Toro News Columnist Appuntamento con la Storia Dalla vittoria sulla squadra di Sua Maestà alla Coppa Italia

Dalla vittoria sulla squadra di Sua Maestà alla Coppa Italia

Marco Severini
Appuntamento con la Storia / Perché la Coppa Italia? Perché i granata vinsero la prima Coppa in un periodo del calcio nazionale scintillante

Dopo essermi addormentato nell’ultima partita in altura con il Cittadella, domenica scorsa non sono riuscito a chiudere gli occhi tanto fervida era l’attesa della trasferta a Burnley, anche perché il Toro aveva vinto in terra inglese solo una volta nel 1971: ebbene, non solo i granata hanno vinto 1-0, ma hanno fatto vedere interessanti geometrie, un gioco a tratti spumeggiante nonché corsa e lotta che avranno fatto piacere al ct Abate. Il Burney, fresco retrocesso dalla Premier, è la squadra per cui tifa Carlo III d’Inghilterra come lui stesso ha annunciato nel 2012 e come confermato dalla mia testimone di nozze che, nata in Italia, vive a Londra. Ma non intendo aderire allo sport più praticato dai connazionali, cioè la tuttologia, e lascio ai bravi commentatori e opinionisti di Toro News ogni tipo di valutazione tecnica. La mia riflessione è squisitamente storica: in 21 anni di età Cairo il Toro non è mai arrivato alle semifinali di Coppa Italia. Comprendo che sia praticamente impossibile programmare una stagione attorno alla Coppa Nazionale, ma è l’unico trofeo che, nel giro di qualche tempo, potremmo portare in bacheca. Merita sicuramente quella attenzione che non si è vista negli ultimi lustri. Perché la Coppa Italia? Perché i granata vinsero la prima Coppa in un periodo del calcio nazionale scintillante, dominato da altre squadre che non a caso videro i loro calciatori protagonisti delle due, consecutive vittorie dei Mondiali del 1934 e del 1938, in una Nazionale allenata dal cuore granata Vittorio Pozzo. Il Torino ha vinto la sua prima Coppa Italia l’11 giugno 1936.

I Primi anni Trenta furono per il Toro un cantiere aperto, con giovani e “anziani” che lavoravano insieme, integrandosi, facendo conoscere gli uni agli altri l’unicità del mondo granata. Nella generazione dei Balon Boys si segnalarono il centrocampista savonese Mario Bo (1912-2003) – 185 partite giocate col Toro, più tre anni con le Giovanili, e 47 gol segnati – e due torinesi che molto avrebbero dato alla formazione granata, il mediano Giacinto Ellena (detto Cinto, classe 1914) e l’interno Filippo Prato, nato nel 1910, «mezzala dal tipo potente» che si divideva fra calcio e atletica. Nel 1933 si registrò l’addio del giocatore di origini spezzine Gino Rossetti (1904-93), conosciuto come Rossetti II per distinguerlo dal fratello Giuseppe (1899-1965) – un centrocampista che vestì per due anni in granata (1927-29) per poi chiudere la carriera di giocatore a Macerata dove avrebbe allenato sia lui che il fratello –, uno dei componenti del trio delle meraviglie, attaccante estroso e potente. Era il figlio del proprietario di un forno, con una grande passione per il calcio: dopo aver coronato, nella stagione 1921-22, il sogno di esordire con la squadra della città natale, indossò la maglia granata dal 1926 al 1933 (il Toro pagò 25.000 lire l’acquisto di quell’«attaccante dal gol facile») e, dopo un quadriennio al Napoli, tornò al Toro nel 1937-38. Con 144 gol segnati, Rossetti II si trova al 3º posto della classifica dei marcatori granata all time.

Dal 1926 al ’36 difese i pali del Toro l’astigiano Vincenzo Bosia (1906-78) che, dopo aver esordito nella squadra della città natale, lasciò la sua attività di garzone di mastro bottaio per essere ingaggiato dalla Società granata per 600 lire mensili oltre a 150 per ogni partita vinta. Bosia fu un autentico recordman tra i portieri dell’epoca, collezionando 191 presenze in maglia granata. Lo stadio dell’Asti, Censin (diminutivo di Vincenzo in dialetto piemontese), è dedicato alla sua memoria. Tra i Balon Boys esordì nella massima serie, nella stagione 1934-35, Raf Vallone (1916-2002), nato a Tropea e trasferitosi bambino a Torino con la famiglia: dopo un quadriennio con le Giovanili (1930-34), militò sei anni in granata, intervallati dal prestito al Novara (1939-40), segnando quattro reti; fu poi giornalista, partigiano e soprattutto celebre e fascinoso attore.

