Il Novo che avanza
Alla sistematica, spasmodica ricerca della novità, magari clamorosa e roboante, il Toro si appresta all’esordio in campionato dopo aver sufficientemente figurato in Coppa Italia. Fervono le trattative e le voci di mercato, ma sono sirene verso cui il vero tifoso granata ha imparato a guardare con opportuno distacco, con la giusta distanza: la notizia interessa, viene letta e magari commentata, ma non desta illusioni poiché dietro l’angolo si cela l’immancabile cessione di mercato per far quadrare i conti, secondo la vulgata presidenziale.
I tifosi granata però devono sapere che le cose non sono andate sempre così poiché la nostra squadra del cuore è stata guidata anche da persone competenti, da presidenti che come prima cosa hanno scelto uno stuolo di collaboratori che, di professione magari facevano tutt’altro, ma che di calcio ne masticavano eccome, prima di pianificare un’attenta, anzi formidabile campagna acquisti.
Un’autentica svolta si verificò nell’estate del 1939, l’ultimo anno prima che scoppiasse la terribile Seconda guerra mondiale: l’ingegner Cuniberti lasciò il timone di presidente a Ferruccio Novo, un’altra bandiera granata che nel Toro ha percorso tutte le tappe (sostenitore, giocatore, consigliere, presidente). Nato a Torino il 22 marzo 1897, divenne presto titolare, insieme al fratello Mario, dell’azienda di famiglia, un’avviata fabbrica di accessori in cuoio per l’industria («le cinghie Antonio Novo – Torino»); mentre studiava al Collegio San Giuseppe, istituto frequentato dai rampolli della borghesia torinese, maturò la passione per il calcio tanto da entrare nel 1913 come difensore nelle Giovanili del Toro; non andò oltre la formazione-riserve («Ero una schiappa» rammentava), ma s’innamorò per sempre dei colori granata.
E a chiamarlo al vertice del Torino Calcio, il 31 maggio 1939, fu proprio Cuniberti che era riuscito solo in parte a rilanciare la squadra: aveva riportato entusiasmo, fatto sognare, conquistato la prima Coppa Italia, ma si era accorto di essere ancora lontano dai risultati delle grandi squadre; così dopo quattro anni (davvero altri tempi…) fece il passo di lato.
Novo fu il primo a interpretare il ruolo presidenziale in modo manageriale, al pari di un’azienda: tra i primi acquisti messi a punto ci fu l’arrivo dal Varese di Franco Ossola, il primo tassello del Grande Torino; il neo-presidente dovette mettere mano anche alla recente girandola di allenatori (Cargnelli, Sperone, il duo Kutik-Mattea) e all’attacco dove Petron faceva reparto a volte da solo. L’euforia del nuovo clima ebbe alterni riflessi sul campo: solita partenza sprint (due vittorie con Milano e Novara in casa, pareggio nella capitale con la Lazio), seguita però da cinque sconfitte e una sola vittoria casalinga di misura con il Napoli (29 ottobre) che fecero precipitare i granata in bassa classifica; dopo aver pareggiato 0-0 con la Roma, ci fu un pronto riscatto con tre vittorie nelle successive quattro partite. Nella seconda parte del campionato, tuttavia, i risultati tornarono ad essere mutevoli, anche se i granata si riportarono sulla parte sinistra della classifica, chiudendo al sesto posto.
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I titoli di miglior marcatore e maggiori presenze andarono a due toscani, rispettivamente il centravanti lucchese Danilo Michelini (che però si sbloccò solo il 10 dicembre segnando la prima delle tre reti con cui i granata sconfissero la Triestina per 3-1), che mise a segnò 10 reti, e il piombinese Sergio Piacentini.
La stagione seguente cominciò la costruzione del mito: con l’arrivo di Ferruccio Novo, la sensazione provata dalla maggior parte dell’ambiente granata fu davvero quella di trovarsi di fronte a una svolta epocale. Manager moderno, Novo si ispirava non solo a una filosofia aziendale, ma anche una certa impronta comunicativa tanto che il suo primo giorno da presidente si fece fotografare al Filadelfia insieme ai suoi giocatori: quarantaduenne di bell’aspetto, timido, ambizioso e orgoglioso, lasciò al fratello Mario, disponibile ad accollarsene il peso, la responsabilità dell’azienda, potendo quindi dedicarsi seriamente al Toro.
