Non reiterare gli errori
Nello scorso fine settimana ho assistito a una impressionante serie di errori: errori tecnici e tattici sui campi di calcio della 8a giornata di andata della serie A, anche per opera delle squadre di vertice, se mai ci fosse ancora bisogno di attestare l’abissale iato che divide il calcio italiano da quello europeo; errori, gaffe e strafalcioni da parte di pubbliche autorità che non solo hanno ‘litigato’ con la retorica, sfoggiando anafore, bisticci e paranomasie assolutamente fuori luogo ma che, neanche fossero Tacito, sono ricorsi all’ellissi (cioè all’omissione) del verbo in comunicati e note ufficiali.
Nel marzo scorso il presidente dell’Accademia della Crusca ha lanciato un forte monito perrimarcare come la lingua italiana stia affrontando un progressivo processo di ‘destandardizzazione’e di impoverimento: anglicismi, forestierismi, tecnicismi, neologismi provenienti dalla rete mettono a dura prova la lingua nazionale che, secondo recenti stime, è parlata solo dal 45% della popolazione, mentre il 43% alterna italiano e dialetto e il restante 12% usa prevalentemente il dialetto.
Hanno sbagliato anche i commentatori di Parma-Torino, dando inizialmente per buono sul finale il gol dei ducali che invece era chiaramente viziato da un fuorigioco individuabile stando comodamente seduti sul divano (anche se parliamo di centimetri).
La squadra di Ignazio Abate ha così centrato la seconda vittoria consecutiva e se su quella casalinga con l’Udinese aveva avuto il suo peso una certa dose di fortuna, quella di lunedì 19 ottobre è parsa il frutto di una prova quadrata, attenta, geometricamente affascinante, come nella costruzione delle tre belle reti: Simeone ha detto che un giorno, quando sarà cresciuto, farà vedere il suo secondo gol al Tardini al figlio: “non so se ci crederà. Come io ho ammirato le reti di mio papà, anche io condividerò questo momento con mio figlio”.
Dopo l’uscita domenicale al festival ‘Overtime’, invitato dall’amico granata Vincenzo Federiconi, e la convincente vittoria di lunedì 19 mi è sembrato opportuno tirare fuori dal balcone il bandierone granata, realizzato con amore materno alla fine dello scorso millennio da una delle governanti di famiglia, Teresa, sarta abilissima e signora buona e gentile che è sempre nel mio cuore.
Scusandomi per le ‘deviazioni’, torno sul concetto di fondo, l’errore, riaprendo una delle pagine più tristi dei 120 anni di Toro e lo faccio sia per antitesi rispetto al buon momento di forma dei granata sia perché è sempre consigliabile coltivare di tutto – in fin dei conti siamo tutte ‘braccia strappate all’agricoltura’ a cui prima o poi torneremo, dimenticandoci di quest’epoca opaca e indiscriminatamente violenta – meno che le illusioni.
Per spiegarmi meglio, vado indietro di due terzi di secolo. Alla fine degli anni Cinquanta l’Italia stava finalmente risollevandosi dalla triste eredità bellica: aveva compiuto, guidato da uno statista come Alcide De Gasperi e poi da altri politici di spessore, le sue scelte fondamentali sul piano internazionale – quella atlantista ed europeista – e si trovava alla vigilia di uno dei due, unici periodi di prosperità economica della sua vicenda storica nazionale, quel ‘miracolo economico’ (1958-63) che non solo avrebbe cambiato per sempre la natura del Paese – da agricolo a industriale e incentrato sui servizi, sull’urbanizzazione, etc. –, ma ridato fiducia ai lavoratori e speranza alle giovani generazioni che di lì a poco, recependo gli input provenienti dall’estero, avrebbero dato vita alla più ampia contestazione del modo borghese di vivere.
Uno dei fattori di mutamento fu rappresentato, in ambito calcistico, da una scelta rivoluzionaria, l’apertura delle squadre di calcio agli sponsor: il precursore Vicenza, che nel 1953 con un accordo con l’azienda Lanerossi aveva inaugurato un binomio che tra alterne fortune sarebbe durato fino agli anni Novanta del secolo scorso, venne emulato dal Torino che, alle prese con una fasecomplicata, si accordò con la Talmone, la storica cioccolateria torinese fondata in riva al Po nel 1850.
Nel campionato 1957-58, il Toro disputò un torneo di medio-alto livello, anche se erano evidenti i segnali di cambiamento: l’attaccante ungherese Hasse Jeppson, dopo una stagione con 19 presenze e 7 reti, decise di svestire la casacca granata, il centrocampista argentino Eduardo Ricagni giocò una partita sì e un’altra no, l’attacco formidabile della stagione precedente si bloccò.
A livello societario il nuovo presidente, il torinese Mario Rubatto, imprenditore attivo nella costruzione di autostrade nonché dirigente bancario, divenne presto inviso a parte della tifoseria per alcune scelte: all’inizio del suo biennio presidenziale (1957-59) confermò come allenatore Marjanović che, a sua volta, venne esonerato nel marzo del ’58 dopo la sconfitta nel derby, per far posto a Fioravante Baldi, già estroso centrocampista granata dal 1934 al 1943; il Toro terminò il campionato al settimo posto.
Ma dal 5 gennaio 1958, una grigia domenica in cui andò in scena uno scialbo 0-0 casalingo con il Verona, la Società assunse il nome di Talmone Torino, a seguito della sponsorizzazione da parte della nota azienda di cioccolato: tuttavia, la squadra persistette nell’incredibile altalena di risultatiche aveva contraddistinto il girone d’andata.
