Toro News Columnist Appuntamento con la Storia La normalità eccezionale

La normalità eccezionale

Marco Severini
Torna Appuntamento con la Storia, la rubrica su Toro News di Marco Severini

Quando i tifosi rumoreggiano per un andamento sgradito, come quello di questo inizio campionato, dovrebbero rammentare che nella storia granata c’è una vicenda che nessuna squadra italiana ha, quella del Grande Torino. Certo, su di essa sono stati scritti fiumi di parole, ma noi intendiamo rileggerla e proporvela in un modo assolutamente normale, senza dimenticare la sua straordinaria eccezionalità. La nascita della Repubblica italiana si accompagnò alle vittorie di questa formazione immortale, i cui nominativi divennero per gli italiani una sorta di affascinante scioglilingua, pronunciato e imparato a memoria da milioni di connazionali, in Italia come all’estero: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola.

Nella stagione 1948-49, in casa granata si registrò un nuovo avvicendamento tecnico: l’ungherese Ernõ Egri Erbstein, già allenatore del Toro nel 1938-39, divenne direttore tecnico, mentre passò allenatore l’inglese Leslie Lievesley, giocatore in forza al Manchester United nel 1932-33. Il Torino partì con l’abituale avvio senza strafare, ma con il girone di ritorno – capolista insieme al Genoa – la marcia si fece inarrestabile e quando, il 30 aprile 1949, i granata fecero visita all’Inter chiudendo l’incontro sullo 0-0, godevano di cinque punti di vantaggio proprio sui nerazzurri a quattro giornate dalla fine. L’amichevole di Lisbona fu, come noto, l’ultima partita degli Invincibili che transitarono dalla storia alla gloria extra-terrena: l’incontro volle essere un omaggio sportivo al grande Francisco Chico Ferreira che, capitano del Portogallo, l’aveva ideato a Genova, il 27 febbraio 1949, durante la cena ufficiale di Italia-Portogallo, amichevole giocata a Marassi (4-1: dopo il vantaggio dei lusitani con Lourenço, rimonta nazional-granata con reti di Menti, Mazzola, Maroso e Carapellese). Giunto a fine carriera, Ferreira informò Mazzola, durante la cena, della sua intenzione di lasciare il Benfica che, a fronte di una partita in suo onore, gli avrebbe lasciato l’incasso. Non fu difficile convincere il presidente Novo e le due società si accordarono per disputare l’incontro martedì 3 maggio 1949. Accolti festosamente, i granata disputarono un bel match, vinto di misura dai lusitani; l’amichevole si concluse con una festosa cena.

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Mercoledì 4 luglio 1949, alle 17.03, il trimotore Fiat 4212 della compagnia Ali, si schiantò sulla collina di Superga. Morirono 31 persone tra giocatori, allenatori, dirigenti, giornalisti (tre: Renato Tosatti, padre del citato Giorgio, della «Gazzetta del Popolo», Renato Casalbore, fondatore di «Tuttosport») e quattro membri dell’equipaggio. Si salvarono per pura casualità: il difensore Sauro Tomà, infortunato al menisco; il portiere di riserva Renato Gandolfi, cui venne preferito il terzo portiere Dino Ballarin, fratello del terzino Aldo; il “principe dei radiocronisti” Nicolò Carosio, bloccato dalla cresima del figlio; Luigi Giuliano, capitano della Primavera del Toro, fermato dall’influenza; l’ex commissario tecnico della Nazionale Vittorio Pozzo, il cui posto venne assegnato dal Torino al giornalista Cavallero; Tommaso Maestrelli, capitano della Roma di Bernardini che, invitato ad aggregarsi alla squadra da Mazzola, non partì per insorti problemi burocratici; il presidente granata Novo, influenzato. Pozzo si offrì per il riconoscimento delle vittime; 600.000 persone presero parte, in una Torino che contava poco più di 400.000 abitanti, agli strazianti funerali il 6 maggio 1949.

Per poter essere visto dal maggior numero di persone, il corteo funebre compì un giro molto lungo, partendo da Palazzo Madama per raggiungere il Duomo: migliaia di persone, stipate nelle piazze e nelle vie del centro città, recarono l’ultimo saluto a una squadra che aveva lasciato un segno indelebile. Gli Invincibili sono stati uomini umili e al contempo eccezionali, incarnando una normalità eccezionale o, se si preferisce, un’eccezionalità normale.

Bacigalupo, la piccola leggenda ligure, portiere buono e spavaldo, era capace di parare tutto, compresi «i calci di rigore», dato che il suo segreto consisteva nel considerare un ‘nemico’ il pallone «che non doveva entrare in casa»: con Rigamonti e il mediano Danilo Martelli formava il Trio Nizza, così chiamato dal nome della via in cui era ubicato l’appartamento nel quale vivevano. I terzini veneti Aldo Ballarin, nativo di Chioggia, duro e potente (che circa il ruolo di difensore diceva: «se non fai il lupo, ti mangiano»), e Virgilio Maroso, correttissimo, fascinoso e mago nei dribbling; lo stopper e centromediano Mario Rigamonti, forte e rude ma generoso di cuore; i mediani Giuseppe Grezar, triestino, incontrista di grande tecnica, velocità e tiro, e Castigliano, vercellese strappato alle risaie per dare impronta al Grande Torino, atleta elegante che preferiva la bici alla macchina per spendere i soldi in cibo e vino; la mezzala Ezio Loik, fiumano talentuoso e di grande rendimento, complementare a capitan Valentino Mazzola, il cuore e lo spirito granata, il biondo lombardo (nato a Cassano d’Adda il 26 gennaio 1919) esempio di «praticità, serietà e umiltà», unico nello stregare rivali e compagni; specialista di punizioni, rigori e corner fu la mezzala vicentina Romeo Menti, personaggio «esemplare» poiché in campo non ricorse mai a cattiveria o malizia; i potenti centravanti Guglielmo Gabetto – nato a Torino il 24 febbraio 1916, il più anziano del team favoloso – e Franco Ossola sono stati amici e comproprietari di un bar, il primo autentico bomber della formazione e il secondo capace di segnare otto reti in altrettante gare consecutive (dalla 23a alla 32a giornata nel 1947-48).

Questi giocatori costituirono un mito anche perché, come detto, furono delle persone normali: una sera, il ragazzino Giampaolo Ormezzano andò al cinema con gli amici e si ritrovarono a fianco Valentino Mazzola; il futuro giornalista non faceva altro che fissarlo per sincerarsi del fatto che era effettivamente il capitano del Grande Torino; a un certo punto, Mazzola gli disse: «Cerca di guardare il film». Il Grande Torino rappresenta la bussola della vicenda storica granata: qualsiasi squadra abbia conquistato qualcosa dopo Superga si è rapportata ad essa. E continuerà ad essere così, nei secula secolorum.

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