Toro News Columnist Appuntamento con la Storia Il primo non si scorda mai

Il primo non si scorda mai

Marco Severini
Appuntamento con la Storia / In quel 1927-28, i granata si erano rivelati più forti della giustizia sportiva

I tifosi granata che pensano a luglio come periodo di ritiri in montagna si segnino questa data: il 22 luglio 1928 il Torino vinse il primo scudetto della sua storia, dopo averlo già vinto nel campionato 1926-27, vedendoselo ingiustamente revocato. Ma torniamo a quel giorno, una domenica, di 98 anni fa. La Stampa se ne uscì l’indomani con un editoriale in cui definiva il 2-2 conquistato dai granata a San Siro contro il Milan una partita «alquanto burrascosa», con gli ospiti a rincorrere i rossoneri andati in vantaggio al 23’ con Tansini, raggiunti al ’63 da Vezzani, di nuovo superati dalla squadra di casa al 68’ da Torriani, acciuffata dai piemontesi all’80’ dal grande Baloncieri.

Eppure, Vittorio Pozzo, che aveva visto in quella stagione il Toro giocare gare strabilianti e portare a casa risultati incredibili (3-8 alla Reggiana fuori casa, il 20 novembre 1927; 11-0 al Brescia il 4 dicembre successivo e 14-0 alla Reggiana il 5 febbraio 1928, entrambe gare disputate in casa; 11-0 al Napoli il 4 marzo 1928 sempre al Filadelfia), quel pareggio malconcio non andò proprio giù tanto che esordì la sua corrispondenza con queste parole: «Il campionato è finito con una delle partite più brutte che si siano viste in tutta la durata della lunga competizione. Una partita disputata in modo sconclusionato da parte del Torino e terminata fra tumulti e incidenti di ogni sorta».

Infatti, a dieci minuti dalla fine Libonatti, mentre cercava di sgusciare via fra tre avversari, venne atterrato nell’area milanista e l’arbitro Osti di Ferrara concesse il sacrosanto rigore. Ma dopo la rete di Baloncieri venne giù di tutto dagli spalti e per dieci lunghi minuti si assistette «alla gazzarra sul campo, in tribuna, nei posti popolari, dappertutto». Non solo non si giocò più, ma Libonatti venne duramente colpito e dovette essere trasportato fuori dal campo; la palla di gioco, calciata verso il pubblico, venne requisita, mentre il disordine – notò Pozzo – giungeva «al colmo»; al fischio finale, gli incidenti si ripeterono sugli spalti e alcuni spettatori attesero «al varco» arbitro e calciatori. «Pessimo finale di partita e di Campionato», chiosò l’ex calciatore del Toro divenuto commentatore. Insomma, le scene viste nella finale del Mondiale di domenica scorsa vantano numerosi precedenti. D’altra parte, la violenza e la maleducazione vanno sempre condannate, senza se e senza ma.

In quel 1927-28, i granata si erano rivelati più forti della giustizia sportiva, che aveva loro scucito un meritatissimo scudetto l’anno prima, e dello stesso regime fascista, poiché nello scudetto revocato – e continuamente richiesto, negli anni, dalla società granata per voce di diversi presidenti – aveva giocato un certo ruolo Leandro Arpinati, noto gerarca fascista e podestà di Bologna (di cui era tifoso). Nel campionato 1926-27, infatti, il Toro era apparso a qualsiasi commentatore la squadra più forte, ma a negargli il titolo fu uno dei primi casi di illeciti sportivi che vide co-protagonista uno strisciato. Si trattò di uno dei primi scandali della storia del calcio italiano, originato da una combine orchestrata da Guido Nani, revisore dei conti del Torino e amico personale del presidente Marone Cinzano, e da Francesco Gaudioso, studente siciliano del Politecnico torinese, in buoni rapporti con diversi calciatori strisciati, fra cui il promettente terzino Luigi Allemandi; Gaudioso e Allemandi alloggiavano nella stessa pensione. Nani si accordò con Gaudioso affinché questi dirottasse a favore del Toro il risultato del derby della Mole giocato il 5 giugno 1927, in cambio di 35.000 lire da distribuire ai truffatori: 25.000 in anticipo, il resto una volta che i granata avessero messo le mani sul titolo. Il Torino si trovava in testa alla classifica prima del derby con 10 punti di vantaggio sul Bologna e sui cugini: la stracittadina arrise ai granata per 2-1; Allemandi fu tra i migliori in campo. Il 3 luglio, il Toro divenne campione d’Italia. Ma, appunto, il titolo venne revocato.