Eccoci arrivati al punto: l’errore capita a tutti, ma un conto è assumere tutte le misure del caso per evitare di ripeterlo, un altro è navigare a vista, in maniera incerta e caotica, senza un piano preciso.
Così, la 57ª edizione della massima serie del campionato italiano di calcio (la 27ª a girone unico),disputata tra il 21 settembre 1958 e il 7 giugno 1959, si concluse con la retrocessione della squadra granata, dieci anni dopo Superga.
Questa retrocessione dipese da diversi fattori: difficoltà di bilancio che portarono alla cessione dei gioiellini emergenti, come Fogli al Bologna e Castelletti alla Fiorentina; l’abbinamento con la Talmone, con tanto di “T” sulle maglie, sgradito ai tifosi; l’abbandono del Filadelfia per il Comunale, decisione assunta dal presidente Rubatto e molto contestata dai tifosi; l’invecchiamentodella squadra che, dopo un discreto girone d’andata – iniziato con un 6-1 all’Alessandria –, crollò in quello di ritorno trovando però il successo in un derby (3-2, 15 marzo 1959) in cui si segnalarono il centravanti Virgili – autore di una tripletta e miglior marcatore stagionale con 12 reti, di cui 10 in campionato –, la «funambolica» ala Crippa – Carlo, milanese classe 1939, padre di Massimo – e il promettente portiere toscano Lido Vieri.
La Stampa mise in prima pagina la foto della rete decisiva di Virgili che segnò davanti a 40.000 spettatori, mentre a pagina 5 titolò: “Il Torino capovolge tutte le previsioni, segna in partenza e batte la Juventus 3 a 2”, con Vittorio Pozzo che riconosceva il successo assolutamente “meritato”, sottolineando: “per uscire dallo stato di astinenza e di inefficienza in cui si trovavano da tempo, i granata hanno scelto proprio l’occasione più desiderata ed insieme più temuta: quella dell’incontro colla concittadina Juventus”.
Dal 19 ottobre (1-0 alla Triestina, con rete all’85’ di Armano) il Talmone-Torino non aveva più vinto una partita in 145 lunghissimi giorni che sembravano non finire mai cosicché, rilanciava Pozzo, “quello che da diciassette giornate più non avveniva per i granata — vogliamo dire un successo pieno — e quanto da altre quattordici più non succedeva per i bianconeri — intendiamo una sconfitta — si è verificato questa volta”. L’ex bandiera granata così concludeva: “L’ovazione in cui esplose la folla alla prima rete di Virgili, poi al termine del primo tempo, ed infine alla conclusione dell’incontro ha fornito una prova positiva e clamorosa del seguito che l’undici granata, malgrado tutte le vicissitudini e le disavventure, tuttora possiede fra gli sportivi torinesi. Bandiere, gonfaloni e segni di gioia in ogni dove, come in occasione di una rinascita”.
Invece non si verificò alcuna rinascita e quella vittoria nella stracittadina fu una mera illusione. L’erronea escalation di risultati tornò nel finale di campionato in cui si registrarono 5 sconfitte, 3 pareggi e 3 sole vittorie (1-0 alla Lazio, il 29 marzo 1959, con rete di Bertoloni al 29’; stesso risultato inflitto alla Spal il 24 maggio seguente, con gol di Virgili al 28’; 3-1 al Padova, il 2 giugno, con reti di Marchi, Crippa e Cella), un bilancio magro e inadeguato che decretò la prima retrocessione della nostra storia.
Martedì 9 giugno Pozzo rilanciava dalle colonne del principale quotidiano torinese: “spiace per il vecchio vessillo granata che è superiore sempre agli uomini che lo detengono” – realtà che non deve mai essere dimenticata da chi ha una qualche responsabilità in casa Toro –, tuttavia la squadra aveva perso l’ultima di campionato 4-1 a Roma contro i giallorossi, finendo ultima poiché scavalcata dalla Triestina che sarebbe pure retrocessa, ma era riuscita a strappare un punto al Padova, mentre l’Udinese aveva vinto in casa, salvandosi e classificandosi quart’ultima, un punto sopra la Spal che aveva perso 1-0 a Bari; i granata erano caduti “combattendo” – scriveva l’ex tenente degli Alpini nella Grande guerra –, ma ciò era servito solo a salvare la faccia. Ancora, l’unico ct a vincere due mondiali con la Nazionale commentava in termini aforistici: “Nei miracoli è opportuno sperare sempre: senza fare mai fermo conto su di essi, però. Un miracolo avrebbe, nel caso in questione, contraddetto tutti [i] sintomi e tutte le causali che avevano portato al fenomeno. Le decisioni gravi vanno accettate con dignità e senza recriminazioni. Non bisognava fare l’una cosa, per non meritarsi l’altra”.
Insomma, gli errori vanno accettati insieme alle loro conseguenze, ma una bandiera granata sventolerà sempre da qualche parte per ricordare la sua grande vicenda storica, nella speranza che il futuro sia avaro di errori, specie se reiterati.
Uno dei personaggi più controversi della contemporaneità, sir Winston Churchill, che non rinunciava mai nella quotidianità a dar prova, magari insistita, del suo umorismo british, scrisse, un giorno, tra il serio e il faceto: “Vorrei vivere per sempre, almeno per vedere come tra cento anni le persone commettono i miei stessi errori”.
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