Elogio del pareggio, senza pareggite
È inutile girarci intorno: la seconda sconfitta consecutiva ha depresso l’ambiente granata e soprattutto i tifosi. Solo nel campionato scorso, all’8 novembre di un anno fa, si contavano 5 pareggi del Toro, mentre quest’anno c’è stato solo quello di Bologna – in una gara che si sarebbe potuta vincere – il 19 settembre 2026, con Kulenovic lesto a siglare l’1-1 – l’esatta antitesi del gollazzo, termine con cui da una ventina di anni si intende un gol ‘molto bello, spettacolare’ –, replicando al 77’ al vantaggio rossoblù. Da tempo ripetiamo che le partite si possono anche pareggiare e con un atteggiamento più guardingo, specie in difesa, avremmo tranquillamente potuto contare 3-4 punti in più e sperare in un anno meno anonimo.
Eppure, una bandiera come Vittorio Pozzo commentò, sulla Stampa del 21 settembre 1959, lo 0-0 con cui il Torino esordì in cadetteria contro la Sambenedettese, allo stadio intitolato ai fratelli Ballarin, sottolineando come tutto sommato i granata avevano portato a casa un bel punto da uno dei campi più difficili della serie B: «Saremo curiosi vedere, al termine del torneo, chi sarà riuscito a fare meglio»; la partita di ritorno (7 febbraio 1960) al Fila si concluse con un altro pareggio (1-1), con gol iniziale del granata Virgili (37’) cui replicò il rossoblù Buratti (64’).
La gara d’esordio in terra marchigiana, ammetteva Pozzo, si era rivelata «una lotta atletica più che un vero incontro di calcio», un «correre senza interruzione, un «gran saltare per il pallone che era sempre per aria», un «gran picchiare sodo nella palla»; poche occasioni da rete, anzi «ordinaria amministrazione» per i portieri e tiri «nel rettangolo della porta non pervenuti»; insomma, non un grande spettacolo tenuto di fronte a una «folla strabocchevole e appassionata per la circostanza», 7.000 spettatori secondo le statistiche ufficiali, qualche migliaio in più a detta di Pozzo, con pure il prefetto di Ascoli Piceno sceso in campo, prima del match, a salutare il pubblico.
Nel campionato precedente, la Samb aveva pareggiato 21 incontri su un totale di 38 disputati e, nel 1959-60, il Torino tornò subito in A vincendo il campionato, facendo registrare 19 pareggi, portando a casa 51 punti, davanti al Lecco con 50 e al Catania con 47: all’ultima giornata, in una partita disturbata dalla pioggia al Filadelfia, il 5 giugno 1960, i granata travolsero 3-1 il Modena con reti di Ferrario (5’), Ferrini (21’) e Mazzero (75’), quest’ultima siglata quattro minuti dopo il gol della bandiera dei canarini. E quel giorno, ancora Pozzo scrisse che «lo spettacolo più bello e anche più importante» cui si era assistito era stato il finale di gara con gli spettatori che avevano portato in trionfo i calciatori granata «baciandoli e abbracciandoli come se fossero dei bambini», ignari di quanto avrebbero appreso mezz’ora dopo dalle radioline e cioè che il Toro aveva chiuso il torneo cadetto al primo posto; a quel punto, smise di piovere e «l’entusiasmo salì al cielo»; per uscire dal campo ci volle un’altra mezz’ora.
Insomma, il pareggio è un risultato utile, sposta spesso l’attenzione fuori dal campo, ma la pareggite – termine invalso dagli anni Sessanta del secolo scorso – è un’altra cosa, tanto più con l’era dei tre punti in cui il cumulo di pareggi pesa molto di più in classifica rispetto al passato e ingenera pressione sugli allenatori, sull’ambiente, sui giocatori stessi; però, lapalissianamente, un pareggio smuove la classifica, una sconfitta – o meglio due nel giro di cinque giorni – fa arretrare l’umore e l’entusiasmo, specie se quest’ultimo aveva conosciuto vette particolari, come quella raggiunta dopo tre vittorie consecutive.
