Toro News Columnist Appuntamento con la Storia Dal “castigo di Dio” ad Alessio Cacciamani. I giovani sono il futuro granata

Dal “castigo di Dio” ad Alessio Cacciamani. I giovani sono il futuro granata

Marco Severini
Appuntamento con la Storia / Dal record storico di Eugenio Mosso al diciottenne marchigiano, il settore giovanile del Toro si conferma una fucina di talenti

Un refrain che occupa da sempre la storia granata è quello secondo cui i giovani sarebbero il futuro della società. Togliamo il condizionale e mettiamo il presente, anche perché si evidenzia una tendenza al ringiovanimento tra le panchine di serie A, visto che l’età media degli allenatori del prossimo campionato sarà inferiore ai 50 anni, tra i livelli più bassi dell’ultimo decennio, un dato che avvicina l’Italia all’Europa. Il secondo più giovane allenatore della prossima stagione, dopo il tecnico del Parma Carlos Cuesta (31 anni il prossimo 29 luglio), sarà Ignazio Abate, ct del Toro, 39 anni (40 il prossimo 12 novembre). E, tra i giocatori, è rientrato al Toro il diciottenne Alessio Cacciamani. Venerdì 26 giugno 2026 presso l’Hotel Raffaello di Senigallia (An), il Toro Club “Le Tre Valli” di Jesi ospiterà il giovane talento granata: il presidente dell’ente, Franco Paradisi, è pronto ad accogliere l’attaccante che compie 19 anni lunedì 29 giugno ed è nato a Jesi da famiglia residente a Chiaravalle; l’appuntamento è per le ore 19.00.

Cacciamani ha percorso, dopo i provini con Parma, Sassuolo e Spal, le tappe del settore giovanile di diverse squadre marchigiane (Biagio Nazaro, Fano, Ancona) prima di entrare, nel 2023, nell’Accademia del Torino per debuttare in serie A con il Toro di Paolo Vanoli, l’11 maggio 2025, nella gara casalinga con l’Inter, subentrando a Valentino Lazaro negli ultimi minuti. Cacciamani è stato così il più giovane giocatore del Torino a disputare un match nella massima serie italiana, dopo Fabio Quagliarella e Jacopo Mariani. Nell’estate seguente, Alessio ha firmato il suo primo contratto da professionista con il club granata, venendo girato in prestito alla Juve Stabia in Serie B per la stagione 2025-26. Dal prestito alla squadra campana, il cui sogno di passare in A si è infranto ai play-off contro il Monza, Cacciamani ha dichiarato di rientrare al Toro “più maturo” e, nel frattempo, è entrato nel giro della Nazionale, venendo convocato, da ultimo, a inizio giugno dal ct ad interim Silvio Baldini; nel frattempo, sui giornali di questi giorni si parla di Cacciamani come uno dei profili più attenzionati dal nuovo allenatore granata.

Un secondo motivo di interesse della serata promossa dal locale Toro Club è la presentazione del libro “120 motivi (e anni) per tifare Toro” (1797 edizioni, pp. 216), libro realizzato da chi scrive nell’ambito di un progetto promosso dall’Associazione di Storia Contemporanea (fondata nel 2011, vanta oltre 540 iscritti in tutto il mondo e chiunque, dotato dell’interesse e della passione per la storia, si può iscrivere: basta inviare una mail ad ascontemporanea@gmail.com). Il libro è stato scritto per celebrare in maniera originale un duplice anniversario che non deve passare inosservato per i tifosi granata, i 120 anni di vita del Toro e i 50 dall’ultimo scudetto; nell’occasione sarà presentata la nuova edizione, riveduta e ampliata, dato che la prima, presentata al Salone del Libro di Torino, è già esaurita.

Tornando ai giovani, il rientro in riva al Po di Cacciamani ha sollecitato a rispolverare gli archivi granata e, come evidenziato da Matteo Curreri lo scorso 6 giugno, solo un calciatore granata precede il marchigiano tra i granata convocati in Nazionale, Eugenio Mosso che, all’atto della sua convocazione azzurra, aveva 18 anni, 3 mesi e 12 giorni, contro i 18 anni, 11 mesi e 7 giorni del marchigiano.

