Toro News Columnist Appuntamento con la Storia Il primo trofeo

Il primo trofeo

Marco Severini
Appuntamento con la storia / Prima degli scudetti e dei trionfi leggendari, il Torino conquistò la prestigiosa Palla Dapples, simbolo del football delle origini

Il primo alloro vinto dal Torino Calcio non si trova né in bacheca né nel sito del club. È la Palla Dapples, un trofeo che negli anni aurorali del calcio veniva considerato non solo particolarmente ambito ma, secondo molti addetti, più importante del campionato nazionale. Vanno però subito evidenziati due aspetti: siamo nei primi anni del Novecento, in età giolittiana (1901-14) – uno dei soli due frangenti di benessere e prosperità economica del nostro Paese: l’altro è il lustro del boom economico (1958-63) – e la situazione del football nazionale era caotica e confusa, specie sul piano organizzativo; in secondo luogo, la Palla Dapples era un trofeo argenteo che veniva assegnato con la formula challenge, una sfida secca giocata sul campo della squadra detentrice, che la cedeva alla sfidante in caso di sconfitta: visto che a ogni sfida lanciata doveva corrispondere un match e le gare potevano disputarsi in un qualsiasi momento della stagione – che, all’epoca, iniziava il 1° novembre e si concludeva il 30 aprile dell’anno successivo –, la Dapples divenne, tra 1903 e 1909, un appuntamento periodico. Questo il regolamento: la detentrice metteva in palio il trofeo gareggiando con la squadra che per prima le comunicava una lettera di sfida durante i primi minuti dal fischio finale, a mano o anche per telegramma: se il match fosse finito in parità, la Palla sarebbe rimasta nelle mani dei detentori.

L’importanza assunta» da questa competizione – scriveva La Stampa il 4 dicembre 1908 – consisteva nella «gloriosa serie di matches» a cui aveva dato vita «dal giorno della sua istituzione», con il Genoa primo vincitore e detentore dell’«originale trofeo difeso onorevolmente contro ripetute sfide per dieci volte consecutive, fino al 4 dicembre 1904». I giornali dell’epoca cominciarono a pubblicizzare in lungo e in largo la nuova competizione che stuzzicava l’appetito di dirigenti e calciatori. A qualche analista dei nostri tempi la Palla Dapples ha fatto pensare a un calcio romantico e pittoresco, ma è indubbio che i principali club si impegnarono al massimo per poter recapitare la lettera di sfida e competere per il prestigioso premio. L’idea di questo trofeo era venuta a Henri Dapples (1871-1920), nato a Genova ma appartenente a una famiglia di banchieri svizzeri di Losanna, nipote per via materna di Jean, Charles ed Eugène De Fernex, tra i fondatori e i pionieri del Torino Calcio: un ramo dei Dapples, originari del cantone di Vaud, si era stabilito nel Settecento a Genova e col Grifone Henri giocò come «centroattacco» (centravanti) per cinque anni (1898-1903), partecipando a sei campionati e vincendone cinque.

Ritiratosi a 32 anni e divenuto vicepresidente del club, Henri s’impegnò, il 28 ottobre 1903, durante l’assemblea dei soci, a mettere in palio la Palla d’argento che da lui prese il nome, venendo esposta per alcuni giorni nel noto negozio di tessuti per arredamento Haas, situato in via Roma. La prima sfida andò in scena il 20 dicembre 1903 tra Genoa e Andrea Doria a Ponte Carrega e finì in pareggio cosicché la Palla d’argento rimase nelle mani dei rossoblù. Per un paio d’anni il trofeo fu appannaggio delle squadre della Lanterna finché il 9 aprile 1905, sul campo genovese de La Cajenna, il Milan lo strappò ai doriani, in una gara vinta per 1-0. Iniziò così un triennio di dominio rossonero, intervallato da una settimana (8-15 dicembre 1907) in cui la Palla passò ai cugini dell U.S. Milanese. Per spiegare le difficoltà di questa prima fase del calcio italiano, ricordiamo che l’edizione del 6 gennaio 1907 della Dapples non venne giocata perché il Milan e l’Ausonia (altra formazione milanese, attiva tra 1905 e 1912) non si presentarono, mentre quella del successivo 10 novembre, disputatasi tra le due suddette squadre meneghine, venne annullata al momento della rottura del pallone, verso la fine del primo tempo: di lì a poco arrivò un nuovo pallone che però non venne ritenuto regolamentare dai calciatori dell’Ausonia che si rifiutarono di continuare la gara. Per normare una disciplina sempre più seguita e praticata, nel 1909 la Federazione emanò il primo regolamento organico del gioco del calcio in Italia che regolò l’intera attività calcistica, ponendo al centro il campionato.