I tifosi vogliono i gol, le vittorie, le prestazioni esaltanti, tali far rivivere il mito; Bruno Bernardi, sulla Stampa del 28 gennaio 2002, scrisse commentando il successo casalingo dei granata sulla Lazio (1-0): «Il Toro è capace di scivoloni amari e imprese esaltanti, in fondo anche questa altalena di certezze contribuisce a rinvigorirne il mito che viene da lontano»; a segnare il giorno prima era stato Cristiano Lucarelli che aveva firmato «un inebriante gollazzo», consolidando il nono posto in classifica.
Tornando alla prima stagione in cadetteria del 1959-60, la retrocessione portò aria fresca: furono aggiustati i conti societari sotto la guida del nuovo presidente Luigi Morando che, imprenditore attivo nel settore dell’indotto dell’auto e presidente granata nel biennio 1959-61, fece sparire la detestata “T” dalle maglie e allestì una formazione pratica e concreta, schierante fin dall’esordio, in terra marchigiana, l’ala sinistra Giorgio Ferrini, destinato a diventare una bandiera granata. Nato a Trieste nel 1939, centrocampista con innate doti di incontrista (da qui il soprannome la Diga), Ferrini è stato un grande uomo, introverso e sincero, onesto «a 18 carati», «autentico, schietto», amato in modo «sconfinato, passionale» dal popolo granata: arrivò al Filadelfia a 16 anni, nella stagione 1955-56, rimanendo un triennio con le Giovanili; poi passò un anno al Varese in cadetteria e fu grande interprete di 16 consecutive stagioni toriniste (1959-75). La sua esperienza in maglia granata annovera, complessivamente, 443 presenze e 42 reti, con la vittoria di due Coppe Italia (1968, 1971) mentre con la maglia azzurra è stato campione europeo nel 1968; il triestino lasciò il calcio nel 1975, ma non il Toro cui rimase vicino «con amore»: Gigi Radice lo volle come allenatore in seconda nella trionfale stagione del 1975-76; purtroppo, non ebbe il tempo di godersi il meritato riposo poiché una doppia emorragia cerebrale privò di lui il mondo granata, il 18 ottobre 1976. Un lutto tremendo dopo l’ultimo scudetto.
L’esperienza in serie B del 1959-60 servì ai calciatori granata per comprendere che c’era bisogno di nerbo, compattezza e unità per ricreare «antichi entusiasmi». All’allenatore magiaro Imre Senkey bastò perdere a Novara 3-0 il 15 maggio 1960 per essere sostituito da Cinto Ellena; fece registrare maggiori presenze (43) l’ala Carlo Crippa (padre di Massimo, giocatore del Toro nel 1987-88 e dal 1998 al 2000). Miglior marcatore, con 21 reti, si rivelò l’attaccante Giuseppe Virgili che, friulano di Udine (1935-2016) e già bomber dello scudetto viola (1955-56), segnò in due anni granata (1958-60) 30 reti.
Gianni Brera soprannominò Virgili Pecos Bill – cowboy inventato da Edward O’Reilly nei primi anni del Novecento – per le straordinarie qualità di centravanti e la sua specialità nel segnare gol spettacolari: in area di rigore Virgili sembrava al grande giornalista un pistolero infallibile nel trafiggere i portieri avversari.
Il ritorno in serie A si concluse con un impalpabile undicesimo posto: gli attaccanti granata segnavano poco, mentre la difesa era arcigna, con Lancioni, Scesa, Buzzacchera, Bearzot e lo stesso Ferrini a proteggere e a innescare un attacco praticamente sterile: la società faceva grande affidamento sull’argentino Marcos Locatelli – classe 1939, detto Chico – che in un triennio (1960-63) fece appena 13 gol. La Società granata continuava a lanciare i ragazzi del Fila, visto che fece il suo esordio Roberto Rosato, difensore lombardo, che sarebbe rimasto sei stagioni consecutive (131 presenze, 4 reti).
In mezzo a mille tatticismi e ai commenti di tecnici, giornalisti e tifosi si avverte una triplice mancanza: quella di ‘certi’ pareggi, della ‘Diga’ Ferrini e di un Pecos Bill granata.
© RIPRODUZIONE RISERVATA