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Il campionato 1934-35 iniziò il 30 settembre 1934 con, per la prima volta, 16 squadre, tra cui il Palermo che aveva conquistato la massima divisione nel 1932. I granata partirono bene con due successi e il pareggio nel derby nelle prime quattro gare, poi qualcosa si inceppò: era stato richiamato per governare questa transizione l’allenatore del primo scudetto, l’austriaco Cargnelli, che aveva affiancato Janni, Bo, e i torinesi Osvaldo Ferrini e Federico Allasio – un centrocampista di buona tecnica e grande potenza, appartenente ai Balon Boys – con un altro figlio del Po, il ventiquattrenne Filippo Prato, interno di centrocampo. Prato, cresciuto nel Gruppo Sportivo Unica di Torino, disputò nei sette anni granata 158 partite, segnando 37 gol: uno di questi è passato alla storia.

Infatti, dal 21 aprile al 26 maggio 1935 il Toro non riuscì più a vincere una partita e si presentò penultimo all’ultima gara di campionato, frastornato dalla netta sconfitta (4-0) subita dall’Ambrosiana-Inter: l’ultima gara oppose al Toro, che giocò tra le mura amiche del Filadelfia, il Livorno terz’ultimo, con le due formazioni divise da appena un punto. Bisognava vincere poiché viceversa si sarebbe raggiunto in serie B la Pro Vercelli, già retrocessa. Quel 2 giugno 1935 gli spalti del Fila si presentarono “in fiamme” e dopo un assalto continuo, i granata arginarono l’incubo della retrocessione proprio con un gol di Prato al 7’ della ripresa. Festeggiatissimo nell’occasione, Prato espresse un rendimento alto nella stagione successiva, conclusa con la vittoria della prima Coppa Italia della storia granata. Nel campionato 1935-36 il Toro si diede una scossa: alla presidenza della società giunse l’ingegner Giovan Battista Cuniberti che richiamò l’austriaco Cargnelli per dare una giusta quadratura alla squadra. Al suo insediamento, Cuniberti trovò un Torino con problemi finanziari e con prestazioni molto diverse dalla squadra del primo scudetto; durante la sua presidenza potenziò il settore giovanile e in quattro anni ottenne due secondi posti e la vittoria della Coppa Italia. Più che la quadratura, il Toro aveva bisogno di ritrovare una propria identità. Questa identità fu rinvenuta nello spirito del Filadelfia: così il Torino fu composto da giocatori unicamente piemontesi, in particolare torinesi, cresciuti e maturati al Fila. Si segnalò così la cosiddetta mediana delle sei l, formata da Federico Allasio, Giacinto Ellena e Cesare Gallea, autentici Balon Boys. E dopo aver sfiorato la retrocessione, i granata si aggiudicarono nella stagione la Coppa Italia, giunta alla sua terza edizione, dopo la prima quasi clandestina del 1922, vinta dalla formazione ligure del Vado, e una seconda (1926-27) non terminata.

Il Torino giocò cinque partite in quell’edizione vincendole tutte, superando nell’ordine la Reggiana per 2-0, il Catania 8-2, il Livorno 4-2, la Fiorentina 2-0 ed infine l’Alessandria per 5-1, l’11 giugno 1936, allo stadio Luigi Ferraris di Genova. Questo l’undici granata sintesi di vecchi e nuovi nomi: Maina, Brunella, Ferrini, Gallea, Janni, Prato, Bo, Baldi, Galli, Buscaglia, Silano. Segnarono Galli (7’ e 70’), Silano (20’ e 78’), Buscaglia (57’).

La Stampa esordì in prima pagina, l’indomani, titolando: Il Torino ha vinto!, così aprendo il pezzo: “La più giovane delle manifestazioni calcistiche nostre, la Coppa Italia, è stata vinta ieri dalla nostra più giovane squadra”, aggiungendo che si era trattato di un “successo netto” e sottolineando che i giovani costituivano “l’ossatura” della squadra. Vittorio Pozzo chiosò: “Si dica quel che si vuole ma dopo tanto campionato, ha un fascino particolare una partita il cui risultato ha valore risolutivo ed immediato. Ha vinto la squadra migliore, la più meritevole”. Largo ai giovani, dunque, indiscutibilmente il futuro dei nostri amati colori.


MARCO SEVERINI - Storico contemporaneista dell’Università di Macerata, è autore di importanti volumi, per lo più di storia politica e storia delle donne, presentati in Italia, Europa e negli Stati Uniti. Nel 2016 ha pubblicato Senso di appartenenza granata (Edizioni Zefiro, due edizioni), che coniuga la storia del Toro con quella della sua famiglia, partendo da suo nonno paterno, Virgilio, classe 1906, che ha giocato nelle Giovanili granata. Lo scorso maggio è uscito 120 anni (e motivi) per tifare Toro (1797 edizioni), presentato al recente Salone del Libro di Torino e la cui prima edizione è già esaurita. La seconda è stata presentata venerdì 26 giugno 2026 all’Hotel Raffaello di Senigallia. Per acquistarlo, si può contattare la distribuzione nazionale e direttamente l'editore, scrivendo ad ascontemporanea@gmail.com.