Intanto era nato il Torino Calcio: alle 21.00 del 3 dicembre 1906, nella birreria Voigt di Torino – l’attuale Bar Norman, in via Pietro Micca –, 23 persone fondarono la nuova società calcistica, il «Football Club Torino», per iniziativa in particolare di Alfred Dick che, imprenditore svizzero,aveva abbandonato l’altra squadra in riva al Po, in disaccordo con la dirigenza: di fatto i dissidenti si fusero con il «Foot-Ball Club Torinese», società fondata a Torino nel 1894, tra le più forti formazioni italiane tra Otto e Novecento. Un atto di ribellione da parte di un personaggio decisionista quanto tormentato, visto che tre anni dopo, a 44 anni, Dick si sarebbe sparato un colpo in testa per aver commesso errori che avevano fatto perdere quasi 100.000 lire alla sua azienda.
L’esordio del Torino fu vincente: il 16 dicembre 1906, in casa della Pro Vercelli, durante una gara amichevole, i granata s’imposero per 3-1, mentre il 13 gennaio 1907 si aggiudicarono il primo derby della Mole, disputatosi al Velodromo Umberto I, per 2-1, con gol di due dei 23 fondatori del club: segnarono, infatti, Federico Ferrari-Orsi, ventenne di Rivoli che marcò quell’unico gol in tutta la stagione, abbandonando al termine di quest’ultima il calcio per approdare alla carriera militare (divenne generale dell’esercito e morì nel 1942 nella seconda battaglia di El Alamein) e Hans Kämpher, un ventunenne svizzero che rifilò un poker di reti ai “cugini” nel derby successivo (3 febbraio 1907), stabilendo un record rimasto imbattuto. Questa la formazione granata nel primo derby della storia: Biano, Bollinger, Muetzell, Rodgers, Ferrari-Orsi, De Fernex, Debernardi, Streule, Kämpher, Michel, Jaquet.

La prima vittoria nella stracittadina venne festeggiata alla birreria Voigt dove il presidente Schönbrod offrì ai presenti birra, vino, salami e lardo. La «spina dorsale» del primo Torino era costituita dagli svizzeri, con Fritz Bollinger, mediano alto e potente proveniente dall’Old Boys di Basilea, e il centromediano Heinrich Bachmann che si sarebbe italianizzato divenendo capitano del Toro per oltre 350 partite, fino al 1924 (166 presenze e 16 reti). Non esistendo in quei tempi la fascia di capitano, Bollinger venne chiamato back (“schiena”, “baluardo”) per evidenziare il ruolo di tecnico in campo: giocava con una sciarpa colorata, una fusciacca con nappine dorate, annodata in vita. Mentre la scuola inglese esaltava l’agonismo e la grinta, quella elvetica preferiva la tecnica e il gioco di squadra, elementi di cui back Bollinger era raffinato interprete: l’elvetico esordì nel primo derby vittorioso, ma a fine gara si accorse che a bordo campo mancava il suo amico fraterno Dick, vicepresidente, chiuso negli spogliatoi da qualche strisciato per burla o vendetta per aver abbandonato l’altra squadra: non sapendo come seguire la gara, Dick si affidò alle urla del pubblico.

E torniamo alla Dapples. Il 27 dicembre 1908 il Torino si aggiudicò il suo primo trofeo, l’ambita Palla d’argento battendo 5-2 la Pro Vercelli sul suo campo, in una gara particolarmente sentita poiché nell’ultimo biennio le due formazioni piemontesi non si erano più incrociate. Era la prima volta che il Toro si cimentava in questa competizione, giunta alla sua 42 a edizione, mentre i vercellesi l’avevano già vinta tre volte. Il «cielo plumbeo» e «l’aria greve» – annotò il cronista della Stampa il 28 dicembre 1908 – invogliavano poco a passare qualche ora all’aperto, ma molti spettatori gremirono il campo Principe di Napoli, con la «colonia torinese accorsa numerosa». Il Torino si portò subito in vantaggio e la Pro, orfana del suo capitano Marcello Bertinetti (che, futuro schermidore, arbitrò l’incontro), non riuscì a contrastare la superiorità dei granata che raddoppiarono poco dopo: il primo tempo si chiuse con il risultato di 4-1, con doppietta di Georges Lang, calciatore svizzero in carica al Winterthur, prestato per l’occasione dalla squadra elvetica; la sua prestazione risultò così convincente che nel campionato successivo (1909-10) divenne un calciatore granata, segnando in totale 22 reti in 16 presenze fra le diverse competizioni.