Ispirandosi al calcio inglese, Novo si circondò di uno staff di collaboratori capaci e grandi conoscitori del mondo del pallone: tra questi l’amico Roberto Copernico, proprietario di un negozio di abbigliamento maschile a Torino, che conosceva bene il mondo del calcio; Ernest Egri Erbstein offrì un determinante contributo tecnico alla realizzazione del Grande Torino; l’ex bandiera Antonio Janni, in quel periodo allenatore del Varese, segnalò al Torino un ragazzo diciottenne: Novo acquistò così, per una cifra modesta, l’attaccante Franco Ossola, il primo “pezzo” degli Invincibili.
Nel campionato 1940-41 venne richiamato per la terza volta in panchina Cargnelli che si avvalse della collaborazione dell’ex giocatore Sperone: Ossola prese stabilmente posto al centro dell’attacco, potendo contare sulla talentuosa mezzala Oberdan Ussello (1917-2002), torinese che aveva esordito con le Giovanili granata.
Il Torino cominciò insolitamente male, con una sola vittoria (6 ottobre, Torino-Triestina 2-1), ma alla sesta ci fu una svolta che suscitò grandi speranze: 6-2 alla Fiorentina (il 24 novembre, con tre reti di Ossola), stesso risultato al Napoli (il 29 dicembre, con tripletta stavolta di Petron); dopo aver concluso il girone d’andata terzi, i granata si smarrirono, alternando pareggi con alcune sbavature sia fuori casa che al Filadelfia; soltanto le ultime tre partite, con affermazioni magistrali con Novara (5-1) e Livorno (5-2) e fuori casa a Milano con l’Ambrosiana (2-0, con reti di Piacentini e Mascheroni) le assegnarono il settimo posto.
La ricerca della novità si pagò, come segnalato dalle statistiche che ci fanno ricordare in parte lo scorso campionato: il Toro mostrò uno dei migliori attacchi della serie A (54 gol), ma pure una delle peggiori difese (50 reti incassate). Novo stava già riflettendo sui cambiamenti necessari.
Nel campionato 1941-42, il secondo del periodo bellico, il presidente Novo imparò dagli errori e dalle cadute: seguiva tutte le partite e vide la sua squadra subito volare verso l’alto; il Toro agguantò subito il vertice della classifica, tenendolo sino alla fine del campionato, chiuso al secondo posto, tre punti sotto la Roma vincitrice.
I granata incapparono in una sconfitta (1-3), il 31 maggio 1942, a Venezia dove una coppia di mezzali, già inserita da Pozzo in Nazionale, fece sfracelli: erano Valentino Mazzola ed Ezio Loik. Novo si affrettò a concludere il nuovo colpo di mercato di cui parlarono tutti i giornali: oltre all’assegno milionario – per la precisione un milione e 200.000 lire – il Torino diede come contropartita gli attaccanti Petron e Mezzadra, che nel 1940-41 fece registrare un’unica presenza e nessun gol.
In buona sostanza, quella sconfitta fece perdere i sogni di gloria ai granata che, sorpassati dai giallorossi che superarono 2-0 in casa il Livorno, persero in casa l’ultima gara con la Fiorentina (1-2), mentre i capitolini sbancarono Modena (0-2). Mai sconfitta si rivelò però più lungimirante nelle conseguenze: lo squadrone, costruito pezzo dopo pezzo, stava decollando.
MARCO SEVERINI - Storico contemporaneista dell’Università di Macerata, è autore di importanti volumi, per lo più di storia politica e storia delle donne, presentati in Italia, Europa e negli Stati Uniti. Nel 2016 ha pubblicato Senso di appartenenza granata (Edizioni Zefiro, due edizioni), che coniuga la storia del Toro con quella della sua famiglia, partendo da suo nonno paterno, Virgilio, classe 1906, che ha giocato nelle Giovanili granata. Lo scorso maggio è uscito 120 anni (e motivi) per tifare Toro (1797 edizioni), presentato al recente Salone del Libro di Torino e la cui prima edizione è già esaurita. La seconda è stata presentata venerdì 26 giugno 2026 all’Hotel Raffaello di Senigallia. Per acquistarlo, si può contattare la distribuzione nazionale e direttamente l'editore, scrivendo ad ascontemporanea@gmail.com.
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