Toro News Altre News Di chi è il calcio? Trump, Infantino e il potere che entra in campo

Di chi è il calcio? Trump, Infantino e il potere che entra in campo

Matteo Curreri
Il caso Balogun è solo l'ultimo capitolo di una lunga storia di calcio e potere

Che cos'è il calcio? Uno sport? Un semplice sport? Il più classico dei "ventidue scemi che corrono dietro a un pallone"? Se la risposta più gettonata a questa sentenza superficiale risiede nell'emozionalità, nella funzione ludica che non dovrebbe abbandonarci nemmeno nell'età adulta, gli avvenimenti, o meglio l'Avvenimento, con la A maiuscola, invitano inevitabilmente a spostare quella risposta verso una dinamica che vorremmo non vedere, ma che non si può più nascondere sotto al tappeto.

Un rapporto fitto quello tra calcio e potere, quasi inscindibile. Senza quattrini, senza influenze esterne, non potrebbe esserci l'uno senza l'altro e, viceversa, il calcio è stato, è e sarà uno straordinario strumento di marketing personale, di consenso, di propaganda. Oggi lo chiamiamo soft power. Ultimamente – ma nemmeno tanto – esercitato anche da fondi sovrani che hanno gonfiato un pupazzo già bucato da tempo. Chi più ne ha più ne metta.

E sicuramente qualcosa in merito ne sa chi siede al capezzale dell'organo decisionale più importante di questo sistema: la Fifa, capitanata da Gianni Infantino. Controverso, sicuramente. Forse come, a volte, ci piace questo gioco. Un po' sporco. Spesso deciso nelle zone grigie. Nell'astuzia. Nell'"esperienza", come troppo spesso viene definita quell'azione al limite del regolamento che evita una sanzione, uno svantaggio numerico, un episodio che può cambiare una partita.

Per questo ha fatto discutere vedere Bastoni esultare dopo l'espulsione di Kalulu nell'ultimo derby d'Italia. Troppo plateale. Perché certe cose, nel calcio, si sono sempre fatte, ma sottotraccia. Si accetta il fallo tattico, la provocazione, la simulazione, persino la furbizia elevata a virtù. Sono dinamiche anche antisportive, certo, ma confinabili al gioco. Restano dentro il rettangolo verde. Una mostruosità che ci porta a sbattere il mostro in prima pagina, a indignarci per un'esultanza, a dimenticare l'empatia e, troppo spesso, a giustificare perfino gli insulti alla persona e agli affetti annessi. Troppo decisiva quell'espulsione per ricordarsi che, dall'altra parte, esiste comunque una persona. Sì, il troppo stroppia.

Ma quanto messo in scena dal tag team degno della WWE formato da Gianni Infantino e Donald Trump non appartiene più a quel mondo. Non ha a che fare con il campo, con quelle dinamiche anche antisportive ma pur sempre confinabili al gioco, alla giungla del manto erboso. Qui il terreno cambia. Qui non si parla più di furbizia o di esperienza. Si parla di potere.
Ed è questo che impone di chiedersi, ancora una volta, che cosa sia davvero il calcio. Che cosa siano davvero i Mondiali. Dietro ai fuochi d'artificio, alle coreografie, alla retorica dello sport che unisce i popoli, torna in mente quel "Paese di musichette mentre fuori c'è la morte", semicitando Boris. E, viste le premesse con cui era cominciato questo Mondiale, l'immagine è meno distante dalla realtà di quanto si vorrebbe ammettere.

Sfacciato. Turbocapitalista. Incurante dell'essere una componente di un cosmo e non il cosmo stesso. Donald Trump ha raccontato con disarmante naturalezza di essere intervenuto personalmente sull'esito di quella che dovrebbe essere una competizione sportiva. Non tanto per Balogun, quanto per dimostrare che anche quel terreno può essere piegato alla propria volontà. L'ennesimo teatro in cui mettere in scena un potere steroideo.

E allora sembra che Megalopolis, quel ritorno classicista all'Impero Romano immaginato da Francis Ford Coppola, sia già realtà. Il superuomo che può tutto. Che travalica perfino gli ambiti che, per conoscenze e competenze, non gli appartengono. Fino a qualche ora prima Donald Trump, per sua stessa ammissione, non sapeva nemmeno cosa fosse un cartellino rosso. Ma conosce perfettamente il peso di una telefonata. Sa cosa significa alzare la cornetta dallo Studio Ovale. Ed è subito Tutti gli uomini del presidente.

Non è la prima volta. E, probabilmente, non sarà nemmeno l'ultima. Anche perché i precedenti, in un certo senso, fanno giurisprudenza. Le regole, al di fuori del campo, iniziano a stare davvero strette a chi detiene il potere o, forse, a chi è stato convinto di detenerlo senza limiti. Vengono allora in mente immagini che oggi sembrano quasi grottesche. Il Mondiale del 1982, in Spagna. L'emiro del Kuwait che scende in campo con una valigetta e costringe l'arbitro della sfida contro la Francia ad annullare un gol regolarmente segnato, minacciando il ritiro della propria nazionale perché, a suo dire, un fischio proveniente dagli spalti aveva distratto i suoi giocatori. Ottenne ciò che voleva. Una scena che oggi fa quasi sorridere, ma che, riletta a distanza di oltre quarant'anni, assomiglia al prototipo di un calcio in cui il peso del potere può spingersi fin dentro il terreno di gioco.

E poi le vicende di casa nostra. Bastarono poche parole di Silvio Berlusconi dopo la finale di Euro 2000 per spingere Dino Zoff alle dimissioni. Un'ingerenza diversa, certo, ma figlia della stessa convinzione: che il prestigio e il peso politico possano travalicare l'autonomia dello sport, ma anche a ridefinire il senso di ingiustizia. Così ha definito Trump l’espulsione di Balogun, “un’ingiustizia”, ma verso chi? Non certo verso il regolamento, ma verso un potere sensibile e autoreferenziale, che va protetto ad ogni costo, interferendo su tutto in maniera camaleontica.

Ed ecco che “Le star vanno protette”, negando anche i principi fondanti della competizione sportiva, di chi è uguale davanti al potere di Eupalla. Ma è inconcepibile: esistono altri valori e non quelli sportivi e chiunque va ad intaccarli è nemico, è sospetto, come chi, semplicemente, attua il regolamento, come Raphael Claus, . Molti nemici, molto onore… ma tra i pochi alleati c’è chi si pesta i piedi da solo. Gianni Infantino risponde a tutte le chiamate fastidiose dei call center. “Capi di Stato, funzionari governativi, stakeholder del calcio e dirigenti aziendali di tutto il mondo su molte questioni diverse”. Ma la Fifa è “indipendente”.

Che cos’è allora il calcio? Ma, soprattutto, di chi è il calcio? Lo hanno tra le mani, i piedi in molti. Turisti, che soggiorneranno finché non hanno ottenuto il loro scopo. “È nostro, non loro, Trump e Infantino non sanno niente di calcio”, dice Klopp. 4 e a casa (anche se c’erano già), farebbe Totti. Giustizia, per ora, in attesa della prossima polemica da scordare in poche ore, è già fatta.

Segui il Torino in ritiro a Pinzolo grazie a Toro News: per tutti i nostri lettori è previsto uno sconto dedicato ed esclusivo prenotando una camera o un appartamento presso una delle strutture convenzionate: qui i dettagli.