Nel secondo tempo, i vercellesi ripresero ad attaccare segnando una seconda rete, ma di lì a poco Lang insaccò la sua tripletta, mentre la porta granata era «ormai divenuta impenetrabile»; la partita, concluse il cronista locale (di parte e confusionario sui nominativi), «è riuscita interessante». Questa la formazione del Torino vincitore del primo trofeo della sua storia: Fresia, Bollinger, De Fernex, Engler, Rodgers, Diment, Zuffi II, Zuffi I, Lang, Debernardi, Morelli; cinque italiani, quattro svizzeri, un inglese e uno scozzese. Tra gli italiani c’era Vittorio Morelli dei conti di Popolo dei marchesi di Ticineto: di nobile famiglia sabauda, fu calciatore dal 1907 al 1915 del Toro (pure co-fondatore del club), giocando come terzino e mediano, per poi diventare allenatore granata nelle stagioni 1924-25, 1925-26 e 1930-31; come calciatore granata Vittorio svolse un’onorata carriera, partecipando al derby entrato negli annali: il 17 novembre 1912 il Torino, sul campo di Corso Sebastopoli, superò la Juventus per 8 a 0, la vittoria con il margine più ampio mai registrato nella stracittadina torinese.

I granata tornarono a vincere la Palla Dapples altre quattro volte consecutivamente il 3 gennaio 1909, il 21 marzo 1909, il 28 marzo 1909 e il 4 aprile 1909 – per forfait del Milan –, mentre persero la 47a edizione con il Genoa, il 25 aprile 1909: la squadra rossoblù si aggiudicò, il 26 dicembre 1909, la 48 a e ultima edizione del trofeo, battendo lo Spinola, altra squadra genovese. L’interesse delle maggiori società di calcio si era infatti spostato verso il primo campionato a girone unico (1909-10), un esperimento che vide ai nastri di partenza nove formazioni: il Toro giunse quarto in quel campionato e lasciò il Velodromo Umberto I per andare a giocare in Piazza d’Armi. Uno dei calciatori migliori della formazione che portò in bacheca il primo alloro fu l’ala destra Enrico Debernardi (1885-1972), torinese del quartiere San Salvario, figlio di un capomastro, giocatore particolarmente dotato che vestì la maglia granata dal 1907 al 1913, dopo aver militato nel 1903 nella formazione torinese Audace; lo chiamavano Debernardi I per distinguerlo dal fratello minore Guido (Debernardi II), pure lui calciatore.

Debernardi è stato il primo granata, insieme al centrocampista e compagno di squadra Domenico Capello, ad approdare in azzurro, nel corso di Italia-Francia (15 maggio 1910), gara disputata all’Arena Civica di Milano e vinta dagli azzurri per 6-2: in questo match Enrico segnò all’82’ il gol del provvisorio 5-2. Con 43 presenze e 7 gol Debernardi è stato considerato dal Guerin Sportivo nel 2015 tra i 100 più grandi calciatori granata di sempre, al 63° posto, precedendo un’altra ala talentuosa, Carlo Crippa (al Toro dal 1957 al 1965, padre di Massimo) e seguendo un grande centrocampista come Antonino Asta; della squadra vincitrice del primo trofeo compaiono, oltre a Debernardi, solo Bachmann e Bollinger, rispettivamente in 86 a e 65 a posizione. Al primo posto di questa classifica c’è il capitano degli Invincibili, Valentino Mazzola, «prototipo del giocatore universale», e al secondo Paolino Pulici, il più grande goleador della nostra, entusiasmante storia.


Marco Severini insegna Storia dell’Italia Contemporanea e Storia delle Donne nell’Italia contemporanea presso l’Università di Macerata. Ha tenuto corsi e lezioni in Europa e negli Stati Uniti e ha vinto il Premio Nazionale di Cultura ‘Frontino-Montefeltro’. Da sempre grande tifoso granata, ha scritto Senso di appartenenza granata (2016) mentre al recente Salone Internazionale del Libro di Torino (lunedì 18 maggio 2026) ha presentato, insieme a Davide Bonsignore di “Toro News”, il suo ultimo libro, 120 motivi (e anni) per tifare Toro (2026).