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Nella stagione 1927-28 nessuno riuscì a fermare i granata che, guidati dall’austriaco Tony Cargnelli – (1889-1974), viennese con padre italiano e madre austriaca –, iniziarono male, perdendo di misura a Genova con i rossoblù, pareggiando a Cremona e perdendo in casa, ancora di misura, con la Pro Vercelli; tuttavia, si ripresero rapidamente, dando vita a un percorso inarrestabile, fatto di 22 vittorie, 4 sconfitte e 3 pareggi. Il Toro del trio delle meraviglie (Baloncieri, Libonatti e Rossetti segnarono 31, 35 e 23 reti, 89 in totale) si laureò campione d’Italia, al termine di una stagione durata dieci mesi e 34 partite (venti gare nei gironi di andata e ritorno, e quattordici in quello finale). Capocannoniere del torneo fu Libonatti con 35 reti.

Questo il commento del principale quotidiano torinese: «Il campionato, iniziatosi l’ultima domenica di settembre, è terminato con la vittoria della squadra che nel complesso delle 34 partite disputate si è palesata la più meritevole e la più completa».

Singolare la storia di Luciano Vezzani, attaccante nato a Modena il 20 settembre 1905 e proveniente dalle file gialloblù: quarto di sei fratelli, rimase orfano di padre in tenera età e si ritrovò a vivere con i fratelli e la madre la quale, abile commerciante di vestiti e di mobili, crebbe e fece studiare tutti i figli, tranne il piccolo Luciano che marinava la scuola e, appena possibile, andava in piazza a giocare a pallone; appena terminati gli studi, la madre pur di farlo rigare dritto mandò Luciano a fare il garzone e la fortuna del ragazzo consistette nel ritrovarsi da un salumiere che era non solo un appassionato calciofilo ma pure il presidente della squadra del S. Lazzaro, partecipante ai campionati della neonata lega ULIC. Fu quel salumiere a consegnare al ragazzo la prima maglia calcistica, per una carriera che non superò i 15 anni; nei cinque anni al Toro Luciano conobbe Giovanna Berardo, giovane indossatrice torinese, con cui acquistò il rinomato bar Farini a Modena; ma l’unione naufragò ben presto e Vezzani tentò senza successo la carriera di allenatore delle minori canarine, tentativo venne stoppato da un dirigente calcistico. Così l’ex granata si mise a gestire il Bar dello Stadio comunale di Modena che si affermò come ritrovo di quelle figure così folcloristiche e tipiche di provincia; ma venne rimosso, in mezzo a mille polemiche, anche dalla gestione del locale, piombando in una crisi depressiva, da cui solo dopo lunghe cure riuscì a riprendersi, assistito da una nipote prima di scomparire l’11 giugno 1992. Nonostante questi alti e bassi Luciano, all’epoca ventiduenne, ripensò spesso a quel 22 luglio 1928. Perché il primo scudetto non si scorda mai.


MARCO SEVERINI - Storico contemporaneista dell’Università di Macerata, è autore di importanti volumi, per lo più di storia politica e storia delle donne, presentati in Italia, Europa e negli Stati Uniti. Nel 2016 ha pubblicato Senso di appartenenza granata (Edizioni Zefiro, due edizioni), che coniuga la storia del Toro con quella della sua famiglia, partendo da suo nonno paterno, Virgilio, classe 1906, che ha giocato nelle Giovanili granata. Lo scorso maggio è uscito 120 anni (e motivi) per tifare Toro (1797 edizioni), presentato al recente Salone del Libro di Torino e la cui prima edizione è già esaurita. La seconda è stata presentata venerdì 26 giugno 2026 all’Hotel Raffaello di Senigallia. Per acquistarlo, si può contattare la distribuzione nazionale e direttamente l'editore, scrivendo ad ascontemporanea@gmail.com.