un personaggio inimitabile". Nel racconto di Crivelli, il Torino prende forma attraverso i suoi simboli, incarnati da giocatori che ne hanno rappresentato lo spirito più autentico. "Ferrini e Pulici sono i due giocatori che ho visto giocare che rappresentano di più il Toro". L’intervista restituisce così non solo la storia di un gruppo ultras, ma anche uno spaccato di cultura sportiva e popolare, in cui il calcio diventa identità, appartenenza e memoria condivisa.