Peraltro, Mosso venne convocato in Nazionale solo il 5 aprile 1914 in occasione di Italia-Svizzera che si giocò allo stadio Marassi di Genova, con reti al 26’ dell’attaccante Angelo Mattea (piemontese di Santhià, classe 1892, in forza al Casale) e pareggio al 32’ dell’elvetico Wyss II. Come noto, i numeri romani venivano usati, ai primi del Novecento, per indicare giocatori appartenenti allo stesso clan familiare e il Toro delle origini foi, sotto diversi punti di vista, una questione di famiglia. Quel giorno a Marassi Eugenio Mosso – scrisse l’inviato della «Stampa» – fece di tutto per «dimostrare quanto sia merita la sua promozione alla squadra nazionale»: trascorsi i primi venticinque minuti di gioco, Eugenio s’involò «velocissimo» sull’ala destra, superò il terzino elvetico per poi centrare «di precisione» verso la porta, con tocco finale di Mattea.

Eugenio Mosso era nato a Mendoza, in Argentina, il 10 agosto 1895, rampollo di un clan torinese. Il nonno Francesco – nato a Torino nel 1832 – si era trasferito nel 1860, esercitando a Pilar di Santa Fe l’attività di ebanista e carradore: in Sudamerica, venne raggiunto dalla moglie Francesca Ghietti e dai primi due figli Giovanni Battista e Antonio che investirono nel settore vinicolo, radicandosi a Lujan de Cuyo, alla periferia di Mendoza, con un’azienda che riscosse notevole successo, mentre il padre decise di tornare nella sua Torino nel 1905. Dal matrimonio di Antonio, nato a Torino nel 1873, con Maria Sonetti nacquero otto figli maschi, quattro dei quali (Francesco, Eugenio, Benito e Julio) divennero giocatori del Toro. I primi tre vennero distinti, more solito, con il numerale romano e Mosso III, cioè Eugenio, il calciatore più potente e dotato, fu anche il primo giocatore argentino a far parte della Nazionale italiana: con la maglia granata disputò, fino al 1919, 109 partite totalizzando 101 goal.

Eugenio esordì con la maglia del Toro il 3 dicembre 1912, mettendo a segno una doppietta contro il Novara ed era soprannominato Grignolin, probabilmente per una sua preferenza verso questo vino. Nel campionato 1912-13, il Toro arrivò terzo, dietro la Pro Vercelli e il Casale, ma batté i cugini strisciati con due altisonanti successi: 8-0 all’andata e 8-6 al ritorno. Nel marzo 1912 Vittorio Pozzo divenne segretario della Società granata: successivamente entrò nella Direzione, fu membro della Commissione tecnica e redattore del giornale sociale, esordio nel giornalismo che avrebbe praticato a lungo, una volta conclusa la carriera di allenatore. Nel campionato 1913-14 nessuna formazione italiana segnò quanto il Toro che mise a segno la bellezza di 74 reti e arrivò quarto in classifica, preceduto dal Casale vincitore e da Genoa e Pro Vercelli: fu ancora un affare di famiglia poiché Eugenio Mosso e suo fratello Francesco (Cisco per gli amici) ne realizzarono 46, 23 a testa, il 62,1% dell’intera squadra. Vittorio Pozzo ha ricordato Eugenio Mosso con queste parole: «Aveva un tiro di destro che era un castigo di Dio: quel manifesto naturale che fu a lungo l’insegna del Torino di quei tempi fu preso da una fotografia riproducente un suo atteggiamento caratteristico al momento del tiro».

