Vessillo granata sullo Stelvio
Sabato scorso ho seguito la prima vittoria del Torino 2026-27 dal balcone del mitico Hotel Vioz di Peio, nel Parco Nazionale dello Stelvio. Nonostante fossi tutto bardato di granata, c’era in me grande tristezza per la morte dell’amico Gianfranco di Monte San Giusto, uomo mite e gran lavoratore, sempre pronto a spendersi per gli altri (familiari, amici, conoscenti, concittadini e non), con una visione policroma della vita. Anche se il suo colore è sempre stato il granata, da autentico tifoso cresciuto nel mito degli Invincibili. Gianfranco mi ricordava tanto mio padre per quella capacità unica di saper vedere sempre qualcosa di buono negli altri, il lato positivo, capacità quasi smarrita da quest’epoca monocorde, ripetitiva, ingrigita. Caro Gianfranco, sono certo che avrai seguito la prima vittoria granata da lassù con il tuo sorriso benevolo e disincantato con cui hai accolto e aiutato tantissime persone. Ti dedico questo breve compendio delle vicende calcistiche ruotanti attorno a un anno di cesura come il 1946, l’anno in cui siamo diventati cittadini di una Repubblica democratica, confinando per sempre i simboli della sudditanza.
Dopo un biennio di interruzione bellica, il campionato di calcio tornò nella stagione 1945-46, suddiviso in gironi: la Divisione Nazionale 1945-1946, raggruppò un insieme di tornei, la Serie A Alta Italia 1945-1946, la Serie A-B Centro-Sud 1945-1946 e il girone finale di Serie A; la 44ª edizione della massima serie del campionato non si svolse, per la prima e unica volta dal 1929, a girone unico. Il Paese era uscito con le ossa rotte dalla guerra, la dittatura aveva diviso gli italiani, la ricostruzione si prevedeva lenta e macchinosa, l’economia era quasi allo sfascio: l’Italia aveva bisogno di simboli con cui dare un senso alla quotidianità, alla difficile ripartenza, al ritorno al lavoro e il maggiore di quei simboli fu proprio il Grande Torino.
Alla fine del torneo 1945-46 giunse il terzo scudetto per i granata, allenati dal torinese Luigi Ferrero, ex attaccante del Toro, con tanto di rush finale, conquistato in rimonta e travolgendo i gobbi alla penultima giornata (21 luglio 1946), con gol di Gabetto (19’) che, con 22 reti, si rivelò il miglior marcatore del campionato. Il presidente Novo continuò a investire per creare una squadra leggendaria e se già in tempo di guerra aveva acquistato un campione come Mario Rigamonti (1922-49), bresciano di Capriolo, nell’estate del 1945 arrivarono altri tre grandi campioni da Liguria e Veneto: il Savona cedette il portiere Valerio Bacigalupo (1924-49) – ultimo tassello di una lunga stirpe di fratelli calciatori, tra cui Manlio, già portiere al Toro nel 1927-29 –, mentre dallo Spezia arrivò il centrocampista Eusebio Castigliano che, nato a Vercelli nel 1921, da mezzala era divenuto mediano giocando con la Pro Vercelli e lo Spezia, allenandosi nel periodo bellico con la Biellese e il Vigevano.
Il vero colpo però fu in difesa e comportò un esborso rilevante, poiché per portare in granata il terzino Aldo Ballarin – nato a Chioggia nel 1922, con precedenti esperienze al Rovigo, alla Triestina e, da ultimo, al Venezia – servì addirittura un milione e seicentomila lire, una cifra davvero incredibile nel contesto post-bellico. Per sottolineare la differenza epocale tra quei tempi mitici e tutti gli altri sottolineo che il trio d’attacco granata firmò 54 reti (oltre alle 22 di Gabetto, ne fecero 16 a testa Mazzola e Ossola), ma fra i titolari segnarono tutti, fatta eccezione per Virgilio Maroso, fortissimo terzino vicentino (nato a Crosara di Marostica nel 1925).
