Toro News Toro Quando la contestazione non si ferma: la Lazio insegna qualcosa al Toro?

Quando la contestazione non si ferma: la Lazio insegna qualcosa al Toro?

Andrea Novello
I tifosi della Lazio hanno scelto una linea ben precisa per contestare

C'è un dato che dovrebbe far riflettere, soprattutto a Torino. La Lazio è prima in classifica, ha vinto tutte le prime tre partite eppure continua a giocare davanti a uno stadio semivuoto. Non è una provocazione, è la fotografia di una contestazione che non si è sciolta davanti ai risultati. La campagna abbonamenti biancoceleste si è fermata intorno alle 4.500 tessere, nonostante la riapertura straordinaria abbia portato appena 200 nuovi abbonati. Nelle tre stagioni precedenti erano stati superati i 29mila abbonamenti. La cosa più interessante, però, è un'altra. La protesta non è contro la squadra. In trasferta i tifosi continuano a esserci: oltre 3.500 a Bologna, circa 2.400 a Udine, con i settori ospiti esauriti. All'Olimpico, invece, la contestazione nei confronti della società, come già successo nella passata stagione, prosegue. È una distinzione importante, perché racconta una tifoseria che non ha smesso di sostenere la propria squadra, ma ha deciso di utilizzare la propria presenza, o meglio la propria assenza, per mandare un messaggio alla proprietà.

Seguire la linea o cambiare strategia?

E qui arriva il punto che riguarda anche il Toro. Le contestazioni funzionano quando hanno una linea. Non quando esplodono dopo una sconfitta e si attenuano dopo una vittoria, ma quando diventano una posizione precisa, riconoscibile e soprattutto coerente nel tempo. Alla Lazio sono andati avanti nonostante i nove punti nelle prime tre giornate. Non è bastata nemmeno una partenza perfetta a convincere una parte della tifoseria a tornare sui propri passi. Il confronto con Torino diventa inevitabile proprio per questo. Al Toro la contestazione alla società ha avuto negli ultimi anni un andamento molto più legato al momento. La scorsa stagione gli Ultras della Maratona e i Th avevano intrapreso, seppur con divisioni interne, la strada dello stadio vuoto. Una linea portata avanti fino al derby dell'ultima giornata, anche se qualcuno aveva già iniziato a rientrare sugli spalti ben prima. Poi il cambio di strategia: quest'anno la scelta è stata quella di tornare allo stadio e contestare direttamente dagli spalti.

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Una scelta legittima, così come è legittimo cambiare forma alla protesta. Ma il problema nasce quando a cambiare non è soltanto la strategia, bensì anche l'intensità della contestazione in base al risultato della squadra. Quando si vince, la protesta contro Cairo tende inevitabilmente a passare in secondo piano; quando si perde, torna invece a essere il centro della discussione. È umano, perché il calcio vive di emozioni. Ma proprio per questo una contestazione rischia di perdere forza se finisce per seguire l'andamento del campionato. La Lazio, oggi, offre un esempio estremo. Lotito può rispondere ricordando la classifica e parlando di "fatti", ma i tifosi stanno rispondendo con altri numeri: 4.500 abbonamenti contro oltre 29mila, nonostante la squadra sia prima. E il rischio concreto è che contro il Milan l'Olimpico possa avere una presenza rossonera molto significativa: al momento risultano circa 8mila biglietti venduti, con oltre 4mila tagliandi già acquistati per il settore ospiti. Non è detto che questa strategia porti a una vittoria della tifoseria. Non è detto nemmeno che una società debba necessariamente cambiare rotta perché una parte del pubblico contesta. Ma una contestazione che resiste persino a nove punti in tre partite non può più essere liquidata come semplice malumore del momento. E forse è proprio questa la differenza tra protestare e contestare davvero.

Ricordare perché si contesta

Il Toro, in questo senso, ha avuto davanti un bivio. Continuare con una contestazione intermittente, che cambia volume a seconda dei risultati, oppure costruire una posizione più strutturata e coerente. La Lazio dimostra che la seconda strada ha un costo enorme per tutti, soprattutto per la squadra. Ma dimostra anche che, quando una tifoseria decide di non arretrare di un centimetro, nemmeno nove punti possono cancellare il problema. E forse è questa la lezione più scomoda per il Toro: una contestazione non si misura quando la squadra perde. Si misura quando la squadra vince e tu continui comunque a ricordarti perché avevi iniziato a contestare.

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