Eugenio era veloce e aveva un tipo potente: prese parte al risultato più sfavillante del Toro di quel periodo aurorale, lo 0-8 rifilato fuori casa, nello stadio di corso Sebastopoli, il 17 novembre 1912, che costituisce la differenza più marcata nella storia delle ufficiali stracittadine torinesi; segnarono una doppietta l’attaccante Enrico Ruffa, che aprì le marcature al 17’, e il noto Debernardi, fece un gol Mosso I (il sopra citata Cisco) e addirittura una tripletta Mosso III, il castigo di Dio. «La Stampa» parlò di un autentico «bombardamento» granata iniziato fin dal primo minuto della gara, sottolineando come bisognasse dare «maggior merito» al portiere strisciato Pennano per aver evitato una «sconfitta più grave». Il resoconto pubblicato in quarta pagina il 18 novembre 1912 cominciava con questo periodo: «Gli appassionati che furono presenti al match svoltosi ieri sul terreno della Juventus non furono certo soddisfatti del risultato di esso. Se si considera che solo tre o quattro furono le scappate della Juventus, ognuno potrà concepire quale disperata difesa abbia essa opposto alle casacche granata, le quali dominarono letteralmente gli avversari bombardando il goal di Pennano», evidente refuso per «bombardando di goal il Pennano».

Breve contestualizzazione: Umberto Pennano era nato a La Paz, in Uruguay, nel 1886, si era trasferito nel nuovo secolo in Italia, esordendo come portiere tra i pali del Torino, in due edizioni della Palla Dapples, tenutesi nella primavera del 1909; poi era passato all’altra squadra, esordendo con la sconfitta per 3-1 nel derby della Mole del 7 novembre 1909 e chiudendo la carriera in casa strisciata il 9 febbraio 1913, con un’altra sonora sconfitta nella stracittadina (9 febbraio 1913), terminata 8-6 per i granata. Stanco di essere trafitto dalla sua prima squadra, tornò a difenderla nel campionato 1913-14 per poi chiudere la carriera, la stagione successiva al Casale. Il suo destino era comunque legato alla prima capitale d’Italia dove morì il 17 marzo 1961, il giorno del centenario dell’Unità. Ai funerali la moglie Laura Aguggia ricevette il conforto dei partecipanti, ma solo l’Associazione ex Calciatori Granata pubblicò sul quotidiano torinese un breve necrologio del portiere che aveva giocato solo in squadre piemontesi, partecipando «vivamente al dolore della vedova per la dipartita del caro consocio», si legge a pagina 12 della «Stampa» dell’edizione del 21 marzo 1961 (lo stile non è acqua e non scorre giù pei fossi, recita un proverbio della zona in cui è nato Alessio).

Tornando a Cacciamani, l’attaccante andrà a fare compagnia ad altri 44 calciatori che hanno esordito, dal 2005 a oggi, in serie A o in altri massimi campionati europei: il settore giovanile del Toro si conferma quindi una fucina di talenti e, visto che non vinciamo più nulla da 23 anni e in considerazione del fatto che chi scrive non crede minimamente alla scaramanzia, ricordiamo che l’ultimo scudetto (1975-76) lo abbiamo vinto con un debuttante nella panchina granata: aveva 41 anni e si chiamava Gigi Radice.


MARCO SEVERINI - Storico contemporaneista dell’Università di Macerata, è autore di importanti volumi, per lo più di storia politica e storia delle donne, presentati in Italia, Europa e negli Stati Uniti. Nel 2016 ha pubblicato Senso di appartenenza granata (Edizioni Zefiro, due edizioni), che coniuga la storia del Toro con quella della sua famiglia, partendo da suo nonno paterno, Virgilio, classe 1906, che ha giocato nelle Giovanili granata. Lo scorso maggio è uscito 120 anni (e motivi) per tifare Toro (1797 edizioni), presentato al recente Salone del Libro di Torino e la cui prima edizione è già esaurita. La seconda sarà presentata venerdì 26 giugno 2026 all’Hotel Raffaello di Senigallia, in un’iniziativa promossa dal Toro Club “Le Tre Valli” di Jesi, nell’ambito della quale sarà ospite la giovane promessa granata Alessio Cacciamani.