Ho già raccontato come il Torino fosse stata la prima squadra italiana a giocare una gara all’estero dopo la fine della Seconda guerra mondiale – 17 settembre 1945, Losanna, vittoria granata per 3-1 contro la formazione locale –, indossando nella maglia per la prima volta uno scudetto repubblicano, cioè senza il simbolo sabaudo, dieci mesi prima della nascita della Repubblica. Così come ho rammentato che otto calciatori granata avrebbero firmato, poco prima dello storico voto del 2 giugno 1946, un manifesto del Pci che invitava a votare repubblica e che, il 27 aprile 1947, a Firenze, Mazzola e compagni (10/11 della formazione), per la prima volta portarono lo scudetto repubblicano in Nazionale, cantando l’inno di Mameli e battendo la Svizzera 5-2 (gol iniziale di Mazzola al 12’, Loik al 35’ e tripletta di Menti al 58’, 60’ e 88’) davanti a 45.000 spettatori. Il Toro vinse lo scudetto, passeggiando in casa per 9-1, il 28 luglio, ai danni del Livorno.
Nella stagione seguente (1946-47) si tornò al girone unico e gli Invincibili imposero qualità di gioco, concretezza tattico-strategica e continuità di risultati. Allenati ancora da Ferrero, i granata ebbero un buon avvio, perdendo nelle prime dodici giornate solo a Venezia (di misura, il 13 ottobre) ma dalla 13a giornata si posero saldamente in testa alla classifica e totalizzarono 63 punti complessivi, ben 10 in più degli strisciati. Gli attaccanti confermarono la vena realizzativa precedente (54 marcature), con Mazzola capocannoniere (29), seguito da Gabetto (19) e Ossola (13).
A testimoniare come il Toro fosse già leggenda c’erano gli incontrovertibili numeri degli spettatori presenti negli stadi italiani: il 16 marzo, in casa dei cugini, 60.000 persone salutarono la vittoria granata, con rete di Gabetto (26’ del primo tempo); il 6 aprile 1947 a Bologna 46.000 spettatori seguirono un bel pareggio (1-1), con reti di Valcareggi e Loik; un mese dopo (25 aprile) in 40.000 assistettero a Firenze il Toro travolgere i viola 4-0, con marcature di Ferraris, Mazzola, Castigliano e Loik.
Giusto per non girare tanto attorno alla prossima partita di campionato, diciamo che la Roma era in quegli anni una sorta di vittima prediletta dei granata. Il 5 ottobre 1947 andò in scena la quarta giornata d’andata, Roma-Torino. Gli italiani avevano già imparato a conoscere i nomi della formazione immortale: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. A fine campionato, il Toro vinse il suo quarto scudetto, nella stagione 1947-48, realizzando 65 punti, 16 in più del Milan secondo.
Un altro amico che ci ha lasciato qualche anno fa, il preside e sindaco di Jesi Enrico Ciuffolotti, all’epoca studente universitario alla Sapienza, un giorno mi raccontò che era andato a vedere quel Roma-Torino, allo stadio Flaminio: il primo tempo si concluse con la squadra di casa in vantaggio, con rete di Amadei (33’), attaccante fortissimo, detto il fornaretto di Frascati perché la sua famiglia faceva il pane ai Castelli; «nel secondo tempo il Torino mise a segno con una facilità quasi disarmante, ben sette gol», mi disse con gli occhi ancora pieni di meraviglia Risultato finale, Roma-Torino 1-7!
Mazzola, beccato nel primo tempo dal pubblico capitolino, avvertendo il «riacutizzarsi di un vecchio dolore», chiese a Ferraris II di rilevarlo a metà campo e si portò in attacco: segnò tre reti nel giro di quattordici minuti (60’, 64’, 74’), con in mezzo un gol di Castigliano (’62), seguito da una doppietta del rumeno Fabian (81’, 86’) – che, primo straniero in rosa di quegli anni, esordì sostituendo Gabetto – e da una rete nel finale (’82) di Ferraris II.
Da anni i romanisti subivano imbarazzanti umiliazioni da parte dei granata: l’anno prima, il 28 aprile 1946, la partita nella capitale tra granata e giallorossi era finita 0-7 per gli ospiti e solo perché negli spogliatoi, durante l’intervallo, sul risultato di 6 a 0 per il Toro, Ferraris II aveva convinto Mazzola e compagni che «umiliare l’avversario, quel giorno così inferiore» non gli sembrava «un buon comportamento sportivo»; il settimo sigillo giunse su punizione da Grezar che rimase «interdetto», guardando «i compagni come per chiedere scusa».
Come si dice nelle nostre lande ex mezzadrili, la classe non è acqua e non scorre giù pei fossi.
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